“Nelle Forze Armate non c’è discriminazione. Il nostro ruolo al fianco della società civile e nelle azioni di peacekeeping”

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, intervistato da Luce!, illustra l'importanza del lavoro e della presenza costante delle Forze armate nella società italiana e all'estero. Dalla pandemia alla crisi afghana, "Il nostro Paese rappresenta un esempio nelle operazioni volte a ristabilire la pace e la tutela dei diritti fondamentali"

“Le Forze Armate lavorano al fianco della società civile, da prima che ci fosse il Covid, in Italia e nelle attività di peacekeeping. Con l’operazione Omnia bis porteremo via altri 500 civili afghani dal regime dei talebani. Nelle Forze Armate nessuna discriminazione ma una forte propensione all’inclusione“. A parlarne è il ministro Lorenzo Guerini.

Il ministro Guerini

L’Università Cattolica e la militanza politica. Chi è il ministro alla Difesa

Lorenzo Guerini, prima ancora di diventare ministro della Difesa – carica che ha ricoperto già nel governo Conte bis (2019-2021) e che ricopre nell’attuale esecutivo guidato da Draghi dal febbraio 2021 – è stato uomo di partito e, anche, un totus politicus. Classe 1966, laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con una tesi in storia delle Dottrine Politiche, allievo del professor Gianfranco Miglio e della sua (rigida e impietosa) scuola, dove chi scrive lo ha incontrato e conosciuto. Ha militato nella Dc, nel PPI e poi nella Margherita, fino all’ingresso nel Pd, partito di cui è stato portavoce, coordinare e vicesegretario, negli anni 2013-2017, quando il segretario era Matteo Renzi. Lodigiano doc, presidente della provincia di Lodi per dieci anni (1995-2004) e sindaco di Lodi (2005-2013), in entrambi i casi eletto per un doppio mandato, sempre alla guida di larghe coalizioni di centrosinistra, è diventato deputato nella XVII e riconfermato nella XVIII legislatura. Presidente del Copasir, l’organo di controllo sui servizi segreti, tra il 2018 e il 2019, ministro dal 2019, coordina, insieme a Luca Lotti, la corrente di ‘Base riformista’, cioè la minoranza interna Pd. Democristiano di rito ‘forlaniano’, moderato per natura e per vocazione, i compagni di partito (Pd) che vengono dal Pci-Pds-Ds li chiama ancora ‘comunisti’ per antico lignaggio e raffinato vezzo.
Una moglie, tre figli e un cane che adora quanto la sua famiglia, tifoso sfegatato del Milan, cattolico praticante, ma più di rito domenicano, che francescano, Guerini ritiene la politica “una scienza esatta”, come gli ha insegnato il professor Miglio, ma pure che “la fortuna aiuta i capaci”…
Tra le altre (pochissime) curiosità della sua vita privata, c’è la passione per i libri e per lo studio (della politica, e non solo) e una sola esperienza ‘da soldato’: il servizio militare obbligatorio svolto, nel 1991-1992, presso il battaglione Alpini “Edolo” e un reggimento di artiglieria a cavallo, a Milano, che lo ha visto congedarsi come sergente. Da tre anni, ormai, ‘comanda’ la Difesa italiana.

L’intervista

Ministro Guerini, il 4 novembre, giorno dell’Unità Nazionale e la giornata delle Forze armate, è stato il centenario del Milite Ignoto. Una celebrazione del sacrificio di tanti soldati morti nella Grande Guerra che senso ha, cento anni dopo, e come può essere interpretata come segno di pace e riconciliazione nazionale e Paesi allora nemici?

“Commemorare il Milite Ignoto vuol dire celebrare un momento fondamentale della storia del nostro Paese: un simbolo che onora il nostro passato, richiama la nostra memoria, unisce un popolo. Il 4 novembre abbiamo voluto ricordare la rinascita del Paese simboleggiata proprio dal Milite Ignoto. Il viaggio del soldato senza nome, scelto dalla madre d’Italia, Maria Bergamas, fu un viaggio innanzitutto di unificazione della comunità nazionale, così tragicamente colpita dalla guerra, e vide una grandissima partecipazione popolare. A cento anni di distanza quei valori di unità e solidarietà sono ancora molto attuali. In quel viaggio da Aquileia a Roma, in qualche modo, si è formata l’identità nazionale del Paese”.

Parliamo dell’emergenza Covid: le Forze armate sono state vicine, prossime, agli italiani, soprattutto durante la fase più acuta della pandemia. Come renderle sempre più ‘friendly’, amiche della popolazione civile?

“Ritengo che, senza dubbio, le Forze armate abbiano svolto un lavoro encomiabile in tutta la fase difficile e critica della pandemia. Mi consenta, però, una breve premessa: la visione errata delle Forze Armate chiuse nelle caserme, distanti ed estranee dalla società civile, appartiene al passato. Da decenni infatti, sono parte integrante della società. La pandemia è solo l’ultimo degli eventi che le ha viste lavorare al fianco delle istituzioni civili. Hanno fornito uno straordinario contributo in risposta ad un evento di impatto globale, inatteso, che ha chiesto uno sforzo senza precedenti. Ma non dimentichiamo tante altre attività come, ad esempio, l’operazione Strade sicure, forse una delle più visibili ai cittadini, oppure gli interventi in caso di catastrofi naturali. Anche per questo tutti gli italiani sono fieri dell’impegno quotidiano, coraggioso, silenzioso delle donne e uomini in divisa”.

L’Italia è impegnata in tante operazioni di peacekeeping all’estero, in scenari delicati, a volte anche di conflitto. C’è una collaborazione in atto, oltre che con la Farnesina, con le Ong e la società civile di questi Paesi?

