Nel Paese reale ha già vinto Mario, nel Paese legale no. La possibilità della legge e il referendum sull’eutanasia: una corsa a ostacoli

Qualche giorno fa è stato autorizzato il primo suicidio assistito per un paziente italiano, ma l'iter ristagna a causa della burocrazia. Intanto in Parlamento la politica si spacca sulla proposta di legge sull'eutanasia, mentre il referendum rischia di non superare il controllo di merito. O peggio, i ritardi di un Parlamento 'lumaca'

Nel Paese reale ha vinto Mario (nome di fantasia), il primo malato (un marchigiano tetraplegico da dieci anni) a ottenere il via libera per il suicidio medicalmente assistito in Italia (leggi qui). E, anche, ha vinto, almeno finora, almeno per numero di raccolta firme in calce al referendum per l’eutanasia legale, anche l’Associazione Luca Coscioni, che – praticamente da sola, con l’eccezione dei Radicali italiani e frange della sinistra radicale (SI) – e guidata dal tesoriere Marco Cappato e Maria Antonietta Farina Coscioni, ma anche dalla compagna di dj Fabo, ha raccolto, in quattro mesi, un milione e 300 mila di firme in calce al suo quesito in materia che chiede, sic et simpliciter, l’eutanasia legale, o meglio l’abrogazione dell’omicidio del consenziente, oggetto tecnico di una proposta di referendum che, salvo la libertà del consenso, prescinde da qualsiasi altro limite o condizione.

Marco Cappato porta avanti la battaglia del referendum sull’eutanasia legale con l’associazione Luca Coscioni

E che lo fa, tale richiesta, il quesito referendario, proprio sulla scorta della sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale che ha escluso la punibilità dell’assistenza al suicidio, chiesta, allora, da un tetraplegico immobilizzato a letto da altre dieci anni (si trattava, appunto, del caso di dj Fabo).

Nel Paese legale, invece, vince il solito Parlamento ‘lumaca’ che, per ora, decide di non decidere…. Nonostante, infatti, un disegno di legge in tema, per regolamentare l’eutanasia nel nostro Paese, sia in discussione ormai da inizio della legislatura e approderà nell’Aula della Camera dei Deputati il prossimo 13 dicembre, il deputato (e presidente di +Europa, ex radicale), Riccardo Magi, dice – senza mezzi termini – che “Non c’è nulla da rallegrarsi per l’arrivo in Aula del testo il 13 dicembre. Significa che, dopo aver impedito che si avesse una legge per l’eutanasia legale, hanno vinto quelli che vogliono mandare su un binario morto persino il suicidio assistito”.

Senza dire del fatto che il referendum sull’eutanasia legale è sub judice da parte della Consulta. Superato, infatti, l’esame puramente formale della Corte di Cassazione, quello sulla validità del numero delle firme (500 mila era il tetto minimo per arrivare a dama, ne sono arrivate più di un milione, e qui il merito – come per gli altri referendum popolari, sottoscritti in questi mesi – arriva dall’introduzione della firma digitale, via Spid, marchingegno virtuoso escogitato sempre da Magi e infilato, a luglio scorso, nel Dl Sostegni leggi qui), ora spetta alla Corte costituzionale dire se il quesito referendario è compatibile con i principi sanciti dalla Carta e se non viola leggi dello Stato sulle quali non è possibile chiedere referendum.

Riccardo Magi, +Europa (LAPRESSE)

Un giudizio di merito, dopo quello formale, per nulla scontato: sono diversi i costituzionalisti e i giuristi che ritengono che non sia ammissibile, così com’è formulato, il quesito sull’eutanasia, come ci spiega, più avanti, Stefano Ceccanti. Potrebbe, invece, arrivare prima una legge che, nei fatti, renderebbe inutile il referendum? Potrebbe, appunto, ma non è affatto detto che ci si arrivi, in questo scorcio di legislatura, che si chiuderà a febbraio del 2023, se non pure prima.

Un anno e mezzo, non di più, di tempo, stante il piccolo particolare che, ormai da settimane, le Camere sono impegnate nella sessione di bilancio, la quale -per prassi- blocca l’esame di ogni legge ordinaria, e che da metà gennaio le stesse Camere saranno occupate dalle votazioni per eleggere il futuro Presidente della Repubblica. Insomma, a stento si inizierà con la discussione generale, alla Camera, sull’eutanasia, poi i lavori si bloccheranno per forza di cose e se ne riparlerà, se va bene, nel 2023. Senza dire che, in Italia, vige il bicameralismo paritario (fin quando una proposta non viene votata in modo identico dalle due Camere non è legge) e dunque, ove mai il testo di legge sull’eutanasia passasse l’esame della Camera dei Deputati, dovrebbe poi passare anche le forche caudine dell’esame del Senato, dove il centrodestra e i centristi, come ha dimostrato l’affossamento del ddl Zan a settembre, la fanno, ormai, da padroni.

