“Ogni persona autistica è diversa dall’altra: all’inclusione servono ascolto, empatia e curiosità”

Eleonora Pizzutti, 45 anni, coach professionista con la sindrome di Asperger aiuta gli altri a superare limiti e pregiudizi "per vivere autenticamente ed essere se stessi". In tempi in cui la competenza scarseggia, lei allena persone e soprattutto aziende all'empatia: "L'unica chiave per la convivenza delle differenze"

“Per una reale convivenza delle differenze dobbiamo rispolverare l’empatia e allenarla”. Eleonora Pizzutti, coach professionista, specializzata in progetti di Diversity & Inclusion, formatrice evolutiva e assessor in Intelligenza Emotiva, ha 45 anni e solo in tarda età ha scoperto di avere la sindrome di Asperger. “E ora che lo sai? Questo cambia la percezione che hai di me come professionista? Se sì – chiede lei – prendi coscienza dei tuoi pregiudizi e superali”. Perché “liberarci dai pregiudizi verso gli altri e su di noi è il primo passo per una vita autentica”. Anche prima che diventasse un lavoro, la vita di Eleonora è stata un percorso di coaching continuo “per prendere in mano la mia condizione da neurodivergente e valorizzare ciò che c’era”. Ad esempio? “Ragionare per immagini, che mi viene bene e il pensiero laterale, altra qualità da neurodivergenti”.

Al momento di passare dalle scuole medie alle superiori, i suoi insegnanti consigliarono ai genitori di non iscriverla a un liceo perché “non ce la farà a stare al passo con gli altri”. Lei, oggi, per tutta risposta si è diplomata, laureata in Giurisprudenza, ha conseguito un master in diritto del lavoro e, dopo varie specializzazioni, è arrivata a occuparsi di Business e Career coaching. È una formatrice che lavora per grandi aziende, dove allena anche l’ intelligenza emotiva delle persone, parlando di mindfullness for business. In sostanza, risponde: “Ho sfidato i miei limiti e i miei stessi pregiudizi, immaginando e realizzando nuovi scenari per una ragazzina che prima di ricevere la diagnosi e unire tutti i puntini si è sempre sentita sbagliata“.

Eleonora lei si occupa di temi De&i, legati a diversity equity e inclusion. Ma che cos’è la diversità? “È un valore e sotto il suo cappello ci stanno tante cose: disabilità, etnia, età, genere, orientamento sessuale, religione e così via. Per le aziende tenere in considerazione questi aspetti, valorizzandoli, significa creare una cultura inclusiva”.

E puntare sull’inclusione quali benefici comporta? “Performance che migliorano, ambiente di lavoro più sereno, sicurezza psicologica: uno spazio lavorativo dove le persone possono esprimersi nella loro unicità e autenticità. Tutte condizioni che generano una lunga serie di vantaggi: tra cui l’aumento della creatività e della motivazione”.

Ci sono degli studi che lo certificano? “Una ricerca di Olson [1], addirittura del 2007, ci dice che team fatti da persone cognitivamente diverse prendono decisioni di maggior qualità. Un’altra ricerca di Hewlett [2] del 2013 ci dice che la diversità guida l’innovazione dentro le aziende. Per quanto rigarda invece le prestazioni sui tempi, abbiamo delle ricerche, in particolare una di Reynolds e Lewis [3] del 2017, che ci dice che team non omogenei prendono decisioni più rapidamente”.  

Diversità, equità e inclusione: siamo pronti a portarle nei posti di lavoro?  

“Dal punto di vista generazionale, i Millennials – la categoria che tra qualche anno sarà la più presente nel mercato del lavoro – sono pronti: il 74% di loro dice di credere che i propri team siano più creativi quando c’è una cultura inclusiva”.

Qual è il lavoro di un coach? “Affiancare le persone nel definire quali sono i propri obiettivi: lavorativi o di vita. Una volta fatto questo, si passa a capire quali sono i passi da fare per raggiungerli”.

Da dove si parte? “Dal capire chi siamo, quali i nostri valori, quali le cose veramente importanti per noi e quali le nostre passioni”.

E fare coaching cosa significa? “Il coaching è l’allenamento mentale che porta a superare i propri limiti”.

Quali sono i più diffusi? “La convinzione del non ce la posso fare, non sono in grado, sono troppo vecchio, troppo giovane: le classiche frasi che ci diciamo e ripetiamo mentalmente e che ci limitano”.

La felicità passa dal superarli? “Sì, dalla realizzazione della nostra persona e dalla coincidenza tra sapere, saper fare e saper essere”

Luca Trapanese, assessore al Welfare di Napoli e membro del comitato scientifico di Luce!, ha detto che “Le persone credono che i disabili siano infelici, solo perché non sanno che la felicità dipende prima di tutto dal riuscire a essere se stessi”. È così? Nonostante abilità diverse, tutti raggiungiamo la felicità nello stesso modo? “Per il coaching e per la mia esperienza posso dire che non ci sono distinzioni. Ognuno parte da quello che c’è, valorizza quello che ha e poi prova, con il coaching, a sfidare i suoi limiti. E ognuno ha i suoi”.

