“Noi mamme lavoratrici abbiamo una marcia in più, ma servono aiuti concreti. In famiglia? È bello fare le cose tutti insieme”

Mara Panajia, General Manager Henkel Italia, ci racconta la sua esperienza di mamma in carriera, tra qualche sacrificio e la forte complicità con la famiglia. "Quest'anno per la festa della mamma il regalo ai miei figli lo faccio io: passare qualche giorno tutti insieme in vacanza"

“Io sono contentissima. Diciamo che fino a poco tempo fa essere una mamma che lavora era veramente pesante, eravamo un po’ viste come persone di serie B. Adesso invece veramente sono felice perché è il nostro momento e soprattutto perché le donne possono essere se stesse e possono portare la loro esperienza di madri nel lavoro e la loro esperienza di donne lavoratrici in famiglia. Non dobbiamo più vergognarci o fingere di essere diverse”.

Mara Panajia è la general manager Henkel Italia, divisione Loundry & Home Care. Di origini calabresi, di cui va molto fiera, dopo il Liceo classico si sposta a Milano per frequentare la Bocconi. Fin da giovanissima ha già ben chiaro cosa vuol ‘fare da grande’:  “A 10 anni leggevo le etichette degli shampoo e dei biscotti e andavo a cercare le pubblicità quando invece tutti le saltavano. Avevo già in testa che volevo fare qualcosa del genere, non sapevo nemmeno se esistesse come lavoro o cosa si dovesse studiare per farlo”. Dopo la laurea, nel 1995 entra in Danone, nel settore controllo di gestione, ma sempre con il pallino del marketing, ambito al quale accede dopo qualche anno. Dopo 5 anni passa ad Henkel, come brand manager di Dixan, poi diventa direttrice del marketing (nel settore Laundry & Home care). A quel punto Mara sente di aver raggiunto l’apice della sua carriera. In quel periodo è nata Emma (secondogenita dopo Andrea, 16 anni, il “suo gigante”) e sua madre si è ammalata ed è mancata. “Sono passati 10 anni dall’ultima festa della mamma che ho trascorso con lei, che stava in Calabria. Una mamma ci conosce e ha molta più fiducia in noi di quanta ne possiamo avere noi stessi. Lei mi chiedeva sempre “Ma tu quand’è che diventerai General Manager?” E io le rispondevo che non lo sarei mai diventata. E invece, nel momento in cui lei è mancata, si è risvegliato qualcosa in me”. Va dal suo capo, un uomo ovviamente, perché nella sua divisione non c’è mai stata una donna, e gli chiede cosa fare per prendere il suo posto. Lui la guarda strano, le spiega le difficoltà che dovrà affrontare, tra le quali l’esperienza all’estero, obbligatoria. Da lì inizia la seconda fase della sua carriera, anche grazie a suo marito. “È la persona più incredibile della mia vita. L’ho conosciuto mentre lavoravo in Danone, è francese ed era venuto in Italia per stare qui 2 anni. Quando ci siamo incontrati stava per tornare in Francia, ma alla fine non è più partito”.
Dopo l’esperienza di vendita, con la bimba ancora molto piccola, le viene chiesto di andare in Germania per due anni. Con l’appoggio del marito, “supportato dalla nostra tata, con noi ormai da 16 anni, fa parte della famiglia”, Mara parte nel 2014. Ma da due, gli anni all’estero diventano cinque. Per 5 anni parte il lunedì mattina, rientra il giovedì sera, il venerdì lavora da casa (una precorritrice dello smartworking) ma riesce comunque a ritagliarsi i suoi spazi in famiglia. “Poi finalmente sono rientrata in Italia e da lì tutta un’altra storia“.

Noi di Luce! abbiamo intervistato la mamma-general manager Mara Panajia.