Infine, va anche detto che, per questo referendum come per tutti gli altri che, in questi mesi, hanno ottenuto un vero boom di cittadini firmatari (cannabis: un milione di firme in meno di un mese; giustizia: un milione di firme in sei mesi; caccia: poco più di 500 mila firme in pochi mesi), ove mai la legislatura finisse in via anticipata nel 2022 e si arrivasse a nuove elezioni politiche entro giugno, i quattro referendum (sei quesiti sulla giustizia, tre quesiti singoli su caccia, cannabis, eutanasia) verrebbero sospesi: di celebrare i referendum se ne riparlerebbe non prima del 2023. Così, infatti, prescrive la legge istitutiva del referendum, strumento previsto dalla Costituzione ma che è stato attivato solo a partire dal 1970 in poi: se si devono tenere elezioni politiche (in via ordinaria o anticipata) è il referendum che slitta. Insomma, il voto ha sempre la priorità, il che – ad alcuni partiti, che non hanno alcuna intenzione di schierarsi su quesiti così divisivi (anche, come detto, il Pd, non solo Lega e FdI) – conviene, nel senso che anche per questo motivo potrebbero decidere di correr a urne anticipate.

 

La battaglia in Parlamento: il testo base c’è e il centrodestra è pronto ad affossarlo in Aula. Magi protesta.

Uno dei relatori della proposta di legge sull’eutanasia, Alfredo Balzoli

Alla fine, però, almeno per fissare una data sul calendario della Camera, ce l’hanno fatta. La legge sulla morte medicalmente assistita arriverà alla Camera il 13 dicembre. Merito dell’insistenza e testardaggine del presidente della commissione Giustizia della Camera, Mario Perantoni (M5S), che ha lavorato per far passare – di concerto con la presidente della commissione Affari sociali, Maria Lucia Lorefice (M5S) – un testo che, ormai da tre anni, vegetava in commissione. E merito dei due relatori, il dem Alfredo Bazoli e il grillino Nicola Provenza, che hanno cercato una mediazione sulle richieste del centrodestra. I quali, però, non assicurano un voto favorevole, ma almeno garantiscono “l’approdo in Aula”. Un risultato che però suscita subito la reazione fortemente polemica di Riccardo Magi di Più Europa che dice: “Hanno prevalso quelli che vogliono mandare la legge sul binario morto”.
E dunque in aula a Montecitorio, quale sarà l’esito per il testo sulla suicidio medicalmente assistito? Bazoli– cattolico democratico, bresciano, uomo mite – la mette così: “Abbiamo raggiunto l’unico compromesso possibile che garantisce, appunto, l’arrivo in Aula, e non il muro contro muro anche su questo, ma certo non offre garanzie sul voto favorevole del centrodestra”. Alla domanda cosa faranno Lega e Forza Italia, risponde con sincerità:”Certo non voteranno a favore”. Si asterranno? “Vedremo” si limita a dire, laconico. Di sicuro c’è che il centrosinistra giallorosso (Pd, M5S e Leu), ha i voti per mandare il testo al Senato, ma lì il destino del provvedimento sul fine vita si preannuncia già segnato, e in senso negativo, come è già accaduto per il ddl Zan, proprio per via dei numeri risicati, a palazzo Madama, dell’alleanza di governo che reggeva il Conte bis. In più, Italia viva è divisa anche alla Camera: rispetto al sì convinto di deputate come Lucia Annibali e Lisa Noja, che lo hanno espressamente detto nelle relative commissioni, e rispetto al sì di Roberto Giachetti, ci sono anche molti no, a partire dai renziani più vicini alle sensibilità del mondo cattolico, mentre il presidente di Iv, Ettore Rosato, che è anche vicepresidente della Camera, ritiene quello di Bazoli un “testo equilibrato” su cui lavorare. “Nella passata legislatura abbiamo fatto un passo storico con l’approvazione della legge sul testamento biologico – sostiene Rosato – costruendo un consenso ampio e trasversale. Oggi sul punto specifico segnalato dalla Corte mi sembra sia stato fatto un lavoro equilibrato contenuto nel testo base, ancora migliorabile in alcuni punti con il lavoro emendativo da fare in aula”.
E anche nel gruppo Misto, molti gruppi minori sono contrari, da Coraggio Italia (Toti-Brugnaro) a Noi con l’Italia (Lupi) e a Centro democratico (Tabacci), mentre la pattuglia ex M5s è per il sì.
Ma è proprio sulla data del 13 dicembre che Riccardo Magi protesta. Per lui il giorno giusto per cominciare avrebbe dovuto essere, al massimo, quello del 3 dicembre. Passare al 13 invece significa segnare comunque il destino della legge anche a Montecitorio. Perché, spiega Magi, “con la sessione di bilancio e gli altri provvedimenti urgenti, e con la pausa di Natale, a quel punto si arriva all’elezione del presidente della Repubblica”, cioè a febbraio del 2022. Magi non nasconde neppure di essere polemico con le concessioni fatte dai relatori giallorossi al centrodestra, su molti degli emendamenti.

