Nadia Nadim, la calciatrice afghana sfuggita dal terrore dei Talebani. “Dopo 20 anni è straziante”

Dalla fuga da Herat alla consacrazione come stella internazionale del calcio femminile. Nadia Nadim, oltre a essere ambasciatrice Onu, è un simbolo di speranza per tantissime: "Per me è molto importante sapere di essere un modello per tante ragazze in difficoltà”.

“È straziante. Dopo vent’anni che tentiamo di uscire da tutta quella mer*a che è successa, ora siamo punto a capo. È sconvolgente”.

Un tweet colmo di dolore e delusione sull’Afghanistan. A scriverlo, è stata una ragazza che quella situazione la conosce bene, la stella del calcio femminile Nadia Nadim.

Nadia, a 33 anni, è la miglior giocatrice della nazionale di calcio danese, e del Racing Louisville, neonato team della lega professionistica americana, ma è nata a Herat, città nel nord ovest dell’Afghanistan che ha poi dovuto lasciare, per fuggire, quando aveva appena undici anni, poco dopo che suo padre, un generale dell’esercito locale, fosse giustiziato dai talebani.

Così Nadia, assieme alla madre e a quattro sorelle, sfuggì al terrore. Passarono per il Pakistan, da dove, una volta procurati documenti falsi, si misero in viaggio verso l’Italia. Il piano, programmato nei minimi dettagli, era quello di dirigersi in una città multietnica e ricca di occasioni come Londra. Il passaggio per raggiungere la capitale inglese dallo Stivale era un normale camion, dentro cui Nadia e la famiglia sono stati per diversi giorni di viaggio, senza avere la possibilità di vedere quello che c’era fuori.

Una volta scese dal mezzo, le ragazze afghane pensavano di trovarsi davanti a una città fervente, ricca di profumi e persone da ogni angolo del mondo. Lo scenario che si presentò ai loro occhi però, fu totalmente diverso dalle aspettative: una distesa di nulla. L’autista non aveva lasciato le sue passeggere in Inghilterra, bensì nelle campagne danesi. Da lì, Nadia, con la madre e le sorelle, riuscì ad arrivare in un campo profughi dove iniziarono una nuova vita.

In Danimarca, le ragazze hanno trovato una comunità in cui sono riuscite a integrarsi facilmente e dove, insieme alle prime amicizie, sono nate anche le prime passioni: affianco al campo profughi c’era quello calcio, così Nadia scoprì il pallone e da quel momento non lo ha mai più lasciato. A 18 anni compiuti è arrivata la cittadinanza danese, requisito necessario per poter giocare nella selezione biancorossa. In poco tempo è diventata insostituibile per la nazionale danese: 99 convocazioni e 38 reti, condite da un secondo posto agli Europei femminili del 2017.

Un anno più tardi è arrivata la prestigiosa chiamata del Man City, un’avventura che Nadia non si è fatta scappare. Dopo un solo anno a Manchester, in cui ha raccolto 15 presenze e appena 2 gol, è però andata a cercare fortuna all’ombra della Torre Eiffel, nel Psg femminile. La sua stagione a Parigi è stata molto positiva: 27 apparizioni e 18 reti. Ma nonostante nella capitale francese ci fosse tutto quello di cui aveva bisogno, Nadia ha il viaggio nel sangue e, una volta vinta la Liguue1, si trasferisce oltreoceano, diventando una nuova giocatrice del Racing Louisville.

Questa vita con lo zaino in spalla però, ha fruttato anche dei vantaggi alla campionessa danese: Nadia infatti conosce 11 lingue (danese, inglese, spagnolo, francese, tedesco, persiano, dari, urdu, hindi, arabo e latino) ed è diventata ambasciatrice dell’Onu, oltre che un simbolo per tantissime giovani:

“Una ragazza pakistana mi ha confessato che la mia storia l’ha aiutata a continuare con il calcio, contro gli stereotipi. Voleva scappare, ma non ha mollato. Per me è molto importante sapere di essere un modello per tante ragazze in difficoltà”.

La casa di Nadia rimane però la Danimarca. Quando infatti è libera da impegni calcistici, torna per studiare medicina all’università di Aarhus: ormai pochi esami la dividono dalla laurea. Nadim infatti, una volta appese le scarpette al chiodo, vuole diventare specialista in chirurgia ricostruttiva: dopo aver visto certi orrori, voler contribuire a farli dimenticare o a dare un’esistenza nuova a chi ha avuto meno fortuna di lei. Un gesto di bene verso l’umanità che Nadia potrà compiere solo perché è riuscita a fuggire dal suo paese d’origine, dove il ritorno al potere dei talebani ha chiuso a doppia mandata le porte dell’università alle donne. Anche per loro Nadim rappresenta un simbolo di speranza, un lumino nelle tenebre del sharia, per tutti coloro che come come unica colpa hanno quella di essere nati nel posto sbagliato.