My Stealthy Freedom, la campagna video delle donne iraniane contro l’hijab obbligatorio

A essere voce di milioni di donne, la giornalista e attivista Masih Alinejad che - dagli Usa e sulle sue piattaforme social - permette alle donne iraniane di ribellarsi all'obbligo del velo. E, "protette" dai filmati, milioni di loro protestano apertamente contro vigilantes morali, mullah o uomini, che nella repubblica islamica iraniana non accettano di vederle in pubblico senza l'hijab dal 1979. "Le iraniane sono forti e combattive e se iniziano a sentirsi delle guerriere, il governo non può più nulla contro di loro"

Armate dei loro cellulari, milioni di donne iraniane combattono la loro battaglia contro l’uso dell’hijab forzato e la giornalista e attivista Masih Alinejad dagli Stati Uniti è la loro cassa di risonanza. È dal 2018 che, con il movimento social My Stealthy Freedom, Masih Alinejad s’impegna a diffondere video di donne che nel Regime islamico dell’Iran – Repubblica per convenzione – sotto l’ottavo presidente Ebrahim Raisi, filmano se stesse mentre protestano, sventolando l’hijab con i capelli sciolti tra la folla o mentre rispondono a tono alla prepotenza di uomini, vigilantes morali o mullah che vogliono decidere al posto loro “su capelli, corpi, identità”. Usando l’hijab, queste donne – più forti perché visibili con dei semplici hashtag – si battono per abolire un obbligo odioso che in Iran è legge dal 1979: quello di indossare il velo per le donne e le bambine dai sette anni in su. 

Masih Alinejad

La giornalista e attivista iraniana Masih Alinejad fondatrice di My Stealthy Freedom

Masih, che a 46 anni non si separa quasi mai dal suo fiore bianco fra i capelli, dopo il successo di My Stealthy Freedom, per far risuonare meglio la voce delle donne iraniane, ma anche afghane, ha aggiunto gli hashtag My Camera Is My Weapon e White Wednesdays, ampliando in maniera esponenziale la visibilità della ribellione contro il velo delle “sorelle iraniane”.

Tutto inizia dalla battaglia personale di una Masih 16enne, che nel 1992 – appena uscita da scuola – prende l’abitudine di togliersi il lungo chador che la copre dalla testa ai piedi “per decidere autonomamente cosa fare del mio corpo”. “Ma un giorno che non dimenticherò mai”, racconta alla Bbc “incrociai senza indossare lo chador mio padre sul marciapiede. La sua reazione fu tremenda: mi sputò addosso, mi disse che ero una vergogna per la famiglia” . Voglio bene a mio padre (che non le parla da anni ndr), è un contadino che ha sempre lavorato su una montagna dell’Iran del Nord: non sa leggere, né scrivere. La Repubblica dello stato islamico, la tv, la propaganda gli hanno fatto il lavaggio del cervello“.

“Se le iraniane iniziano a sentirsi delle guerriere, il governo non può più nulla contro di loro”

Video di proteste e minacce diffuse da My camera is my weapon

Video di proteste e minacce diffuse da My camera is my weapon

Fatale, a 16 anni quello sputo accende in Masih una scintilla, che – ritrovandosi nel caposaldo femminista: il-privato-è-pubblico – ha un’illuminazione: per cambiare il Paese “le donne devono partire dal sovvertire le regole della loro casa e comunità. A una condizione però: che mentre lo fanno siano visibili agli occhi di tutti. Come dice animatamente nel 2020 alla Bbc: “In Iran le donne sono forti e combattive, si ribellano armandosi della loro videocamera, perché a uno Stato che tiene in ostaggio il tuo corpo, i tuoi capelli e la tua identità, si può solo dire di no. O imparare a farlo”.

Splendidi esempi di disobbedienza civile, di lotta pacifica e di femminismo purissimo, le donne iraniane – tramite l’hastag #mycameraismyweapon – dal 2014 inondano i social della loro sete di autodeterminazione che, indomita, non si lascia intimorire neanche dallo scontro fisico e grida impavidamente libertà. In un video dai toni concitati diffuso su Instagram da #mycameraismyweapon si vedono due donne iraniane senza velo che, sedute in auto, aggrediscono verbalmente l’uomo che le ha seguite e fatte fermare per chiedere loro di indossare l’hijab e minacciarle di chiamare le autorità. “Hai intralciato la nostra corsa per dirci il tuo parere su una cosa che non è affar tuo?“, gli urla la donna. “Siamo in un paese islamico: indossa il tuo hijab”, ribatte lui inerme. “Torna in auto!”, chiude lei, non prima di averlo redarguito. “Armate di una semplice videocamera che grazie ai social garantisce ampia visibilità, le donne hanno iniziato a non sentirsi vittime, ma vincenti”, dice Masih, “E, credetemi, se in Iran le donne iniziano a sentirsi delle guerriere, il governo non può più nulla contro di loro“.

