“Mi ha segregata e picchiata, sono fuggita dal balcone. Ora è stato dichiarato seminfermo e ho paura di vederlo riapparire”

Beatrice Fraschini è sopravvissuta a quattro giorni d'incubo in casa dell'ex fidanzato. Dopo la condanna a sei anni, in appello Giacomo Oldrati ha ottenuto la riduzione a quattro anni di carcere più uno in ospedale psichiatrico. Per la ragazza torna l'incubo: "Temo che venga a cercarmi o che faccia ad altre ciò che ha fatto a me"

Per Beatrice Fraschini è stato un colpo duro. Due anni fa era in un letto di ospedale con il volto tumefatto. Occhi neri e gonfiore ovunque, oltre ad altre numerose fratture per tutto il corpo. Un’immagine che fece il giro del web, soprattutto in occasione della Giornata sulla violenza delle donne. ‘Merito’ delle botte che Giacomo Oldrati, il suo ex fidanzato quarantunenne, non le aveva risparmiato per ben quattro giorni in cui l’aveva sequestrata in casa, picchiandola selvaggiamente. Il 4 giugno 2019, ultimo giorno di ‘prigionia’, la ragazza fu costretta a calarsi dal balcone del secondo piano di una palazzina di Milano, per fuggire. Oldrati fu incarcerato e condannato a sei anni in primo grado, ma in appello la pena è stata ridotta a quattro anni  “più un anno che dovrà scontare in una struttura psichiatrica per pericolosità sociale massima”- come spiega Beatrice. Il giudice gli ha riconosciuto la seminfermità mentale. “Perché era ‘solo in parte padrone delle sue azioni’, ovvero era cosciente di ciò che faceva ma l’efferatezza degli atti fu dovuta anche alla malattia”. Un fulmine a ciel sereno per Beatrice, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di confermare la sentenza di primo grado per la gravità dei fatti.

Beatrice Fraschini

 

Beatrice, non te lo aspettavi.
“No, anche perché mi sentivo rassicurata dal fatto che il procuratore avesse chiesto di confermare la prima sentenza. Ora vedremo se fare ricorso in Cassazione”.

Dopo quel giorno in cui sei stata segregata in casa lui non ha mai più provato a contattarti?
“No, non mi ha mai scritto. Io non sono andata nemmeno alle prime udienze su consiglio del mio avvocato e anche perché non volevo assolutamente rivederlo”

 Se potessi rivederlo cosa gli diresti?
“In realtà all’inizio era molto arrabbiata perché non capivo come fosse possibile tutta questa violenza dopo quattro anni di relazione in cui c’erano stati anche momenti belli. Ora in realtà penso di provare pena, non compassione, ma proprio pena perché aveva fatto cose simili in precedenza ad altre ragazze”.

Ma tu già sapevi del suo passato violento?
“Sì, lui mi aveva parlato del disturbo bipolare e che aveva avuto un problema con un’altra ragazza, a Bologna, dove all’epoca viveva. Che era stato in carcere sei mesi e poi un anno in un ospedale psichiatrico. Mi aveva detto che essendo giovane non aveva dato peso alla bipolarità, ma che poi aveva iniziato a prendere medicine per curarsi”.

Non ti aveva spaventata questo?
“Mi aveva preoccupata, non spaventata anche perché avevo incontrato Giacomo in un contesto tranquillo, quello di una parrocchia, dove già conoscevo altre persone. Lui sembrava una persona completamente diversa. Abbiamo iniziato a frequentarci, veniva anche a casa  dai miei. Non so poi quanto ci fosse divero in questi comportamenti”.

In che senso?
“Credo che gli servisse dimostrare che aveva una relazione stabile con qualcuno. A gennaio del 2018 era arrivata la sentenza di primo grado di Bologna che l’aveva assolto per incapacità di intendere e volere. E poi nel 2019 in appello è stata confermata. Nell’attesa doveva far vedere che aveva iniziato a comportarsi in modo corretto”.

