Nella Human Library le storie diventano ‘vive e parlanti’: a raccontarle sono le persone che le hanno vissute

Fondata nel 2000 in Danimarca, dall'omonima organizzazione non profit, oggi la "Biblioteca umana" è diffusa in oltre 80 Paesi del mondo, anche in Italia. Alla base stesse regole e stessi valori: inclusione delle diversità, confronto, ascolto. Ma soprattutto, come scritto nel cartello di ingresso: "Non giudicare nessuno"

Le storie, si sa, hanno sempre affascinato l’essere umano. racconti, biografie, romanzi, diari: i libri racchiudono in sé quella magia potente, quell’incantesimo ammaliatore che attira, che incuriosisce, che fa stare milioni di persone incollate alle loro pagine. E allora cosa c’è di più affascinante di una biblioteca? Luogo di studio, di piacere, luogo che racchiude in sé misteri e vite, esistenze, di chi ne ha percorso i corridoi e di chi, racchiuso appunto tra le pagine dei volumi sugli scaffali, è pronto a far conoscere la propria storia ai lettori. Allora, forse, ancor più affascinante è la “Human Library”, nata Danimarca e diffusa in tutto il mondo: un luogo, anzi tanti, sparsi nel Paese, dove l’uomo diventa libro e viceversa.

Quella di Anders Fransen, ad esempio, è una storia impegnativa. Cieco e ipoudente, ha anche una rara condizione genetica che riduce la sua capacità di sudorazione. “Nella mia vita quotidiana, può essere difficile connettersi con le persone – ha detto il 37enne danese -. Penso che abbiano paura delle cose che sono diverse da quelle a cui sono abituati”. Così, ogni settimana circa, Fransen – e la storia della sua vita – vengono “pubblicati”. “Vengo a ‘The Human Library’ perché voglio rendere le persone consapevoli che dietro le mie condizioni sono una persona”, ha aggiunto il ragazzo, che ha tre titoli nel suo catalogo umano, tra cui uno chiamato ‘Special Handicap’.

L’idea delle “Biblioteche viventi”

La Human Library, infatti, è una sorta di piattaforma unica di apprendimento sociale, dove i libri sono corpi e le storie sono raccontate dai personaggi della vita reale che le hanno vissute. Si tratta di un’idea nata dalla società non profit omonima, spinta dal desiderio di offrire uno spazio e un tempo giusti per il dialogo, per ragionare sulla diversità e sul disagio sociale al di là dei giudizi, per scoprire che dietro ogni storia c’è un essere vivente, in carne e ossa. Fondata nel 2000 e presentata per la prima volta al festival musicale di Roskilde, in Danimarca, l’iniziativa si è diffusa in oltre 80 Paesi con migliaia di persone in tutto il mondo che vengono pubblicate ogni anno. In effetti che ci vuole a trasformare una vita in un racconto, una persona in un libro aperto? Non è forse quello che facciamo sempre?

Il primo convegno in Italia sulle Human Library si è tenuto ad ottobre 2017 a Pistoia e nel 2015, grazie all’Associazione Culturale Pandora a San Giovanni Valdarno (AR), è nata la Human Library Toscana, una delle poche in Italia ad aver ricevuto il riconoscimento da parte dell’organizzazione internazionale. Altre Biblioteche Viventi però si trovano a Verona, Milano, Bergamo, Treviso, Torino e Palermo, mentre a Bruxelles tre ragazzi italiani lavorano in particolare con il comune di Saint-Gilles. Gli organizzatori provengono tutti da ambienti diversi e chiunque può entrare a far parte della comunità in tutto il mondo, ma è fondamentale condividere gli stessi valori e rispettare le regole imposte alla base dell’iniziativa. “Abbiamo cercato persone senza fissa dimora, disoccupate, depresse, con problemi di salute mentale, con alcune disabilità, che potessero aiutarci ad educare“, ha spiegato Ronni Abergel, fondatore e CEO della no-profit. E aggiunge: “Quale potrebbe essere una fonte migliore da cui imparare di qualcuno che ha effettivamente vissuto un’esperienza?”. Oggi, l’associazione si avvale di migliaia di volontari, organizzando regolarmente eventi presso luoghi dedicati in tutto il mondo. Librerie, musei, scuole, festival ed eventi: sono tutti i posti dove poter prendere in prestito per 30 minuti una storia, cioè una persona che racconta la propria, scelta su una sorta di menù con narrazioni per tutti i gusti.

Luoghi di incontro con la diversità

Luoghi dove argomenti tabù possono essere discussi senza condanne, dove persone che altrimenti non si incontrerebbero mai possono trovare uno spazio di conversazione. In un recente incontro al “Reading Garden” della biblioteca di Copenaghen i partecipanti hanno ad esempio potuto scegliere da un programma di 15 potenziali letture: i libri ‘viventi e parlanti’ avevano titoli che andavano da ‘Pensione precoce’ e ‘Solitudine’, a ‘Abusi sessuali’ e ‘Vittima di incesto’. Una volta selezionata la storia, i ‘lettori’ – in gruppo o uno a uno – hanno circa mezz’ora per esplorare la storia del libro. Nessuna domanda è off-limits, anche se i libri potrebbero non voler rispondere. “Vogliamo che il libro torni in tempo, nelle stesse condizioni, non puoi portarlo a casa”, ha scherzato Abergel. Il 48enne direttore dell’organizzazione non profit ha detto che il termine “biblioteca” è stato scelto per il ruolo neutrale che questa svolge nelle comunità. “Che tu sia giovane o vecchio, ricco o povero, non importa chi sei, potremmo tutti incontrarci lì e imparare”. Naturalmente si dice spesso: “Non giudicare un libro dalla sua copertina“, ma Abergel e i volontari che lo aiutano a mettere in scena eventi regolari hanno smesso di usare questa frase perché “non è vero, perché non possiamo smettere di giudicare, quindi dirlo è un po’ ridicolo”. Come dimostrato da una coppia di psicologi dell’Università di Princeton nel 2006, gli esseri umani si fanno una prima impressione letteralmente in un batter d’occhio. Un decimo di secondo, per essere precisi. Invece, all’ingresso della biblioteca ci sono tre semplici parole: “Non giudicare nessuno“.

Tornare a comunicare

In mezzo alla solitudine della vita moderna e all’isolamento provocato dalla chiusura per il Covid-19, Abergel crede che la missione della biblioteca sia più rilevante ora che mai. Per questo è attualmente in lavorazione un’applicazione mobile per collegare i lettori con i ‘libri umani’ internazionali, di tutto il mondo. “Tendiamo a confrontarci sempre con persone che ci assomigliano e che fanno le stesse cose che facciamo noi – ha spiegato -. A volte c’è qualcosa di superficiale che rende difficile identificarsi così fortemente con qualcuno di ‘diverso’ come invece faremmo con gli altri, ma una volta che si arriva più a fondo, dietro la copertina del libro, ci si rende conto che si ha molto più in comune di quanto ci si potrebbe aspettare”. Dopo un periodo in cui la comunicazione faccia a faccia, di persona, è quasi scomparsa a causa delle restrizioni per la pandemia, molti troveranno questa nuova formula di incontro, di dialogo, di connessione con gli altri davvero preziosa, oltre che educativa. Ma ci vogliono e ci vorranno anche tanta fantasia e tanta fiducia nel prossimo, perché trasformare la propria vita in un libro aperto, in pagine da ascoltare, è un atto di coraggio, quasi una sfida alla comprensione di cosa voglia dire veramente “mettersi nei panni degli altri” e provare a riconoscersi in storie che non sono la nostra.