Mimo Grey e l’arte oltre le pareti: “Diversità è essere liberi di affermarsi come individui in cerca di un senso”

Da Messina alla Scuola di Arte Drammatica di Roma fino a Firenze, all'angolo tra Piazza della Signoria e la Galleria degli Uffizi, da oltre 20 anni. Luigi Grey Benassai ci svela i segreti della sua arte di strada: "Ho fatto di me stesso una bomba di allegria e di ilarità per tutti"

Uno, nessuno, centomila volti quelli del mimo. Gioca con le espressioni, si veste da clown, diverte e commuove perché la sua arte sembra nata per la felicità di un pubblico spesso di strada, frettoloso ma attento, spesso semplice però esigente. E il mimo questo lo sa bene, mentre nel suo cuore batte lo stesso talento del grande Marcel Marceau. Luigi Grey Benassai è un mimo dei nostri giorni ed è amatissimo. Il suo palcoscenico è, da oltre vent’anni, l’angolo tra Piazza della Signoria a Firenze e la Galleria degli Uffizi, ed è da lì che ha inizio la sua avventura, la stessa che ancora ogni giorno si rinnova senza sosta ed è capace di sorprenderlo nella girandola di esperienze sempre nuove e diverse.

Una vita caleidoscopica, quella di Luigi, variopinta come i colori che indossa, dai quali fioriscono quasi per magia mille invenzioni. I bambini restano incantati, gli adulti ritrovano il sapore dell’infanzia, che d’improvviso riaffiora con l’identica freschezza dell’età più bella. E allora lo sguardo di Luigi si illumina mentre i suoi gesti, in un vortice di atteggiamenti cangianti, scrutano cuori e compiono piccoli miracoli. Perché la professione del Mimo Grey, che appare lieve e spontanea come la passeggiata apparentemente facile di un funambolo sul filo, non nasce affatto dalla improvvisazione. Dopo il diploma del liceo scientifico di Messina, sua città di origine, Luigi si iscrive giovanissimo alla Scuola di Arte Drammatica di Roma, finendo per scegliere di esibirsi in strada, emule di tanti giovani dell’epoca. Piazza Navona, salotto romano per eccellenza, segna il suo debutto come Grey, suo nome d’arte.

Ma è Firenze a rapirgli il cuore ed è lì che, approdato quasi per caso, resta incantato dalla meraviglia di una città unica e decide di mettere radici. Adesso Luigi è impegnato come figurante speciale nel Fidelio diretto da Zubin Mehta e questo dopo aver partecipato alla Boheme messa in scena al Teatro dell’Opera di Firenze e aver dato vita a uno show tutto suo al teatro L’Affratellamento dal titolo Jail, mentre nella sala erano in visibilio alcuni artisti moscoviti decisi a farlo debuttare a Mosca. E così è stato. Ma Grey non si lascia ubriacare da questi successi e vola basso, mentre è la sua mente che come un palloncino colorato vola altissima in un cielo arcobaleno per inseguire i suoi sogni. Ed è lì che lo incontriamo.

 

Clown, mimo, giocoliere. Quali di queste maschere ama di più?
“In realtà la mia formazione è quella dell’attore. Ma proprio per questo ho sempre ritenuto che il trasformismo sia una precisa dimensione attoriale. La non facile decisione di lavorare in strada è arrivata quando ho percepito una immensa cappa di generale tristezza: erano i giorni tremendi delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Bombardamenti e sparatorie ogni giorno: così mi dissi che avrei fatto di me stesso una bomba di allegria e di ilarità per tutti”.

Qual è il vero volto di Luigi?
“Un volto che nel tempo è cambiato moltissimo. Adesso che ho superato i quarant’anni mi volto indietro accorgendomi di quante cose sono mutate insieme a me. Ero un ragazzo quando ho iniziato, adesso sono un uomo e questa consapevolezza mi piace perché implica l’essere responsabili acquisendo dignità. Adesso sono felice di vivere in campagna con cani e gatti, nel silenzio e nella meditazione. Assaporando le virtù della natura, che è sempre la migliore maestra”.

Quale ruolo le ha dato maggiore soddisfazione?
La Boheme nel 2016 mi ha dato enormi soddisfazioni ma anche la partecipazione al Teatro Comunale di Mosca nel periodo di Natale, anni fa, in cui rappresentavo Jail, un uomo-artista rinchiuso in una gabbia, metafora dei suoi tanti limiti e pregiudizi.”

Si sente una persona libera?
“Assolutamente. Nonostante i tanti condizionamenti esterni dobbiamo sempre essere liberi dentro, specialmente quando ci coinvolge un sentimento impetuoso come l’amore. Ma anche questo sentimento deve essere vissuto all’insegna della libertà, evitando ricatti e qualsiasi forma di costrizione. Insomma parlo di un tipo di libertà che, se ben vissuta, apre a meravigliose relazioni con tutti, perfino con i nostri amici animali. Questa scoperta mi ha rivelato il lato meraviglioso della vita”.