Quando sono iniziate le violenze?
“Nell’ultimo anno è diventato aggressivo, anche se all’inizio i litigi rimanevano sul piano verbale. Io lo attribuivo allo stress per il processo in cui era coinvolto e anche alla sua situazione familiare che non era facile. Speravo che la cosa sarebbe tornata alla normalità. Invece, una volta superata la fase in cui era tenuto sotto controllo, si è sentito libero di comportarsi come prima. Non doveva dimostrare più nulla a nessuno”.

Fino ad arrivare a quel giorno…
Io sono andata da lui per il fine settimana. Si era trasferito nella casa del nonno. Dopo la sentenza del tribunale si sarebbe dovuto trasferire a casa dai genitori per essere tenuto sotto controllo, ma data la situazione familiare aveva chiesto di trasferirsi in un altro domicilio, indicando me come garante. Da una discussione banale che abbiamo avuto è scoppiato il finimondo:  mi ha messo le mani al collo, io ho perso i sensi e mi sono risvegliata sul letto con il volto tumefattoe dolori ovunque. Mi aveva picchiata mentre ero svenuta. Da lì per quattro giorni mi ha tenuto segregata,continuando a picchiarmi con pugni e calci. Ho perso i sensi molte volte. Era convinto che io lo tradissi. A un certo punto mi ha spogliata e obbligata a immergermi nella vasca piena di acqua fredda. Ha provato anche ad affogarmi. A un certo punto mi ha fatta rialzare, dicendomi di rivestirmi e ammettere a tutti i costi che l’avevo tradito, altrimenti mi avrebbe uccisa. Sono andata in camera da letto ed è stata l’unica volta che mi ha lasciata da sola,  quindi ne ho approfittato per scappare. La porta di casa era chiusa. Mi sono calata dal balcone”.

Fu lì che ti feristi?
“Ero già malconcia. Eravamo al secondo piano. Sono arrivata al balcone del primo piano, provando a bussare alla finestra dei vicini, ma loro non c’erano. Avevo il terrore che potesse raggiungermi lì. Quindi sono scesa giù in cortile, cadendo. Ma sono riuscita a rialzarmi e a chiedere aiuto in un panificio delle vicinanze. I commessi sono stati molto gentili e hanno chiamato ambulanza e polizia”.

Poi hai deciso di mostrare quello che ti aveva fatto.
“Dopo la denuncia, nei giorni seguenti, aiutata anche dai miei, avevo scattato foto del mio volto e iniziato a pubblicarle. Poi nel novembre del 2020 in occasione della giornata sulla violenza delle donne la Croce Verde per cui faccio la volontaria ha deciso di usare questa foto a scopo di sensibilizzazione. Da lì hanno iniziato a contattarmi i giornali per chiedere di raccontare la mia storia”.

Beatrice Fraschin mentre fa esercizi fisici in casa

Da quel giorno a oggi, quanto sei cambiata, Beatrice?

“Ho fatto un percorso con una psicologa attraverso il centro antiviolenza Mangiagalli. Percorso che si è concluso da poco e che è servito tantissimo. Sono cambiata nel senso che sono sempre espansiva e socievole ma sto più attenta nel valutare le persone. Se prima mi fidavo ciecamente, ora sono più prudente. E poi se c’è una cosa che non mi va bene, ora non sto zitta,  la dico. Credo che questo aiuti meglio a definire i rapporti”.

Ti è mai capitato di aiutare qualcuna nella tua stessa situazione?
“Mi è capitato di incontrare amiche di scuola e alcune di loro mi hanno raccontato di avere avuto esperienze simili con i loro partner, ma senza il coraggio di denunciare. Questo, anche perché non c’era magari una famiglia alle spalle a sostenerle. Poi, subentravano vergogna e senso di colpa per essersi trovate in questa situazione. Da qualche mese collaboro con l’Unione Nazionale Vittime. L’idea è quella di aiutare ragazze che si trovano una situazione difficile a causa dei loro partner per far vedere che si può intervenire prima che la cosa degeneri”.