Quali sono stati i limiti che ha dovuto superare? “Io sono una persona autistica, con sindrome di Asperger, l’autismo cosidetto ad alto funzionamento, che ancora oggi però a livello legislativo è considerato una forma di disabilità”

Cosa significa ad alto funzionamento? “È definito ad alto funzionamento perché l’Asperger, rispetto a una condizione autistica a basso funzionamento, non si accompagna a ridotte facoltà mentali. Comunque l’autismo a oggi viene fatto rientrare in un unico grande spettro, dove si fanno distinzioni solo in base al grado di assistenza di cui la singola persona ha bisogno”.

È una condizione eterogenea, ma va sotto lo stesso cappell0. “Sì, non è né una malattia, né una patologia, ma una condizione che fa vedere, percepire e raccontare il mondo in maniera differente e che accomuna tutte quelle persone che sono neurodivergenti e che quindi a livello neurale funzionano diversamente rispetto alle altre persone”.

Cosa ha significato per lei scoprire di essere autistica? “L’ho scoperto in tarda età e mi ha permesso di vedere tutto con una nuova luce. La diagnosi mi ha dato la possibilità di unire finalmente i puntini, che prima rimanevano isolati, e a dare senso a tante cose. È stato un momento importante, che mi ha fatto essere finalmente me stessa. Per questo è importante diagnosticare l’autismo anche in tarda età”.

E prima di saperlo? “Finché non ho avuto la diagnosi, per usare una metafora ho assistito a un girotondo di persone dove provavo a inserirmi, cercando di prenderle per mano, di entrare, senza però riuscirci mai. Sbagliavo sempre i tempi e rimanevo sempre ai margini. L’autismo infatti comporta delle difficoltà a livello comunicativo e di interazioni sociali”.

Come ci si sente? “Sbagliati. Una sensazione che ho provato per tutta la vita, prima di scoprire di essere autistica. Cerchi disperatamente di farti accettare come una persona normale, ma non lo sei. E questo, da donna, significa mettere in atto tutta una serie di meccanismi di coping, di strategie adattative per cercare di sembrare come tutti gli altri. Il risvolto della medaglia è che vivi la vita in una condizione di forte stress, perché non sei mai te stessa fino infondo. La diagnosi è importante anche perché dà alle persone la possibilità di poterlo dire agli altri, nell’ambito lavorativo e al di fuori”.

 Sul luogo di lavoro ci sono dei protocolli, della formazione sul personale che si fa per includere dei colleghi autistici? “Su questo aspetto purtroppo non c’è ancora molta cultura. Ci sono però molte associazioni e società che si stanno muovendo in questo senso, per formare il personale e venire incontro alle caratteristiche delle persone autistiche e integrarle al meglio. Senza dimenticarsi che conoscere una persona con sindrome di Asperger significa aver conosciuto un Asperger: le persone autistiche sono diverse l’una dall’altra, seppure con caratteristiche comuni”.

 Per queste persone trovare lavoro è un problema? “Direi di sì, il tasso di disoccupazione è all’80-85%”.

A volte vorremmo essere inclusivi, ma non sappiamo come fare, siamo in imbarazzo. Per la sua esperienza, come dovremmo comportarci? “Vale la regola che vale per tutte le interazioni sociali: ascoltare l’altro e mettersi in dialogo, mossi da un impulso chiave: la curiosità. La curiosità di trovarsi di fronte a una persona e informarsi, fargli delle domande, cercare di capire il più possibile chi è. Non dare mai niente per scontato, entrando nel mondo o in contatto con l’altro per comunicare davvero”.

La comunicazione. È questo lo strumento per una reale convivenza delle differenze, sulla definizione dello studioso Fabrizio Acanfora? “Per la convivenza delle differenze dobbiamo coltivare l’empatia, una competenza emotiva che purtroppo negli ultimi anni è un po’ diminuita nei suoi livelli. Per averla, dobbiamo riuscire a metterci nei panni dell’altra persona, interessandoci all’altro, cercando di capire chi è, facendogli domande su cosa prova e cosa pensa e mettendoci ‘semplicemente’– ride – in ascolto”.


[1] Olson, et al. 2007 https://www.researchgate.net/publication/240249088_Strategic_Decision_Making_The_Effects_of_Cognitive_Diversity_Conflict_and_Trust_on_Decision_Outcomes

[2] Hewlett, et al. 2013 https://hbr.org/2013/12/how-diversity-can-drive-innovation

[3] Reynolds & Lewis, 2017 https://hbr.org/2017/03/teams-solve-problems-faster-when-theyre-more-cognitively-diverse