Niente donne, niente convegni e ogni qualifica al femminile: il decalogo dell’Università di Torino per la parità di genere

La normativa ha valore persuasivo e non cogente, ma dal rettore Geuna alla consigliera di fiducia Bigotti bando alle iniziative in cui non figuri almeno un terzo dei relatori (non valgono ruoli di complemento) del genere meno rappresentato. De Piccoli: "Il 61% degli allievi è di sesso femminile, ma le docenti sono non oltre il 28% del totale"

Prima in Italia, l’Università di Torino ha presentato le sue linee guida per promuovere un adeguato equilibrio fra i generi, partendo proprio dagli speaker che partecipano ai convegni nella sua accademia. Un decalogo stringato, presentato l’11 giugno alla Cavallerizza di Torino, in cui l’ateneo esorta i suoi comitati organizzativi ad avere nei rispettivi eventi una lista di interventi che garantisca la presenza di almeno 1/3 del genere meno rappresentato. E non vale “se questo è coinvolto unicamente nei saluti o in ruoli di coordinamento e discussione”.

Un invito a utilizzare nelle brochure un linguaggio che declini al femminile la presenza delle donne. Un’esortazione a sottolineare criticamente gli stereotipi, durante gli interventi, prevedendo la possibilità per dipartimenti, scuole e corsi di laurea di astenersi dal concedere il proprio patrocinio se l’evento non garantisce un adeguato equilibrio fra i generi. “Delle linee guida”, specifica Elena Bigotti, consigliera di fiducia di Ateneo, “che non sono vincolanti, che non prevedono sanzioni per chi non le rispetta, ma che serviranno almeno a far sentire in posizione scomoda chi non si adeguerà. L’università non vincola e non censura, ma offre opportunità per riflettere”. Anche se, specifica il rettore Stefano Geuna: “L’intenzione è dare a ogni dipartimento un referente o un vicedirettore che possa monitorare”.

 

Appendino: “I bimbi mi chiedono dov’è il sindaco”

A fare gli onori di casa per la presentazione delle “Linee guida” è la sindaca di Torino, Chiara Appendino, che in diretta streaming avvalora la necessità di quest’iniziativa con un aneddoto personale: “Spesso quando accolgo i bambini delle scuole a Palazzo civico, prima mi salutano, poi mi chiedono ‘ma dov’è il sindaco?’”, prova a ironizzare. “Questo significa aver abituato le nuove generazioni a un mondo in cui non ci sono donne a ricoprire alcuni ruoli e non va bene, perché una società è più equa se è rappresentata in tutte le sue forme e identità”. Un problema che trova conferma nelle osservazioni scientifiche realizzate dal centro interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne di Genere (Cirsde), come spiega la sua presidente Norma De Piccoli (foto in copertina) : “La maggior parte degli iscritti a UniTo sono donne, in una percentuale del 61%, ma la presenza femminile degrada mano a mano che si sale nella gerarchia accademica: se guardiamo ai professori ordinari le donne sono infatti soltanto il 28%. Un dato simile al resto d’Italia, che si ferma al 25%. Questo significa che perdiamo percentuali di competenze scientifiche e culturali di cui il genere femminile è portatrice nel corso di carriera”.

E continua: “Le linee guida sono importanti perché sono un modo per rendere visibili donne e uomini in contesti in cui non siamo abituati a vederli. Bisogna scardinare questi stereotipi, che derivano da fattori sociali e culturali e l’Università di Torino con questa iniziativa vuole stimolare un cambiamento culturale, partendo dalla sua organizzazione. Speriamo di poter condividere queste riflessioni anche con gli altri atenei italiani”.

 

“Donne tollerate nella quota del 30%”

“In Italia ci sono sette rettrici donna su 84. Utilizziamo queste linee guida per avere schemi di giudizio creativi”, commenta ancora Bigotti. “Guardando ai numeri della partecipazione femminile in tutti i grandi organismi, nei parlamenti occidentali o nelle società partecipate, ci si accorge che il sistema sembra tollerare il 30% di donne. Non dobbiamo accomodarci su questo dato, considerando raggiunto il risultato quando la presenza delle donne è assicurata in un numero che, in fondo, è consentito. Chiediamoci cosa succederebbe se fossimo noi a ricoprire il 60% delle presenze, come reggerebbe il sistema? Queste linee guida offrono delle lenti per una possibile lettura differente”. l