Hai mai pensato a quando lui uscirà di prigione?
“All’inizio avevo paura e anche quando tornavo a casa guardavo ovunque, per paura che comparisse all’improvviso. Saperlo in prigione in questi anni mi ha dato tranquillità. Il pensiero, ora c’è ma è meno invadente. Non so, onestamente, se lui verrà a cercarmi. Spero di no, ma non posso averne la certezza. È possibile, purtroppo che possa rifare a qualcun’altra quello che ha fatto a me”.

L’Unione nazionale vittime e le sue battaglie

L’esperienza vissuta da Beatrice è quella di tantissime ragazze che si ritrovano “intrappolate in queste storie da cui è difficile uscire senza un aiuto concreto” come ci spiega Paola Randelli, presidente dell’Unione nazionale vittime, associazione a livello nazionale che ha sede in provincia di Pavia e che si occupa, senza scopo di lucro, di dare tutela e supporto alle vittime di reati violenti e ai loro familiari (non solo femminicidi, quindi) nonché della prevenzione sulla violenza attraverso l’organizzazione di convegni e seminari. “In genere sono le persone a contattarci tramite il sito o i social – spiega Randelli – Poi noi diamo loro la possibilità di iniziare un percorso insieme ai nostri psicologi dove le prime sedute sono gratuite. Abbiamo siglato, inoltre, un protocollo di intesa con un centro di vittimologia a Milano, per garantire prezzi calmierati nelle sedute successive. Questo perché non basta certo un solo incontro, il percorso per uscire da queste situazioni è lungo”.

Agli psicologi si affiancano anche gli avvocati. “Mettiamo a disposizione i nostri legali che spiegano quali sono i passi da compiere dalla denuncia in poi. Quando alcune persone non hanno potuto permetterselo, hanno anche seguito le cause in modo gratuito”. Il supporto è fondamentale. Stare vicino a chi si trova in questo inferno, come è successo a Beatrice è importante. “Nella nostra associazione abbiamo molte persone che sono riuscite a uscire da storie malate e che, come ha fatto Beatrice, possono aiutare chi ha bisogno. Non tutte sono in grado di farlo da sole perché non riescono ad allontanarsi subito nonostante i maltrattamenti. E, nell’ultimo anno tra l’altro, le richieste sono aumentate del 60 per cento, almeno il doppio di prima”. Quello che sorprende è che non sono solo le donne a rivolgersi a loro. “Ci sono anche uomini vittime di stalking. Non se ne parla tanto perché, a differenza delle donne, loro non riescono a denunciare. Hanno paura di sembrare deboli. Eppure in molti subiscono pressioni davvero pesanti e non meno gravi a livello psicologico, dopo una separazione o un divorzio, magari dalla ex moglie che economicamente è più benestante”.

All’Unione nazionale vittime sono tutti volontari che si sono impegnati con gli anni a tenere alta l’attenzione su temi fondamentali. “Siamo l’unica associazione in Italia che ha partecipato in commissione giustizia sulla legittima difesa e la certezza della pena. Siamo riusciti, sedendoci al tavolo tecnico organizzato per la prima volta dall’ex ministro della Giustizia Orlando, a far rialzare gli indennizzi per le vittime dei reati violenti, dopo che l’Italia era stata richiamata dall’Ue, arrivando a 50.000 euro“. E poi ci sono i convegni dove non si parla solo di femminicidi, ma anche di episodi tristemente dolorosi nel nostro paese. “In uno degli ultimi incontri abbiamo ricordato le stragi di Viareggio, del ponte Morandi e quella al tribunale di Milano dove perse la vita, tra gli altri, anche l’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani. Sua madre oggi fa parte del nostro direttivo”.