Migranti al confine Bielorussia-Polonia, la lettera delle scrittrici a Bruxelles: “Riconoscete loro il diritto d’asilo”

Mentre i premier Morawiecki e Lukashensko trattatano la crisi umanitaria dei 2mila migranti intrappolati tra il filo spinato e la violenza come una mera operazione militare, le quattro scrittrici premi nobel si rivolgono all'Unione Europea: "Mancano cibo, assistenza medica: queste persone muoiono senza poter essere salvate. Non possiamo ignorarle"

“Nessun aiuto medico è concesso ai malati e a chi muore e la stampa non può entrare”. Al confine tra Polonia e Bielorussia, vicino alla città di Kuznica a meno di tre ore in auto dalla città europea di Varsavia, ci sono almeno 2mila migranti intrappolati. Sotto qualche tenda, dove l’aria è già sottozero, si ritrovano schiacciati tra due realtà: non possono tornare indietro e non possono andare avanti. Da parte dei due stati che li tengono ostaggio, però, la loro tragedia viene vissuta come una mera operazione militare. Il premier polacco Mateusz Morawiecki parla dei migranti come un “nuovo tipo di offensiva”, trattandoli come armi, tanto che il portavoce della commissione di Bruxelles denuncia nei suoi confronti “metodi da gangaster”, da “guerra ibrida”. Mentre in Bielorussia Lukashensko non si distanzia: “Non voglio lo scontro armato ma non mi piegherò”.

Su questa tragedia quattro scrittici scrivono una lettera indirizzata a Bruxelles, rivolgendosi in particolare al presidente del consiglio europe Charles Michel, del parlamento europeo David Sassoli e a tutti i parlamentari europei. La bielorussa Svetlana Aleksievich, l’austriaca Elfriede Jelinek, la tedesca Herta Müller e la polacca Olga Tokarczuk partono “da quello che sappiamo”. Nonostante “le informazione incomplete e frammentarie che stanno arrivando […] sappiamo che tra Bielorussia e Polonia le persone sono sottoposte a una spietata procedura di respingimento, condannandole all’ipotermia, alla fame e alla morte nelle foreste e nelle paludi”. Guardando al ventesimo secolo “sappiamo che esistono verità scomode e noiose […]. Siamo stati ciechi, sordi e muti” ma oggi “la storia si ripete e dobbiamo prenderne atto”. Le scrittrici premettono di rendersi conto che non sia facile, ma dicono anche che se l’Unione europea è la rete di solidarietà interpersonale che dichiara di essere, non può permettere che su quei confini avvengano cose che “non sono in linea con i nostri valori europei fondamentali”. Pertanto chiedono di trovare una soluzione più rapida ed efficace possibile, partendo prima di tutto dal rispetto delle regole di Ginevra e dall’avvio di una procedura di asilo per tutti coloro che ne fanno richiesta e che “sono detenuti nella parte del confine orientale dell’Unione Europea”. Le richieste delle quattro premio nobel, oltre a tamponare l’emergenza umanitaria, vogliono interromperne anche la catena: “Chiediamo un’iniziativa diplomatica di ampio respiro all’interno dei paesi del Medio Oriente volta a contrastare la falsa narrativa del regime bielorusso, il cui scopo è quello di attirare il maggior numero possibile di rifugiati disperati al confine tra Polonia e Bielorussia, esacerbando e destabilizzando così la situazione politica in Polonia e in tutta l’Unione europea”, scrivono, ribadendo infine la necessità di dare accesso a stampa e media perché monitorino il confine. “Conoscere i fatti ci rende consapevoli”. Ma, concludono “alla conoscenza deve seguire l’azione“.