La sua più grande gioia?
“Il presente. Ogni mattina sono felice di svegliarmi dove vivo e mi piace godere delle cose semplici. Una gioia immensa è lavorare in questo periodo a fianco di un gigante come Zubin Mehta. Nel mio piccolo, pur in questo complicato frangente, cerco di continuare a coltivare sogni e speranze, a essere contento di veder sbocciare un fiore o del gesto affettuoso di un amico, di far sorridere anche se per qualche minuto chi è preoccupato o soffre”.

Si dice che chi fa ridere in pubblico è triste nella vita…
“In certi casi può essere vero ma non riguarda me. Non sono per natura triste, piuttosto mi reputo una persona seria. Sono molto attento scrupoloso nel mio lavoro ma ancor di più nell’indagare le ragioni del mio essere, di capire chi sono. Ho invece piuttosto sviluppato il senso della nostalgia perché vivo d’amore e se una storia finisce ne soffro molto”.

Se potesse tornare indietro rifarebbe tutto esattamente?
“Direi di sì, cercando di evitare le stupidaggini giovanili, imparando specialmente a non ferire i sentimenti di nessuno. Purtroppo nella vita gli errori non mancano ma c’è per fortuna la possibilità di riparare. Lasciare sempre aperto uno spiraglio a se stessi e agli altri significa credere nell’evoluzione. La mia porta perciò non sarà mai chiusa”.

C’è qualcosa di cui sente la mancanza?
“Certamente, quella delle persone che ho amato e non ci sono più. Anche del mio gattino che mi aspettava ed è diventato un ricordo. Alla fine si diventa collezionisti per ritrovare le emozioni che ti hanno marcato in precedenza. Forse raccogliere vinili oppure orologi pop anni 80 serve a colmare certi vuoti…”.

Raccomanderebbe questo suo lavoro a giovani artisti in cerca di spazi esistenziali e creativi?
“Senza dubbio, anche se i tempi sono terribili. I giovani devono esplorare e mettersi alla prova, specialmente se hanno natura artistica da assecondare. Per esprimersi nel contesto delle pareti invisibili della strada devi fare una fatica superiore rispetto a qualsiasi spazio teatrale, ma questo aiuta a tracciare un proprio percorso dando un senso alla propria esistenza”.

Si è mai sentito diverso?
“Sempre. E continuo a sentirmici. Certo alla mia età ho accettato di scendere a compromessi: da ragazzo ti è difficile capire che se vuoi indossare un jeans rosa la società è pronta a stigmatizzarti come diverso. E non intendo alludere necessariamente a una diversità relativa alle proprie scelte sessuali, quanto piuttosto all’essere liberi affermandosi come individui in cerca di un senso compiuto alla propria esistenza”.

Cosa l’ha sorretto in tutti questi anni?
“L’amore, senz’altro. Accompagnato dalla passione: per il mio lavoro, la mia compagna, i miei cari animali. Vivere d’amore non mi fa tremare le gambe quando mi esibisco su un palcoscenico importante, lasciandomi entrare in un cerchio empatico con il mio pubblico. È una corrente speciale, che è linfa stessa del mio esistere e voglio sentire scorrere dentro di me ogni momento”.

La Strada felliniana sarà sempre la sua casa?
“Le mie origini sono quelle e non le sconfesserò mai. Mi vedo realmente come una figura dei film di Fellini, un artista di strada, con le sue soddisfazioni ma anche con certe inevitabili sgradevolezze. Bisogna fare attenzione a non farsi risucchiare o addirittura seppellire dalla strada, come è successo ad alcuni miei colleghi che non hanno fatto in tempo a vedere realizzati i propri sogni”.

Cosa si augura e augura al mondo?
“L’augurio che faccio a me stesso è identico a quello che rivolgo al mondo: tornare presto a riabbracciarci. Ma aggiungo l’urgenza di dare sempre più spazio e importanza alla cultura declinata in tutte le forme. Questo sarà possibile se la politica farà scelte opportune e non opportunistiche, perché per uscire dalla crisi e dalle sue conseguenze è necessario anteporre priorità per il bene comune. Poi rimane centrale tornare al ‘piccolo’ per rendere forte la nostra personalità evitando di essere prede di un sistema caotico che spinge a correre, ad accelerare. In certi teatri, per moda recente, si sente gridare ‘schnell, schnell’, un modo per esortare ad andare più veloci perfino oltre i propri limiti. Io credo invece che il segreto del ricominciare nel migliore dei modi stia nel saper guardare in se stessi gustandoci il piacere del rallentare, come fosse un dono divino”.