Pancalli e le e-mail dopo le Paralimpiadi: “Abbiamo commosso l’Italia, le medaglie più belle saranno i nuovi atleti ispirati dai nostri campioni”

A cuore aperto con Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico dopo Tokyo2020. "Non rivendico niente, siamo e continueremo ad essere una rivoluzione dal basso. In Italia un milione di persone sono potenziali paralimpici e possono esercitare il diritto allo sport. Noi saremo al loro fianco. Centinaia di e-mail di genitori mi ringraziano per le emozioni e l'incoraggiamento. Scrive anche chi non ha figli disabili"

“Al rientro in ufficio dopo Tokyo ho trovato un’enorme quantità di e-mail. A parte quelle inviate per grammatica istituzionale da ministri, enti, associazioni, ho letto una a una quelle spedite spontaneamente da persone che non conosco. Persone rimaste folgorate dal segnale sprigionato dalle Paralimpiadi dalla partecipazione italiana”.

Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico ha appena finito di osservare con soddisfazione il medagliere italiano alle paralimpaidi di Tokyo (69, fra ori, argenti e bronzi)  che trova un mare di “medaglie” di diversa natura nella casella postale. Ogni lettera, un tutto al cuore.

Cosa le scrivono?

“C’è chi benedice che noi esistiamo, chi afferma di avere scoperto il vero valore dello sport. Famiglie con ragazzi disabili intravedono la possibilità di dare uno scopo alla vita o addirittura di considerare ciò che è avvenuto in passato non più o non solo come disgrazia, ma come punto di partenza per una nuova esistenza”.

Pensa di rispondere a tutte?

“Voglio farlo, singolarmente, senza pubblicità. Ma queste lettere a loro sono modo già una risposta”.

In che senso?

“Ognuna è un potente messaggio che il nostro movimento lancia non dal vertice ma dalla base. Una base in questo caso formata da coscienze, pensieri, persone che ancora non conosciamo. Queste lettere si inseriscono alla perfezione di quello che è stato il fenomeno paralimpico fino ad oggi”.

Cosa è stato?

“Una rivoluzione dal basso. Gli atleti che hanno vinto 69 medaglie a Tokyo non lo hanno fatto grazie a un’operazione di vertice, ma per la propria volontà e quella delle famiglie che li hanno assecondati, sostenuti, circondati di attenzioni, ricavando grazie anche alle istituzioni locali, spazi per allenarsi, orari per avere impianti liberi. Di più: hanno creato nella propria cerchia la consapevolezza che la persona con disabilità può fare ciò che apparentemente le appare più lontano e precluso: l’attività sportiva. Una rivoluzione culturale, alla quale le e-mail appena ricevute portano mattoni”.

Lei rappresenta l’istituzione dello sport per disabili. Il Comitato Paralimpico è un ente pubblico.

“Compito nostro è sostenere il movimento e favorire ogni attività, dialogare con le istituzioni, rappresentare il nostro mondo ai massimi livelli.  Ma non avremmo altrettanta forza se non ci fosse la spinta dal basso. Una ‘rivoluzione di vertice’ non avrebbe raggiunto gli stessi risultati”.

A Tokyo siete stati seguiti – benissimo – dalla Rai, ma la stampa non ha investito sule Paralipiadi: pochissimi inviati, per lo più di agenzie. L’ufficio stampa del Cip ha dovuto fare sforzi straordinari e siamo testimoni che  lo ha fatto in modo encomiabile.

“Avremmo potuto potuto gridare allo scandalo, alla discriminazione, Ma non lo abbiamo fatto. La nostra è una rivoluzione culturale, anche nei metodi. Comunque alla comunicazione da parte di tutti, nessuno escluso, ho idealmente assegnato la settantesima medaglia delle Paralimpiadi di Tokyo”.

Le prime pagine le avete raggiunte lo stesso.

“La rivoluzione culturale è anche questa. Avere attenzione dei media non perché si battono i pugni sul tavolo, perché pretendiamo quote, ma per ciò che rappresentiamo: i risultati ottenuti erano tali da costituire notizie da prima pagina”.

Una regia invisibile ha voluto che Bebe Vio con la sua straordinaria carica comunicativa e la sua storia umana vincesse al sabato. E al sabato le tre velociste si sono prese il podio dei 100 metri un mese dopo Jacobs alle Olimpiadi. Per due domeniche tutti i giornali avevano in prima pagina foto di paralimpiche imbandierate e sorridenti.

“Vent’anni fa quando ancora gareggiavo, nessuno avrebbe immaginato che atleti e atlete con disabilità sarebbero state in prima pagina e primo lancio del telegiornale della rete ammiraglia. Oltre ad impegnare con commenti a loro dedicati, firme di solito dedite a ben altri temi”

Vent’anni fa, era già difficile definirli, gli attuali paralimpici.

