Morgyn Arnold, cheerleader esclusa dalla foto di gruppo perché affetta dalla sindrome di Down

È successo in una scuola media dello Utah, negli Stati Uniti. Sono state scattate due foto, una con la ragazza, capitana del gruppo, al centro, una senza di lei. Quest'ultima è stata scelta per l'annuario e pubblicata sui social

Se le si guardano una a fianco all’altra, le due immagini, sembra un po’ come il gioco sull’enigmistica in cui devi trovare le differenze. Ma la differenza, in questo caso, è talmente macroscopica da non poter essere ignorata. Una scuola media dell’Utah (Stati Uniti), infatti, è stata aspramente criticata per aver scattato due foto ufficiali della sua squadra di cheerleaders, una delle quali non includeva la caposquadra del team. Proprio questo secondo scatto è stato scelto dall’istituto per essere pubblicato nel suo annuario e sui social media.

Morgyn Arnold era seduta in prima fila in una delle due foto, mentre nell’altra immagine era completamente assente. Rimossa. C’è chi si è interrogato sul motivo. La maggior parte delle persone ha risposto con un unico sostantivo: diversità. Morgyn è, infatti, affetta da sindrome di Down e forse il movente della scelta di rimuoverla dallo scatto e di scegliere poi quello in cui era assente per pubblicizzare la squadra, risieda proprio nella patologia della ragazza.

Secondo quanto riportato dal Salt Lake Tribune e dal New York Times, la sorella maggiore di Arnold, Jordyn Poll, ha detto che Morgyn era affranta quando ha guardato l’annuario. E nemmeno il suo nome, nonostante sia la caposquadra, è stato incluso. Una discriminazione palese verso una ragazza che ha per il cosiddetto “cheerleading” (ovvero quella disciplina sportiva che combina elementi di acrobatica, ginnastica artistica e danza, che in Italia associamo ai/alle ‘Ragazze/i pompon’) una passione innata. E che si vede esclusa esclusivamente a causa della sindrome di Down, che, tra l’altro, non le comporta alcun deficit prestativo nel compiere quei gesti che tanto ama.

Mentre alcuni sui social media hanno messo in discussione le altre cheerleader, la famiglia della ragazza ha esortato queste persone a fermare “le accuse di vergogna, il bullismo e le minacce” contro di loro, sottolineando che non hanno avuto alcun ruolo nella selezione di questa foto. “Quelle ragazze sono niente meno che incredibili – ha osservato Jordyn Poll – Amano Morgyn. Hanno fatto di tutto per aiutarla e farla sentire inclusa. Anche loro hanno dei sentimenti”. E intanto un portavoce del distretto scolastico ha detto in una dichiarazione: “Siamo profondamente rattristati dall’errore che è stato fatto. Stiamo continuando a esaminare ciò che è successo e perché si è verificato”.

Ma per quanto quello di questa studentessa possa apparire come un caso raro, in realtà, come spiega Nate Crippes, avvocato del Disability Law Centre of Utah, non lo è affatto. Anzi rientra in un modus operandi ormai consolidato, tanto che la stessa legale afferma di ricevere circa 4mila denunce ogni anno. Si tratta, quasi sempre, di storie nelle quali la discriminazione verso le persone diversamente abili prende il sopravvento. Sulla sensibilità, sul non sentirsi a disagio ad avere a che fare con persone disabili, sull’accoglienza e l’inclusione che molte persone affermano. Affermazioni, appunto, parole. È fondamentale, invece, domandarsi quanto accettiamo la diversità nei fatti, cosa facciamo in concreto per le persone considerate ‘diverse’ dalla norma. Ma anche perché le riteniamo tali e in che modo garantiamo loro pari diritti, doveri e dignità. Perché il caso di Morgyn può essere uno, ma quando questi diventano dieci, cento, mille, come effettivamente avviene, ogni giorno, in tutto il mondo, allora quel caso è il sintomo di un problema più grande, che né il buonismo o il pietismo possono risolvere.