Binomio mamma-manager: sempre più donne, come lei, ci dimostrano che è realizzabile, ma ci sono ancora troppi stereotipi legati a questi aspetti della vita di una donna. Lei come vive queste sue due professioni?
“Mi dispiace dire che gli ostacoli, secondo me, più che oggettivi e materiali sono proprio culturali. Ripeto spesso che, forse, oggi posso essere considerata un modello positivo. Nel corso dei miei 5 anni di commuting in Germania ero molto giudicata, ero guardata male paradossalmente proprio dalle donne che mi dicevano “Come fai a lasciare due figli piccoli? come fai a lasciare tuo marito?”. Senza sapere che dietro c’era un’organizzazione e una sintonia di coppia incredibile: io il weekend lo passavo a fare la spesa, a preparare da mangiare per loro, per la settimana, in modo che mio marito non avesse alcun problema. Perché anche lui lavora, e ogni mattina portava i ragazzi a scuola, tornava a casa, prendeva la moto, andava in ufficio. È stato impegnativo ma ce l’abbiamo fatta. Il problema è che questi tipi di modelli non sempre sono apprezzati e purtroppo in Italia lo sappiamo bene. Ho letto dei dati impressionanti: 37mila donne che hanno lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Questo perché, magari, non tutte possono permettersi una baby sitter a tempo pieno o non hanno la possibilità di avere i nonni vicino. È molto importante che ci siano veramente degli strumenti, che ci siano dei supporti. Vedo la realtà francese: i miei cognati hanno 4 figli, ma lì ci sono una serie di agevolazioni anche fiscali; nel momento in cui hai il terzo figlio l’imposizione fiscale si dimezza e ci sono anche assegni familiari. Quindi c’è bisogno di un sostegno da parte dello Stato, perché è fondamentale che ci siano le donne all’interno del mondo lavorativo. È importante agevolarle. Un argomento che mi sta molto a cuore è quello del gender gap. Alla fine se uomini e donne svolgono gli stessi lavori perché la donna deve essere pagata di meno solo per il fatto che è donna? Ci sono tanti temi su cui è bello che si sia risvegliata l’attenzione però è importante adesso agire. Non solo portarli in prima pagina, ma fare qualcosa”.

Nella sua carriera, come ha raccontato, ha dovuto fare dei sacrifici a livello familiare che sono stati giudicati, dall’esterno. E all’interno della sua famiglia invece? Come si guida una famiglia a distanza?
“Secondo me nel momento in cui una decisione è convinta, c’è un progetto, c’è una luce che guida questa scelta, la soluzione si trova. È solo questione di organizzazione. Certo, io dalla Germania mi trovavo a risolvere anche i problemi a casa: chi poteva andare a prendere i miei figli a scuola, se c’era una festa chi poteva accompagnarli e a riprenderli, i regali e cose così. Ci vuole sicuramente la capacità di occuparsi di tutto, anche delle cose piccole per noi ma molto importanti per i bambini. Per loro, infatti, era fondamentale sentire che la mamma c’era, c’era sempre. Secondo me è possibile con l’organizzazione e con l’esempio, perché loro vedevano che io tornavo, che ero contenta e gli raccontavo dei viaggi che facevo (ero responsabile globale della categoria detersivi per lavatrice e mi è capitato spesso di viaggiare e entrare in contatto con culture che in condizioni normali non avrei mai visto). Tutte queste esperienze le ho condivise con loro, e loro erano e sono orgogliosi di avere una mamma così. Devo dire che i miei figli sono anche cresciuti molto indipendenti -a volte dico anche troppo- ma comunque molto maturi per le età che hanno”.

È più difficile essere mamma o General Manager?
“Essere mamma è difficile perché ci sono un po’ quei sensi di colpa di “essermi persa degli anni” con loro. Mi rendo conto che alla fine ci sono delle cose a cui, tra virgolette, ho dovuto rinunciare. Ad esempio, spesso, quando tornavo in Italia, rimanevo colpita dalla complicità che avevano i ragazzi con mio marito e quindi mi chiedevo se io ne fossi esclusa. Ovviamente non era così, la mamma è sempre la mamma. Però direi che se vuoi farle bene, entrambe le cose, sono molto molto difficili. Io nel mio essere General manager metto molto di me, del mio carattere; sono una persona che non riesce a essere distaccata e che non riesce a chiudere, nel senso di dire “ok è finita la giornata ora non sono più general manager e incomincio a essere mamma”. Alla fine i due ruoli comunque si mescolano abbastanza”.

Quindi quali tratti familiari usa nell’attività di manager? E quali abilità di manager usa in famiglia?
“Non ci avevo mai pensato. I tratti familiari nell’attività di manager secondo me sono l’ascolto, la pazienza, perchè mi rendo conto che per molti manager l’obiettivo è il breve periodo. Io invece sto insegnando al mio team che non dobbiamo avere fretta ma dobbiamo veramente fare le cose bene e con calma, perché abbiamo un obiettivo che è di lungo periodo. C’è un proverbio africano che mi piace tanto che dice “Se vuoi andare veloce vai da solo. Ma se vuoi andare lontano vai insieme”. Mi piace questa idea del non avere fretta, del fare le cose con pazienza. Poi anche l’accettazione dell’altro, che in famiglia è molto importante, va applicata anche in azienda: bisogna guardare gli aspetti positivi della diversity. Se invece penso alla famiglia, alle abilità di manager che applico a casa, sicuramente l’autonomia, la delega, la responsabilizzazione, l’empowerment. Il fatto che i miei ragazzi debbano in qualche modo sentirsi responsabili, non c’è sempre la mamma”.