“Il nostro Paese rappresenta un esempio di alta capacità professionale e umana nelle operazioni volte a ristabilire la pace e la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto attraverso la vicinanza e la capacità di dialogo con le popolazioni locali. L’Italia partecipa attivamente e fornisce un contributo significativo alle missioni di peacekeeping. Nei Paesi che ospitano le nostre missioni lavoriamo insieme alle Forze armate e a tutte le parti presenti sul territorio per assicurare stabilità e sicurezza. I progetti di cooperazione civile e militare vanno avanti, sempre con l’obiettivo di facilitare la collaborazione con le istituzioni locali, contribuendo allo sviluppo culturale, sociale ed economico dei Paesi nei quali interveniamo e operiamo. Un impegno che popolazioni locali e istituzioni ci riconoscono e che ho avuto modo di verificare in prima persona”.

L’operazione Aquila Omnia, condotta dal ministero della Difesa e dalle Forze Armate è stata un successo. Può farci un bilancio? E cosa può fare ora l’Italia per non lasciare soli gli afghani che non ce l’hanno fatta a fuggire dal regime dei taliban, soprattutto donne e bambini? Ci sono ancora dei nostri collaboratori lì presenti da aiutare?

“È stata un’operazione umanitaria di portata storica, senza precedenti, e l’Italia è stata in prima fila: le donne e gli uomini delle Forze armate hanno dato prova di altissima professionalità, impegno e abnegazione. Il lavoro, anche diplomatico, non si è mai fermato. Oggi con l’operazione Omnia Bis siamo nelle condizioni di poter portare nel nostro Paese altri 500 cittadini afghani, che si aggiungeranno ai quasi 5mila già evacuati lo scorso mese di agosto. Un numero che va ben oltre quello dei collaboratori diretti dei nostri contingenti e della nostra missione diplomatica e dei loro familiari. Ricordo che, tra loro, c’erano attivisti dei diritti umani e dei diritti delle donne, giornalisti, membri delle istituzioni e collaboratori delle organizzazioni non governative italiane, presenti sul territorio in questi anni. Ora tutta la comunità internazionale deve lavorare per impedire che l’Afghanistan torni a essere terreno fertile per il terrorismo internazionale e che il regime talebano mantenga le promesse fatte. Il nostro Paese, nelle scorse settimane, è stata protagonista del G20, durante il quale questi temi sono stati messi al centro della discussione, nella consapevolezza comune della necessità che gli sforzi vadano avanti”.

Vedere donne in divisa ormai è normale, ma la parità dei generi, almeno così dicono le cronache, è ancora lontana dal realizzarsi? Le donne possono raggiungere i vertici o si limitano a ricoprire ruoli di complemento e non operativi? Nelle Forze armate una donna come si conquista spazi fra i militari? Proprio in Afghanistan, in alcune situazioni, hanno avuto un ruolo molto importante…

“Non solo in Afghanistan. Da questo punto di vista hanno svolto un ruolo davvero decisivo, in particolare in quei teatri complessi dove i contatti con la popolazione femminile sono preclusi ai militari uomini. Grazie ai FET (Female Engagement Team), tra i cui compiti principali rientrano l’interazione in particolare con donne e bambini, si è potuto costruire un rapporto di fiducia con la popolazione femminile locale altrimenti impensabile. Detto ciò, aggiungo che ero e resto fermamente convinto che l’arruolamento femminile, introdotto oltre venti anni fa, rappresenti un passaggio epocale dal punto di vista sociale e culturale, ed ha senza dubbio arricchito la Difesa. Oggi le donne sono parte integrante dello strumento militare: pilotano jet, comandano navi, operano all’interno di sottomarini, comandano unità di carabinieri. Un aspetto che nei prossimi anni, naturalmente, sarà ampliato e rafforzato senza preclusioni”.

Ministro, il nostro canale, Luce! si occupa di sociale, diversità, inclusione e solidarietà. Come si coniugano questi principi all’interno delle Forze armate, nel loro lavoro quotidiano?

“La solidarietà è uno degli aspetti che caratterizzano il mondo militare. Ciò non deve sorprendere. Gli stessi regolamenti militari garantiscono tutele e rispetto della persona. Non ci sono discriminazioni, anzi, c’è una forte propensione all’inclusione, basata sui valori di solidarietà e contrasto a ogni forma di emarginazione. Le Forze armate sono, e sempre saranno, presidio di valori, dedizione, impegno, rispetto e solidarietà. E credo che questo compito e azione sia nella coscienza degli italiani”.

Lei è stato tra i primi ministri a parlare della necessità di una Difesa Europea. Ne abbiamo davvero bisogno? E perché?

“Sgombriamo subito il campo da potenziali fraintendimenti. L’architrave della nostra sicurezza è e resta l’indissolubilità del rapporto transatlantico. Ecco perché, come ho avuto modo di spiegare in più occasioni, una maggiore ambizione da parte dell’Europa non significa emanciparsi da qualcosa. Anzi, una maggiore Difesa Europea contribuirà a rafforzare anche l’Alleanza transatlantica. La cooperazione tra le due organizzazioni non deve essere messa in discussione. Oggi l’Unione europea sta svolgendo una riflessione strategica seria e approfondita, che va sotto il nome di “Bussola Strategica”, e lo sta facendo parallelamente al lavoro di revisione strategica che si sta compiendo in ambito NATO. Si tratta di un momento per molti aspetti storico. Un momento in cui si dovranno compiere scelte politiche coraggiose. L’Italia ne è pienamente consapevole ed è pronta a fare la sua parte”.