Oltre “Il Muro”: un romanzo che abbatte le barriere che imprigionano anche chi le costruisce

Un libro che, attraverso la storia di amicizia tra esponenti di due popoli in guerra, una insegnante israeliana e un allievo palestinese, ci vuol far comprendere il valore del dialogo, dell'apertura e dell'ascolto nella nostra società

Un romanzo toccante sui temi delle diversità e del dialogo: si intitola “Il Muro” ed è firmato dall’avvocato, scrittore e documentarista Giuseppe Delle Vergini, da sempre impegnato nell’ambito dei diritti umani. Narra l’amicizia fra un’anziana professoressa di musica israeliana Ilda e il suo allievo palestinese, di nome Omar, accomunati dalla speranza in un mondo migliore, nel clima di tensione che domina le strade di Gerusalemme agli inizi del duemila.

La narrazione, con a tratti sullo sfondo anche la città di Firenze, si svolge attraverso pagine che coinvolgono per umanità e mostrano con delicatezza ma anche con grande realismo la storia, le condizioni di sofferenza, precarietà e paura le ragioni di due popoli, facendoci comprendere come il dolore non ha età, non ha colore, sesso, religione, ma è soltanto umano. Sono i muri a tenere imprigionati sia chi vi sta dentro che chi rimane fuori, perché senza pace non c’è futuro. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nel rapporto fra i due personaggi talvolta cogliamo sentimenti reciproci di diffidenza, timore, dubbio: barriere della mente derivate dalle proprie esperienze di vita, da norme culturali e sociali. Come queste vengono superate nel libro?
“Nel tentativo di superare queste barriere – che purtroppo appartengono a tutti noi nei confronti dell’altro, di chi non conosciamo, di chi è dall’altra parte del muro, della barricata, del pensiero o delle scelte religiose, culturali, politiche – è sempre una sola la strada: quella di mettersi in ascolto e di cercare di capire quali sono i punti in comune che ci avvicinano all’altra persona. Soltanto così si riesce a trovare un punto di dialogo che spetta, ovviamente, ad entrambe le parti coltivare perché diventi costruttivo”.

E di questo abbattimento chi è l’artefice?
“Chi ha più coraggio. Chi ha un atteggiamento di speranza nei confronti della vita; chi ha la capacità di scommettere che la vita ti regala, ti fa credito sul bene. Finché noi avremo il coraggio di sentirci debitori nei confronti della vita, questa ci darà sempre credito”.

Cosa significa questo?
“Per noi è un atteggiamento difficile perché siamo tutti immersi nella cultura della pretesa nei confronti della vita, nessuno escluso. E ciò ci allontana e viviamo male. Nel momento in cui diciamo “la vita mi ha dato tanto” è evidente che la vita ci darà ancora di più. Di buono abbiamo la capacità di costruire ponti invece che muri”.

L’autore de ‘Il Muro’ Giuseppe Delle Vergini

In una società che corre, spesso indifferente al dolore e alla sofferenza, in cui più aumenta la comunicazione, più cresce spesso la non comprensione, cosa vorresti che il libro lasciasse nel lettore?
“Oggi in effetti prevale la comunicazione. Siamo pieni di comunicazione, ma l’importante non è comunicare, quanto invece riuscire a creare l’ambiente, l’habitat per il dialogo. Spesso noi abbiamo un imprinting di ‘comunicare a senso unico’ (io dico tu ascolti). Il dialogo invece è fatto di un noi. Noi insieme costruiamo un momento di condivisione che dovrebbe servire ad entrambi per capire chi è l’altro, per permetterci di ascoltarlo, per capire – quello che è emerso durante la pandemia – che da soli non ci si salva, ma soltanto con il noi ci salviamo. Se il noi prevale sull’io il mondo è migliore”.

Quindi essenziale è l’ascolto dell’altro?
“La comunicazione ha la sua importanza, però il dialogo, fatto di ascolto e comunicazione reciproca è fondamentale, irrinunciabile”.

Questa consapevolezza a quale lettore vuole arrivare in particolare?
“Quando scrivo lo faccio perché sento dentro un’esigenza neutra, non ho in mente il lettore, il destinatario. I destinatari sono tutti. Mi sto rendendo conto che questo romanzo sta colpendo persone di ogni età: ho avuto riscontri da giovani come da persone di novant’anni. Col tempo mi sono accorto che probabilmente dovrebbe essere letto nelle scuole perché è un libro che permette ai ragazzi di farsi domande sulla pace, sulla guerra, sul dialogo, sull’incontro con l’altro. Una problematica che ci portiamo sempre dietro nella vita. Mi fa piacere che “Il Muro” sia stato adottato in alcune scuole come testo estivo, perché il futuro di una società più attenta al dialogo e alla pace sono i ragazzi. Saper ascoltare l’altro è difficile in una civiltà fondata sull’io e che difficilmente va sul noi. Con la pandemia e l’utilizzo sempre più forte dei social, l’io spesso si esprime senza il dialogo diretto, senza la dovuta attenzione all’altro, ed emerge molto l’eco di se stessi. Spesso l’ego prevale sull’ascolto erigendo così muri, barriere – anche social – dove rinchiudiamo gli altri e soprattutto ci rinchiudiamo”.