My stealthy freedom: tutto inizia con dei capelli al vento

Masih Alinejad

Masih Alinejad nello scatto che lancia il movimento

È il 2003 quando Masih, guidando in auto su una strada di montagna in Iran, si leva l’hijab per godere della semplice libertà di sentirsi il vento fra i capelli. Sta così bene che si scatta una foto e la pubblica sui social, incoraggiando altre donne a condividere i loro momenti di libertà segreti (my-stealthy-freedom). L’onda di video e storie che riceve indietro è potente come una rivelazione. Da allora la sua pagina Facebook verrà seguita da oltre un milione di utenti (al 2 gennaio 2022) e le storie rilanciate sulla piattaforma faranno milioni e milioni di views.

Nel 2015 al Summit di Ginevra, insignita del Women’s Rights Award per “aver dato voce a chi non ha voce e risvegliato la coscienza dell’umanità per sostenere la lotta delle donne iraniane”, la giornalista dichiara di non essere contraria all’hijab, se la scelta è della donna. Cosa al momento impossibile in Iran, dato che le donne che appaiono in pubblico senza velo rischiano fino a 10 anni di carcere. Cresciuta in una rigida famiglia musulmana in un piccolo villaggio nel nord dell’Iran, in Masih fin da piccola germoglia un sentimento di profonda ingiustizia per la condizione della donne nell’Iran moderno: “Ho sempre voluto dare voce alle persone che non ce l’avevano, perché quando ero in Iran ero sempre senza voce“, dirà.

Essere donna in Iran dopo la rivoluzione del 79

Gli otto presidenti dell'Iran dal 1980 al 2022: in alto da sinistra Abolhassan Banisadr, Mohammad Ali Rajai, Ali Khamenei, Akbar Hashemi Rafsanjani, Mohammad Khatami, Mahmud Ahmadinejad, Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi

Gli otto presidenti dell’Iran dal 1980 al 2022: in alto da sinistra Abolhassan Banisadr, Mohammad Ali Rajai, Ali Khamenei, Akbar Hashemi Rafsanjani, Mohammad Khatami, Mahmud Ahmadinejad, Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi

Con l’arrivo al potere dell’ayatollah Khomeini nel 1979, le libertà e i diritti delle donne vennero cancellati. L’ayatollah vietò loro di frequentare la facoltà di giurisprudenza e di accedere alla carriera di giudice. Poi, considerandole incarnazione del vizio e della seduzione sessuale, impose loro un severissimo dress code e l’uso dell’hijab divenne obbligatorio per tutte: il velo islamico che copre interamente i corpi ad eccezione del volto e delle mani a partire dai 7 anni, come si vede in una foto di classe scannerizzata e postata dalla giornalista. Sotto Khomeini la poligamia a misura di uomo fu di nuovo ammessa e l’età legale del matrimonio fu spostata a 9 anni. “L’uomo tornò ad essere l’alpha e l’omega della vita di una donna avendo il potere di prendere decisioni sulla famiglia, inclusa la libertà di movimento e la custodia dei figli”.

Foto di classe di ragazze iraniane scannerizzata Masih Alinejad

Foto di classe di ragazze iraniane scannerizzata Masih Alinejad

Proprio perché così potente e rivoluzionaria, la lotta di Masih e delle donne iraniane che combattono al suo fianco ha un prezzo da pagare altissimo. Attualmente la giornalista – oltre a ricevere minacce di morte ogni giorno – non può viaggiare in sicurezza in Iran, perché è a rischio arresto. Suo padre ha smesso di parlarle e ai suoi genitori è vietato lasciare il Paese. Mentre le donne che si tolgono il velo, affidando a My Stealthy Freedom o My Camera Is My Weapon le loro voci, rischiano il carcere fino a 10 anni. Ha fatto scandalo su tutti i media internazionali il caso dell’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, di 55 anni, condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate per non essersi opposta all’obbligo del velo, aver effettuato visite in carcere senza di esso e aver assunto la difesa di donne che avevano protestato contro l’obbligo di indossarlo. Ma tragica è anche la storia di Sahar Khodayari, morta in ospedale a Teheran a causa delle ustioni riportate dopo essersi data fuoco per timore di essere incriminata e condannata in seguito alla decisone di assistere a una partita di calcio travestita da uomo (solo recentemente le donne hanno avuto libero accesso) o quella dell’attivista Vida Movahedi, arrestata per non aver indossato il velo in luogo pubblico.

“Quando ho iniziato la campagna My Stealthy Freedom nel 2014, avevo solo un piccolo team di volontari che mi aiutavano a raccontare le storie delle donne iraniane. E in alcune campagne, anche gli uomini si sono uniti alle donne per inviarmi fotografie e video, protestando contro la Repubblica Islamica. Nei primi tempi era facile raccontare queste storie di sfiducia quotidiana e atti di disobbedienza civile. Ma nel corso degli anni, il volume di materiale inviato si è ampliato enormemente. E a dirla tutta, ci vuole un piccolo esercito di ricercatori, video editor, scrittori e traduttori per raccontare tutte le nostre storie indicibili. – scrive su Facebook Masih- La gente dice un fiore non fa primavera, ma se tutti piantano un solo fiore, trasformeremo il mondo in un immenso giardino“.