Le concessioni alla destra sugli emendamenti e la difficile ma positiva mediazione dei relatori

Ma quali sono state, in concreto, queste concessioni dei relatori? Sicuramente è stata respinta l’ipotesi di rendere obbligatorie le cure palliative, che anzi potranno essere rifiutate da chi chiede la morte medicalmente assistita. Ma il centrosinistra accetta che chi chiede di morire non solo sia affetto da “una patologia irreversibile“, ma per lui sia stata già preannunciata “una prognosi infausta“. Non solo, le sue sofferenze non dovranno essere solo “fisiche“, ma anche “psicologiche“. A queste concessioni se ne aggiungono altre formali sull’intero testo del ddl. In compenso, dopo una giornata di estrema tensione, quella di mercoledì, in commissione, è venuto meno “il clima di scontro frontale, almeno non ci si affronta all’arma bianca”. Frutto di 24 ore in cui i relatori Bazoli e Provenza hanno fatto di tutto per evitare che la futura legge sul fine vita potesse saltare del tutto, cioè all’anno nuovo.

I tre fronti in campo e la palude del Senato

Insomma, i sostenitori del provvedimento, anche quelli schierati in prima fila, come il dem Alfredo Bazoli, Giorgio Trizzino (exx M5s, oggi nel Misto, ex relatore del provvedimento) e Gilda Sportiello del M5S, esultano per la mediazione trovata, gli oltranzisti come Magi – storicamente vicino alla Luca Coscioni (e gli ex radicali di +Europa) – non sono soddisfatti della mediazione raggiunta, Iv si divide sul tema, il Pd pure, il centrodestra annuncia dura battaglia. In Parlamento c’è infatti anche chi, come la senatrice Udc, Paola Binetti, dice: “È un suicidio su commissione, una inversione radicale della missione del medico. Questo è solo un primo passo per arrivare alla legge sull’eutanasia”. Ma se la Binetti ha, almeno, il coraggio di parlare ed esprimere, in modo coerente con le sue posizioni di cattolica oltranzista, il suo secco no, il resto del centrodestra resta silente e acquattato, ma pronto anche ad affossare la legge in Aula, dove saranno possibili, peraltro, i voti segreti.
Emma Bonino, senatrice di Più Europa, sul tema del suicidio assistito ha spiegato a La Stampa che “la situazione è questa: la legge non c’è, c’è una, anzi due sentenze della Corte, ma nessuna legge. Quindi per aiutare Mario io penso che bisogna trovare qualcuno che la applichi, intanto”. Un chiaro, succinto, riassunto della tragica questione.

Il parere del costituzionalista Ceccanti: liberalizzare sì, ma da liberali, non libertari…

Stefano Ceccanti

Articolata, ma molto dubitativa e problematica è, invece, l’opinione del deputato del Pd, e raffinato costituzionalista, Stefano Ceccanti, sul quesito referendario sull’eutanasia, che dice: “L’impostazione data dalla Corte con le sue decisioni cerca di individuare dei parametri oggettivi che individuano una zona grigia in cui lo Stato si ritrae, ma non perché dall’altra ci siano diritti individuali non negoziabili, ma solo perché alcuni comportamenti, pur negativi, non possono essere oggetto di intervento penale e quindi sono liberi. Al di là del dettaglio su questa o quella condizione di non punibilità del singolo, la Corte in sostanza cerca di individuare la frontiera tra malattia irreversibile, o comunque intollerabile, e non malattia. Dove queste condizioni oggettive non ci sono, e dove quindi il legame tra persona e comunità è solido, esso non può essere spezzato. Dove viceversa il legame è ormai indebolito al massimo, o comunque pressoché scomparso, il diritto penale si può ritrarre prendendo atto di questa realtà. Qui passa la frontiera tra l’equilibrato testo-base delle Commissioni Giustizia e Affari Sociali sull’aiuto al suicidio che sviluppa la giurisprudenza della Corte, che può anche essere declinata in modi diversi dal momento che ha detto ciò che è incostituzionale ma non ha dato una soluzione univoca, e il quesito referendario che invece giunge alla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, anche di quello sano. È il confine che c’è tra una posizione liberale ed una libertaria”, conclude Ceccanti.