Palma d’oro a “Titane” di Julia Ducournau. Domizia De Rosa: “Contenta che abbia vinto una donna con un horror sui temi di genere, che ha nella trasformazione il suo fil rouge”

La regista francese è la seconda a ricevere l'ambito premio del Festival di Cannes. Una pellicola 'non convenzionale', che ha diviso la critica, in cui trova ampio spazio la tematica di genere e della fluidità. "La giuria ha compreso il bisogno avido e viscerale che abbiamo di un mondo più fluido e inclusivo, per aver chiesto una maggiore diversità nelle nostre esperienze nel cinema e nelle nostre vite e per aver lasciato entrare i mostri"

Il Festival di Cannes di quest’anno passerà agli annali della storia del cinema non (solo) per la gaffe del presidente di giuria Spike Lee, che ha svelato fuori programma il nome della vincitrice della Palma d’ora, ma per colei che l’ha vinta: una donna, la regista francese Julia Ducournau. Un’incoronazione che l’associazione “Women in Film, Television & Media Italia” ha accolto con grande favore. “La Palma d’Oro a ‘Titane’ di Julia Ducournau è la seconda in assoluto data a una regista e la prima a una regista in solitaria: perché la precedente andò a Jane Campion con ‘Lezioni di Piano’ in ex aequo con ‘Addio mia concubina’ di Chen Kaige. Un secondo posto, quindi, ma anche un primo posto nella storia”, commenta la presidente WIFTMI, Domizia De Rosa.

Domizia De Rosa, presidente del Women in Film, Television & Media Italia

“Se facciamo un paragone con ‘Lezioni di Piano’, che in tante e tanti abbiamo amato, notiamo che, così come ‘Titane’, anche il film della Campion, in una confezione molto attraente, aveva dei momenti disturbanti, che all’epoca non venivano quasi mai raccontati in pellicola. Da quello che ci hanno raccontato, perché purtroppo non ho potuto vedere il film al Festival, Ducournau non cerca compromessi e nel suo film attraversa generi anche vicini all’horror. Applaudiamo, dunque, doppiamente anche a questa scelta non tradizionale di un contenuto che, per stereotipo, non assoceremmo a una regista donna e che invece Ducournau affronta senza voler compiacere lo spettatore. L’opera appare inedita, da quanto il trailer ci lascia già intuire. E le dirò di più –  aggiunge la presidente – spero, quando lo guarderò, di avere il coraggio di arrivare alla fine del film, perché – ride – il genere horror mi fa paura. D’altronde, da donne, dobbiamo anche accettare che ci siano dei film di registe che non ci va di vedere. È questa che dovrebbe essere la normalità: scegliere fra tante registe come facciamo con i registi i generi e le opere che ci sono più affini”.

Amato e odiato dalla critica senza vie di mezzo, vietato in Francia ai minori di 16 anni, “Titane” mette in scena il ritratto di un* guerrier* mutante, Alexia/Adrien interpretato dall’attrice Agathe Rousselle, un* serial killer che – nell’eccesso thriller/horror della sceneggiatura – fa l’amore con un’automobile e maschera la sua identità sessuale cercando il padre perduto (Vincent Lindon), lanciando sullo schermo, come una bomba, il tema di genere e della fluidità. Come ha infatti dichiarato la regista dopo aver ricevuto la Palma d’Oro: “Siamo al di là dei concetti di genere, è nell’amore che sentiamo chi siamo senza determinismo”. Intestandosi, quindi, l’impegno nella rappresentazione dell’identità di genere, Ducournau ha ringraziato la giuria per “aver riconosciuto il bisogno avido e viscerale che abbiamo di un mondo più fluido e inclusivo, per aver chiesto una maggiore diversità nelle nostre esperienze nel cinema e nelle nostre vite e per aver lasciato entrare i mostri. La perfezione – ha concluso – è un vicolo cieco e la mostruosità, che spaventa alcuni e attraversa il mio lavoro, è un’arma e una forza per respingere i muri della normalità che ci rinchiudono e ci separano”.

Agathe Rousselle, Julia Ducournau e Vincent Lindon Ph. EPA/Caroline Blumberg

Una scelta che non sorprende la presidente De Rosa: “Il cinema di genere utilizza da sempre i propri topoi per arrivare a parlare di temi più universali, di una società che cambia o è da cambiare: l’horror è stato ed è anche una lente di ingrandimento per osservare i disagi che vivono tra noi. Trovo naturale che un film che adotta degli stilemi di genere possa porsi delle domande altre: così come fanno i film fantascientifici o i gialli”. Guardando al precedente film di Ducournau, “Raw–Una cruda verità”, “che pone al centro una giovane protagonista che nasce vegetariana e poi, per vari accidenti, scopre il piacere della carne cruda, diventando cannibale, ho la sensazione – continua De Rosa – che la trasformazione sia il fil rouge nell’opera della regista. Ogni donna, d’altronde, ha familiare il tema della trasformazione. Pensiamo solo a quanto l’adolescenza possa essere spesso un evento traumatico, un cambiamento che attraversa il corpo e che non sempre si rivela dolce e lento. In questo contesto, il tema dell’identità si inserisce perfettamente: perché nel trasformarsi si modificano anche i desideri e le scelte”.