“Già eravamo alle prese con le definizioni: c’è stata la stagione degli invalidi, poi degli handicappati, dei portatori di handicap, dei disabili. Definizioni in cui si accentuava ciò che manca, che fa difetto. ‘Paralimpici’ è una definizione in positivo. Una bella conquista”.

E ora, Pancalli?

“Il 23 settembre saremo ricevuti assieme ai vincitori di medaglie olimpiche al Quirinale dal presidente Mattarella, poi dal presidente el consiglio Draghi.

Cosa chiederà?

“Ringrazierò dell’attenzione dell’ospitalità di quel giorno. Poi avvieremo contatti con la singole istituzioni per ogni capitolo dei molti su cui dovremo lavorare”.

Non era mai capitato che il sottosegretario allo sport avesse alle spalle il curriculum di Valentina Vezzali.

“Più che il curriculum conta la sensibilità dimostrata: è stata cinque giorni con noi, ha dialogato da atleta con le atlete e gli atleti. Potrà testimoniare ciò che ha visto. La politica che ha riconosciuto al Comitato italiano Paralimpico la natura di ente pubblico non potrà non essere orgogliosa di noi”.

Alla vigilia lei dichiarò a Luce! Che la medaglia più bella sarebbe stata l’esempio che i paralimpici avrebbero dato alle persone con disabilità perché si  avvicinino allo sport. L’esempio c’è stato, la corsa allo sport ci sarà. Avete preparato un dossier con le richieste?.

“La nostra è stata una rivoluzione silenziosa , inesorabile ma silenziosa e non c’è necessità di cambiare stile. Sa da dove partirò?”

Da dove?

“Dalle lettere ricevute. Dal genitore che ha il figlio in un letto di ospedale e dice di aver ricevuto speranze, non quelle che può dare un medico ma speranze su come impiegare la vita. E dai genitori con figli abili che su loro consiglio hanno seguito le Paralimpiadi in tv e si dicono certi che così facendo li hanno educati al meglio. Stando ai messaggi ricevuti, in tutta Italia ci saranno persone che si avvicineranno allo sport”.

E dovranno essere accolte. Lancia un messaggio ai sindaci?

“I migliori ambasciatori del paralimpismo, il nostro primo avamposto saranno i cittadini che rivendicheranno il diritto allo sport, che si aggiungerà ai mille diritti – al lavoro, alla scuola, ai trasporti, all’accesso, al welfare – per i quali le persone con disabilità combattono ogni giorno la propria olimpiade della vita. Se lo sport può aiutare a rendere più visibili queste persone, ne saremo orgogliosi e avremo uno stimolo in più ad impegnarci”.

Quindi, potenziali paralimpici alzate la voce.

“In un certo senso si forma una ‘sindacalizzazione’ del diritto allo sport generato dalla visione dei nostri campioni e  chiama le politiche territoriali a dare risposte: In ogni regione abbiamo un comitato del Cip, è bene che ogni istanza arrivi dal basso e lì trovi soluzioni, si componga nel dialogo fra cittadini ed istituzioni, al quale rivolgeremo la massima attenzione”.

Serviranno ancor più  impianti accessibili, insegnanti specializzati.

“In Italia partiamo da una condizione che vede una scuola su tre non libera da barriere architettoniche. Serviranno poi istruttori formati in maniera specialistica che lavoreranno in quel welfare attivo, capace di donare benessere e aiutare tutti gli italiani a stare meglio. Un settore che occuperà professionisti, e avrà bisogno di volontari”.

Potenzialmente quante sono le persone con disabilità “in età da paralimpiadi” (anche se qui il periodo agonistico è più lungo di quello olimpico) che potrebbero accostarsi allo sport?

“Più di un milione, tutte da intercettare con un’interessante offerta sportiva”.

Come alle Olimpiadi, anche alle Paralimpiadi l’Italia è stata carente negli sport di squadra. Eravamo presenti solo col sitting volley.

“Dobbiamo lavorare su tante discipline: sul basket in carrozzina c’è un’attività fertile. Dobbiamo crescere ancora”.

La domanda trattenuta fino alla fine: qual è stata la medaglia che l’ha maggiormente commossa?

“Lo dissi alla vigilia: sono padre di famiglia e per me gli atleti sono tutti come figli. Ogni medaglia è stata importante. Ed è stato importante anche chi non è andato a medaglia. E magari con il suo impegno ha ispirato qualcuno ad accostarsi a una disciplina. Le medaglie più belle saranno le persone che faranno sport sull’onda delle paralimpiadi. Medaglie non di metallo, ma in carne, ossa, muscoli e teste. Per quelle, che mi auguro iniziano ad arrivare presto, gioiremo ancora di più”.