Nicoletta Sipos: “Colette, scrittrice per caso e femminista ante litteram un incentivo per le battaglie di tutte le donne”

La giornalista ha pubblicato una biografia della poliedrica autrice francese, dopo il romanzo verità "Il buio oltre la porta", sulla violenza di genere. "Il governo usi i soldi europei per costruire case protette". E sulla fecondazione assistita: "Non capisco la contrarietà della chiesa per un impegno tanto pesante sul piano psicologico e sanitario"

Come per il regista Truffaut l’amore, il soggetto d’elezione di Nicoletta Sipos sono senza dubbio le donne. “Ognuno deve scrivere di cose che conosce bene: da donna è naturale per me raccontare la condizione femminile”. Oltre a fare per mezzo secolo la giornalista nei quotidiani Il Giorno e Avvenire e nei settimanali Gente e Chi, Sipos, 80 anni, ha scelto anche di scandagliare i problemi che affliggevano il secondo sesso. “Solo scriverne, di certi problemi, è un aiuto: ho firmato tanti fazzoletti nei bar, al posto di libri, perché le donne che li avevano comprati si vergognavano a portarseli dietro. Le stesse donne, però, che mi dicevano di aver fatto leggere i miei libri alle loro madri, ai loro mariti perché capissero”. Dal romanzo-verità “Il buio oltre la porta”, edito nel 2009 da Sperling & Kupfer, dove ha descritto le violenze domestiche all’interno di una buona famiglia della borghesia italiana, a “Perché no?”, dove ha ripercorso le problematiche legate alla fecondazione assistita, Sipos ha dedicato alle donne anche la sua ultima fatica: “Colette. Un sogno audace”, uscito quest’anno.

Partiamo dall’ultimo: chi era Sidonie-Gabrielle Colette?

“Era semplicemente una persona che, non avendo mai pensato di scrivere, si è trovata, per i casi della vita e costretta dal primo marito, che aveva una sorta di azienda di promozione culturale, a farlo. E così, prima forzatamente poi divertendosi, ha scritto più di 60 romanzi, oltre 3mila articoli per i giornali, tante sceneggiature per il cinema e testi di teatro. È stata una scrittrice e una manager di se stessa nella prima metà del 900.

Potremo considerarla una femminista ante-litteram?

“Certo, Colette era indipendente, non solo economicamente. Ha osato, prima nella storia, mettersi nuda su un palcoscenico. Si è fatta da sola, conquistandosi persino la firma: i suoi primi quattro libri, che erano dei best seller assoluti, sono apparsi infatti con lo pseudonimo del marito e lei ha dovuto lottare per firmarli con il suo cognome”.

Lei ha scritto “Perché no?” nel 2011, romanzo-verità sulla fecondazione assistita, che cosa è cambiato da allora in Italia?

“Le leggi sono cambiate, ma la mentalità è rimasta abbastanza immutata: non avere figli viene ancora considerata una colpa. Si dà per scontato, ad esempio, che una donna debba e possa diventare madre, ma non è sempre così: a volte possono esserci dei problemi oggettivi. Bisognerebbe scindere la maternità dall’essere donna. Faccio sempre l’esempio di Madre Teresa di Calcutta, che era madre di tante persone povere e disagiate, ma non aveva figli suoi ed è la dimostrazione che essere madri è, prima di tutto, un’inclinazione dello spirito”.

Lo stigma sociale del non avere figli colpisce ancora le donne?

“Sì, si tende sempre a pensare che ci sia ‘qualcosa di storto’ nella donna. Anche perché, dal punto di vista maschile, si confonde infertilità con impotenza, uno stigma che l’uomo non sopporta e che quindi scarica sulla donna”

Lei è a favore della fecondazione assistita?

“È uno strumento che la scienza ci mette a disposizione e non capisco perché una persona, se vuole affrontare un percorso così difficile e delicato, debba essere scoraggiata. Sulla fecondazione assistita ci sono grosse contrarietà da parte di ambienti cattolici, ma personalmente non ne capisco i motivi. Ammiro chi affronta questo percorso, perché è pericoloso e pesante, sia dal punto di vista psicologico sia sanitario, ma sono tante le donne che lo intraprendono con impegno e naturalezza”.

Nel “Buio oltre la porta”, alla sua quinta edizione, la protagonista è una donna, vittima di violenza, appartenente a una buona famiglia della borghesia italiana. Come mai ha scelto di raccontare proprio questa storia?

“Per caso. L’8 marzo, in casa di un’amica, ho incontrato questa signora. Quando la serata è finita, lei mi ha chiesto un passaggio in macchina e, mentre eravamo sole, mi ha accennato alla sua storia, chiedendomi di scriverla. Per motivi legali non poteva esporsi da sola e, avendo tre figli, non voleva neanche metterli alla mercé della curiosità e della cattiveria di alcuni. Io ho raccontato la sua storia, lasciando segreta la fonte. La violenza sulle donne è un problema endemico, sarà difficile scardinarlo del tutto. Il concetto per cui una donna è proprietà privata dell’uomo non è scomparso. Come leggiamo dalle cronache dei giornali, dove in media muoiono due donne la settimana, c’è un enorme carico di rabbia che lascia tanti cadaveri”.

Come lo si arresta?

“L’unica via è creare delle case protette dove madri e figli possano sentirsi davvero al sicuro. Questo, in parte, esiste in Italia, ma potrebbe essere migliorato. Servono investimenti. Quando scrivevo il Buio oltre la porta, molte case/associazioni di protezione delle donne si lamentavano che non avevano neanche i soldi per comprare le bustine del the e darne una tazza alle donne che arrivavano sconvolte. Il Recovery Fund deve ricordarsi della violenza sulle donne in modo concreto”.