Offese razziste nella chat dei capi, paghe da fame e turni massacranti: intercettazioni choc sul caso riders

Dalle intercettazioni emerse durante il processo Uber Eats emergono nuove umiliazioni per i "corrieri del cibo a casa". Punizioni anche per la qualità delle sim applicate al cellulare

“Sono neri e puzzano troppo. Sono impresentabili“. A lamentarsi, con questi toni, dell’aspetto dei riders che recapitano a casa la pizza o la cena, è un cliente di una delle società di intermediazione dei fattorini. E la manager  che raccoglie la protesta non ha remore nel riportare nella chat che condivide con gli  “Amici” dell’azienda un pensiero tanto diretto e scorretto, non solo “politicamente”. Come spesso accade nei social, alla detonazione segue il bombardamento. “Sono neri, hanno odori diversi dai nostri”, rincara un altro. E ancora: “senzatetto maleodoranti”, “indecorosi“, “schifosi“. Il guaio è che chi magari dovrebbe moderare e far abbassare i toni, ossia la stessa manager dell’azienda, ci mette del proprio e raccomanda ai colleghi di offrire al cliente che protesta “il miglior servizio possibile” perché è “importante” (è titolare di un McDonald’s ndr) e “ogni volta che si lamenta è una tragedia nazionale”.

Brandelli di chat emerse dalle intercettazioni a carico dei responsabili delle società che fornivano ‘pedalatori’ per le consegne di cibi a domicilio nell’ambito del processo milanese sul caso Uber Eats. Per alcuni responsabili della capofila e delle società intermediarie collegate, l’accusa di fronte al tribunale di Milano è di caporalato: tre i patteggiamenti (da tre anni a 18 mesi), un rito abbreviato. A dibattimento, con l’ accusa di reclutamento illegale, una manager di Uber Italia, sospesa dall’incarico.
Se i gravissimi contenuti della chat colpivano la sfera della reputazione dei riders, il trattamento lavorativo comportava conseguenze se possibile ancor più umilianti. Reclutati fra i migranti ospiti dei centri di accoglienza, definiti – come riferisce La Stampa – “quelle comunità dove soggiornano” i riders non avevano alcuna stabilità, né tutela previdenziale ed erano pagati tre euro lordi a consegna, a prescindere dall’orario, dal calendario e dalla distanza.

A un chilometro o a trenta, in pieno giorno o la notte di Capodanno, non fa differenza. E se si è malati e nessun “collega” è disponibile, pazienza. I corrieri si prendono per fame. “Gli ho promesso 50 euro se scendeva in strada” si vanta qualcuno in chat, scatenando una pioggia di sorridenti emoticon. Di corresponsione delle mance che qualche cliente di buon cuore ha caricato sullo scontrino, manco parlarne. Fra i poveri cristi in perenne attesa di un segnale sul cellulare dai “datori di lavoro”, c’è posto anche per la discriminazione digitale. Se la sim non è pienamente compatibile col sistema di geolocalizzazione, si sospendono le chiamate, costringendo il rider a spendere per cambiare numero, perché gli strumenti – dal cellulare alla bici – sono a carico del prestatore d’opera. E quando questi “schiavi del terzo millennio” non sono connessi in numero sufficiente alle ore di punta o di notte, scatta la rappresaglia: niente incarichi, fino a prenderli per fame e averli sempre a disposizione. Perché c’è sempre qualcuno ancor più disperato da reclutare.
Uber Italy fa sapere di avere interrotto i rapporti con le società di intermediazione finite nell’inchiesta e di avere nel frattempo introdotto sostenibilità, flessibilità e sicurezza nel rapporto di lavoro.
Dall’epoca del via all’inchiesta milanese,  miglioramenti  ce ne sono stati. Come a  Firenze, fra le prime città a raggiungere forme di contrattazione territoriale e ad eleggere – nel gruppo Just Eat – un rappresentante per la sicurezza dei riders: il ventunenne Yftalem Parigi (leggi l’articolo di Luce!), votato dagli iscritti alle sigle sindacali .
Uno squarcio di luce per i riders, ma la strada (è il caso di dirlo) è ancora lunga e impervia.