Non è un gioco da femmine: la storia di Clementina ci insegna qualcosa sul mondo del calcio

Il bambino può entrare, lei no. La risposta ricevuta dalla zia di Clementina Abba, al momento dell’iscrizione alla scuola calcio è lapidaria e senza appello. La motivazione, aperta e dichiarata, è che lei sia una femmina, ergo non può giocare
Clementina ha 8 anni, vive a Brescia, va in terza elementare, le piace disegnare e il suo sogno è giocare a calcio. Per questo motivo, insieme al cugino, è stata accompagnata dalla zia per effettuare una prova ed entrare in una squadra della sua città, la Pavoniana Calcio. Lo stupore al momento del rifiuto è stato enorme ed è stata proprio la bambina a raccontare l’accaduto al padre, Alessandro Abba, che ha spiegato: “La prima cosa di cui mi sono preoccupato è proteggere mia figlia, aiutarla ad affrontare e a farle comprendere questa ingiustizia”. “Ho parlato con il presidente della Pavoniana Calcio – aggiunge Abba –. Mi ha confermato che le direttive le ha date lui e che da loro le bambine non sono le benvenute, perché ‘danno solo problemi’. Non mi ha però detto quali”.

Una giovane calciatrice

La bambina ha dimostrato grande maturità nell’accaduto e ai microfoni di Fanpage ha dichiarato: “Io non ho niente contro i maschi, però mi sembra una cosa un po’ brutta dire alle femmine che loro non possono giocare“. Il presidente della società Umberto Cervati, interrogato sulla questione, ha risposto: “Noi qui non prendiamo le bambine, in passato ci hanno dato problemi”. Che il calcio sia considerato uno sport da maschi è una vexata quaestio che trova supporto tanto nei dati quanto nei singoli casi di cronaca. Risale a maggio di quest’anno la vicenda di Aurora Leone, attrice del gruppo The Jackal, la quale si è vista escludere dalla Partita del Cuore solo e unicamente in quanto donna. Il clamore mediatico ha poi portato alle dimissioni dell’allora direttore generale della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini.

I numeri sono ancora più inclementi: secondo la Federazione italiana giuoco calcio, nel nostro Paese sono presenti 2955 società di calcio dilettantistiche, di cui meno di 100 hanno una sezione femminile. In Lombardia, una delle realtà più virtuose, ci sono 1400 società e tra queste solo 15 hanno una parte dedicata alle donne: “Nel settore giovanile lombardo – spiega Luciano Gandini, responsabile regionale Figc femminile – abbiamo circa 12mila tesserati, ma solo mille bambine giocano in squadre miste”. In Italia il numero di società con una squadra femminile non supera la cinquantina e su oltre un milione di tesserati Figc (dato risalente al 2019), solo 37mila sono donne e bambine. Le bambine avrebbero la possibilità di giocare in squadre miste fino all’età di 12 anni, prima che il divario dovuto allo sviluppo fisico diventi una condizione di disparità di gioco, ma vengono spesso posti degli ostacoli già all’ingresso, impedendo alle più piccole di iniziare a praticare lo sport e indirizzandole verso altre attività ritenute più adatte.

Oltre alle ragioni culturali (ai maschi il calcio, alle femmine la danza) esistono anche problemi logistici e materiali: il numero delle partecipanti spesso non consente di formare squadre solo femminili. Inoltre, dovrebbe essere garantito uno spogliatoio separato per sesso anche in strutture sportive inadatte e carenti in quanto a spazi. La messa a norma ricade sulle società sportive, che preferiscono non accettare a prescindere le femmine.Ci sono poi motivazioni organizzative: “È indubbio che le femmine abbiano una struttura fisica diversa, che le fa sembrare meno potenti rispetto ai maschi e quindi diverse realtà non sono interessate a inserirle nella squadra – commenta Nicola Don, allenatore della Real Academy, società calcistica giovanile di Brescia –. Spesso lo fanno, perché è politicamente corretto, poi però le disincentivano in ogni modo, lasciandole sempre in panchina”.

Bambini e bambine che giocano insieme durante la scuola calcio

Nell’ultimo decennio la Figc ha registrato un aumento del 66% delle calciatrici, il 30% in più solo negli ultimi 5 anni. In numeri assoluti però sono solo 37mila donne e bambine, su 1.062.792 tesserati. Nel 2022 è prevista una legge che porterà il professionismo anche nel mondo del calcio femminile, che potrebbe aiutare a parificare le situazioni. È noto, infatti, come esista un fortissimo gender pay gap nel mondo del calcio: una giocatrice in Italia non può ricevere un compenso sopra i 30.658 euro lordi a stagione. A questa somma possono essere aggiunti dei rimborsi spese e le indennità di trasferta per un massimo di cinque giorni alla settimana durante il campionato e 45 giorni durante la preparazione della stagione, senza però superare i 61,97 euro al giorno. Considerando le spese per i viaggi, i pasti e l’abbigliamento tecnico si tratta di un rimborso esiguo.
Nel caso di un accordo pluriennale, la società può elargire un’ulteriore indennità alla giocatrice per la durata dell’accordo. Il massimo possibile che potrebbe quindi ricevere una calciatrice in Italia si aggira sui 40mila euro lordi all’anno, anche se in media lo stipendio di una giocatrice di serie A non supera i 15mila.
Continuare a considerare uno sport maschile o femminile fa del male a grandi e a piccoli, a dilettanti e professionisti, e anche allo sport stesso. C’è da sperare che casi come quello di Clementina aiutino a fare un passo della direzione giusta.