Pakistan, introdotta la castrazione chimica per gli uomini condannati più volte per stupro

Una stretta per i colpevoli di violenze sessuali molteplici, processi più rapidi e supporto per le vittime. La nuova legge del Parlamento pakistano arriva in risposta alla recente ondata di stupri, ma Amnesty condanna: misura "crudele e disumana"

Non una, non due, ma varie volte. Condanne che si ripetono e che ora potrebbero portare ad un unico verdetto: la castrazione chimica. In Pakistan, come riferisce la Cnn, il Parlamento ha approvato una nuova legge che introduce questa soluzione per gli autori di reati sessuali. L’idea alla base della scelta è quella di accelerare i processi (massimo quattro mesi attraverso l’istituzione di tribunali speciali) e imporre sentenze più dure. La norma, che il presidente Arif Alvi aveva già firmato nel dicembre scorso, prevedere anche l’ergastolo o la pena capitale per chi invece viene condannato per violenza di gruppo. E infine gli ospedali, sempre secondo la nuova legislazione, dovranno formare operatori specializzati nel supporto psicologico alle vittime. L’iter di approvazione del provvedimento, però, è stato completata dopo quasi un anno dalla firma, a causa di una dura protesta popolare innescata dalla dalla recente ondata di stupri contro donne e bambini, e alle crescenti richieste di garantire giustizia alle vittime di queste aggressioni sessuali. Un caso particolare ha fatto molto scalpore: quello di una donna violentata nella periferia di Lahore da due uomini, poi condannati a morte nel marzo scorso, davanti ai figli piccoli della vittima. È stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando le autorità a introdurre nella bozza di legge anche la castrazione chimica.

L’organizzazione Human Rights Watch certifica come nei primi tre mesi del 2020 si è registrato un aumento del 200% sulle violenze domestiche nel Paese e che il numero di donne uccise tra le mura di casa è in drammatico aumento. Eppure meno del 3% degli abusi o delle aggressioni viene condannato dalla giustizia pakistana. In un’intervista sulla rete HBO, ad aprile scorso, il primo ministro Imran Khan aveva dichiarato che il movente dei reati a sfondo sessuale sarebbe stato il “modo immodesto di vestire” delle donne, aggiungendo che “se le donne indossano meno vestiti, questo avrà un impatto sugli uomini, a meno che non siano robot”. Affermazioni gravissime, maschiliste e di chiara impronta patriarcale, che subito erano state criticate da Sherry Rahman, senatrice del Partito Popolare Pakistano: “Incolpare gli abiti per lo stupro è la peggior risposta di un’autorità a un crimine efferato”, aveva dichiarato in proposito.

Il Parlamento ha quindi deciso di introdurre la castrazione chimica contro chi commette questo tipo di crimini più e più volte, come già succede in altri Paesi tipo la Corea del Sud, la Polonia, la Repubblica Ceca e in alcuni Stati degli Usa. Tuttavia anche questa misura ha scatenato le polemiche, in particolare di Amnesty International, che l’ha definita “crudele e disumana”. L’associazione umanitaria ha dichiarato: “Invece di distogliere l’attenzione dall’educazione e dall’idea che si ha della figura femminile, le autorità dovrebbero concentrarsi sul lavoro cruciale delle riforme per affrontare le cause profonde della violenza sessuale e dare alle vittime la giustizia che meritano”.