Non solo braccia: i migranti che lavorano nei campi sono persone. Ortomondo dà loro casa e dignità

Ortomondo, il progetto di "ecologia umana" di Legambiente Paestum vara l'housing sociale per i braccianti stranieri. Oltre a corsi di alfabetizzazione, supporto legale, coinvolgimento nel volontariato. "Ora hanno alloggi dignitosi e un orto per l'autoconsumo. La terra è la fonte del loro riscatto"

12mila persone, 24mila braccia che aiutano un comprensorio agricolo tra i più fertili ed avanzati d’Italia a produrre ed esportare ortaggi, frutta, vegetali, richiesti in tutta Europa. Siamo nella Piana del Sele, nel comune di Capaccio Scalo per la precisione (in provincia di Salerno), e qui se non ci fossero i migranti tutto il sistema e tutto l’apparato produttivo entrerebbe immediatamente in crisi. 12mila lavoratori in un territorio di poche decine di chilometri quadrati.
Lavoratori, persone, uomini (e donne) cui sono spesso negati i diritti fondamentali. A partire da quello all’abitare. Che, insieme con il lavoro, è la colonna portante dei processi reali di integrazione.
Per porre rimedio a questo vero e proprio scempio, dal 2015 Legambiente Paestum si è attivata per sviluppare sinergie e azioni in grado di offrire opportunità di relazioni umane e sociali. Da qui nasce l’idea dell’housing sociale: dare una casa a chi ne necessita, producendo percorsi autogestiti di emancipazione economica e sociale.

“All’inizio – ci spiega Pasquale Longo, presidente del circolo Legambiente Paestum – le nostre attività si sono concentrate nei diversi Cas (centri di accoglienza straordinaria) presenti a Capaccio Paestum e dintorni, che sono arrivati ad “accogliere” oltre 500 richiedenti asilo. Corsi di alfabetizzazione, supporto legale, coinvolgimento nelle attività di volontariato per prendersi cura del territorio, visite guidate, creazione di due ciclo officine, corsi di educazione stradale e la nascita all’interno di uno dei Cas dell’orto sociale “OrtoMondo” curato dai richiedenti asilo”.

Libri nei campi coltivati con Ortomondo

E l’idea di dare una casa a questi migranti?
“Oggi molti dei Cas non sono più attivi e il problema principale, l’abitare, si pone in tutta la sua drammaticità. Trovare abitazioni in affitto regolare è molto difficile e tanti sono costretti a vivere in condizioni di estrema precarietà abitativa pur pagando cospicui affitti mensili. In assenza di iniziative pubbliche, nonostante la Regione Campania abbia stanziato fondi per questa emergenza, si alimenta la nascita di aree ghetto che spesso sono causa di allarme sociale e creano nuova esclusione. L’housing sociale è un progetto pilota per mostrare che c’è la possibilità di fare le cose in maniera differente”.

 

In che modo?
“L’idea nasce dall’esperienza maturata insieme ai richiedenti asilo del territorio. Dal 2010, come associazione, li abbiamo coinvolti nella tutela dei beni comuni, del patrimonio archeologico e naturalistico della nostra fascia costiera. Ne sono scaturiti tanti rapporti, tante amicizie. E Una volta che i Cas hanno esaurito le loro funzioni, sia perché i numeri sono diminuiti sia perché i ragazzi hanno ottenuto lo status di rifugiati o hanno trovato altre soluzioni giuridiche per la loro permanenza regolare in Italia, si poneva il problema di trovare casa, abitazioni degne di questo nome in cui poter continuare il percorso di autonomia. Quindi abbiamo preso in affitto l’ex centro di accoglienza, realizzandoci 8 moduli abitativi indipendenti. E ora, dove ci stavano stipate 64 persone nelle condizioni che potete immaginare, ci vivono 14 cittadini di paesi terzi”.

Questi migranti che prima erano ospitati ora pagano l’affitto?
“Sì. Noi come associazione compartecipiamo alle spese, in proporzione al modulo abitativo che occupiamo per le nostre attività e per ospitare i volontari, per il resto è a carico loro. Due persone per ogni modulo di 38 metri quadrati, con un grande spazio in comune e bagno privato. Inoltre, essendo la struttura abitativa contornata da un terreno, abbiamo rilanciato l’esperienza dell’orto sociale ‘Ortomondo” curato in prima persona dai migranti. Il progetto è poi quello di realizzare anche un’aula didattica ed altre attività, perché il concetto che vorremmo affermare è quello non solo di una condivisione abitativa, ma anche delle esperienze”.

Ortomondo cosa faceva? Che progetto era?
“Ortomondo nasce sempre all’interno del centro di accoglienza straordinaria (Cas) Con i richiedenti asilo abbiamo recuperato e dissodato parte di quell’ettaro di terreno, e abbiamo fatto un orto diviso in tanti pezzettini, uno per ciascun partecipante al progetto. Parte dei prodotti dell’orto erano poi destinati all’autoconsumo, parte venivano invece socializzati con una rete solidale composta da Legambiente ed altre associazioni del territorio. L’orto era anche un modo per incentivare lo scambio culturale, attraverso la condivisione di semi provenienti da vari paesi, le differenti tecniche di coltura. Insomma la coltivazione della terra diventava terreno di contaminazione culturale oltre che colturale. Lo scambio come elemento basilare per il percorso di emancipazione che questo ragazzi hanno intrapreso. Apprendere reciprocamente cose nuove e diverse: l’agricoltura come laboratorio di convivenza e di scambio. Nella prima fase nel coltivare l’orto e il terreno, inoltre, i ragazzi ritrovavano quella serenità interiore che chi viene da scelte così difficili e traumatiche come le loro, da percorsi così sofferti e drammatici, spesso ha perduto strada facendo”.

Perché Legambiente, un’associazione ambientalista, si occupa di immigrazione?
“Noi siamo affezionati al concetto di ‘ecologia umana’ che per noi è il punto di partenza. Del resto già a fine anni ’90 avevamo fatto un’altra esperienza con migranti maghrebini, o algerini che fuggivano da situazioni tragiche. Certo, Ortomondo e il progetto di housing sociale è una piccola ma significativa goccia nel mare, perché dimostra che si può fare. Si possono creare percorsi di dignità partendo dalla questione dell’abitare. Un piccolo grande esempio proprio perché autogestito, in grado cioè di generare percorsi inclusione sociale senza costi per la collettività, ed anzi generando numerosi benefici sotto il profilo della coesione e della sicurezza. Stiamo parlando di lavoratori, che soggiornano regolarmente nel nostro Paese, contribuiscono alla ricchezza della zona, sono disposti a pagare un affitto, ma non trovano soluzioni abitative se non tuguri dove sono costretti a vivere in condizioni disumane. Vere e proprie catapecchie fatiscenti. Per altro spesso l’affitto viene corrisposto a persone che non ne sono nemmeno i legittimi proprietari. La terra dunque diventa l’elemento di riscatto sociale, a partire dalla casa, come dicevamo. I richiedenti asilo sono i nuovi abitanti del territorio e quindi hanno tutto il diritto di potersi creare una vita autonoma. Noi li accompagniamo verso la loro autonomia personale”.