Stiamo assistendo in parte ad un ribaltamento dei canoni tradizionali nei ruoli dei coniugi in famiglia e nel lavoro. Lei e suo marito come vi dividete i compiti nella gestione dei figli e nella vita quotidiana?
“Mio figlio Andrea mi prende in giro perché gli ho insegnato molto bene il significato della parola ‘Breadwinner’, che è un po’ ‘quello che porta il pane a casa’. Nella mia famiglia sia io che mio marito lavoriamo, ma tutti e due cerchiamo di fare tanto anche a casa. Un ruolo fondamentale lo gioca anche la tata che ci dà una mano, soprattutto in questo periodo di smartworking. Diciamo che entrambi cuciniamo, mio marito fa più piatti francesi anche se adesso sta diventando bravissimo anche nella cucina italiana. Entrambi facciamo la spesa, a me piace molto dedicarmi allo shopping anche per i ragazzi, mentre lui a volte li segue di più nei compiti perché fanno la scuola francese. Facciamo tanto insieme, ci piace andare a fare la spesa anche se magari mio marito è quello cha va nel piccolo negozietto, mentre a me piace più andare all’Esselunga, perché lì compro i detersivi – scherza -. Ci piace fare le cose insieme, contribuire allo svolgimento dei compiti familiari e nella vita dei nostri figli”.

Ci confida un segreto: c’è un prodotto per la casa a cui è particolarmente affezionata? E di cui non può fare a meno?
“Il prodotto a cui sono particolarmente affezionata è Dixan. Mi viene sempre da ridere perché quando sono stata assunta io dicevo Dìxan, in Calabria diciamo così. Invece mi hanno subito ripresa. Ci sono affezionata un po’ perché è stato il primo brand a cui ho lavorato e un po’ perché era il marchio di quando ero piccola. Il fustino di Dixan c’era sempre a casa dei miei nonni in estate; tanto che, mi ricordo, io e mio cugino di Roma ci incontravamo là durante le vacanze estive, prendevamo nel giardino le lumache e le mettevamo dentro il fustino. C’è questo legame speciale con Dixan, che è il prodotto Henkel per antonomasia anche più famoso di Henkel stesso. Il prodotto di cui non posso fare a meno probabilmente è Pril, quello per la lavastoviglie. Non l’ho fatto nascere io, sono entrata in azienda nel momento in cui era stato lanciato, però ho partecipato alla crescita del prodotto che oggi è diventata la seconda marca”.

Quanto è importante, per un’impresa, investire sulla D&I? Secondo lei una donna può avere una marcia in più in questo ruolo?
“Quando parliamo di diversity ci soffermiamo molto sul gender, ma ovviamente D&I è molto più ampia, abbraccia molte più cose: diversità di età, di etnia e così via. È molto importante investirci perché io credo tanto nelle persone e più si è diversi come esperienza, come cultura, più si può arricchire una società. Credo anche che le donne veramente abbiano una marcia in più proprio perché hanno questa capacità di ascoltare e di non aver fretta. Le donne sono più pazienti, sanno accogliere di più l’altro e hanno proprio la capacità di mettere insieme i pezzi. Allo stesso tempo, una donna ha bisogno di prendere più fiducia in se stessa perché spesso si sottovaluta e pensa sempre di non essere all’altezza, ha paura di mettersi in discussione e di proporsi. Personalmente credo molto nella diversity, sono mentor di 7 persone, quasi tutte donne, ma c’è anche qualcuno di Paesi in via di sviluppo. Sono anche responsabile per la D&I a livello globale di Hankel. Mi scelta, penso, perché alla fine con la mia vita sono la testimonianza del valore di questo tipo di esperienze. Siamo ancora indietro ma è bello che se possa parlare e che si cominci a fare qualcosa di concreto”.

Come trascorrerà questa festa della mamma? Si aspetta un regalo dai suoi figli?
“È una festa della mamma speciale questa, perché io e mio marito abbiamo preso qualche giorno di ferie e siamo in vacanza. Diciamo che questa volta l’ho fatto io a loro il regalo, perché non succede spesso di poter staccare e di stare insieme. I ragazzi sono liberi perché la scuola francese prevede queste due settimane di vacanza e quindi abbiamo deciso di andare qualche giorno al mare, siamo al Conero. Il regalo più bello è, alla fine, che siamo tutti insieme, il chiaccherare, anche fare piani per questa estate. Non mi aspetto un regalo da loro, questa volta glielo faccio io”.