Un uomo paralizzato dalla SLA è riuscito a comunicare grazie a un impianto cerebrale

Lo studio pubblicato su Nature Communications: un paziente di 34 anni, completamente paralizzato a causa della sclerosi laterale amiotrofica, ha potuto pronunciare alcune frasi grazie a una nuova interfaccia neurale. Le sue prime parole: "Voglio mangiare patate al curry"

“E, A, D”. Sono queste le prime lettere che un uomo di 34 anni, completamente paralizzato a causa della sclerosi laterale amiotrofica (SLA), è riuscito a comunicare tramite un computer collegato a un impianto nel suo cervello. L’esperimento, condotto nel 2020 da Ujwal Chaudhary, un ingegnere biomedico del centro svizzero Wyss per la bio e neuro-ingegneria di Ginevra, è stato un successo. Per la prima volta, infatti, un impianto cerebrale è riuscito a leggere l’attività cerebrale di un paziente completamente paralizzato. La ricerca è stata pubblicata due anni dopo, martedì 22 marzo, sulle pagine di Nature Communications.

Al paziente, di cui non è stata rivelata l’identità ma che oggi ha 36 anni, era stata diagnosticata qualche anno prima dell’esperimento una sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che porta alla progressiva degenerazione delle cellule cerebrali legate al movimento e quindi alla completa paralisi dei muscoli. L’uomo aveva perso la capacità di muovere anche i bulbi oculari ed era del tutto incapace di comunicare. In termini medici, il paziente si trovava in uno stato di “locked-in“, ovvero una condizione per cui si è coscienti ma non ci si può muovere perché completamente paralizzati.

Ujwal Chaudhary, l’ingegnere biomedico che è riuscito con il suo esperimento a far comunicare l’uomo di 34 anni completamente paralizzato dalla SLA

Tuttavia, con l’esperimento del dottor Chaudhary, il paziente aveva imparato a selezionare, non direttamente con i suoi occhi ma immaginando che i suoi occhi si muovessero, alcune singole lettere che il computer collegato al suo cervello pronunciava ad alta voce. Lettera dopo lettera, una al minuto, il paziente è riuscito a formulare parole e quindi frasi. “Voglio mangiare patate al curry e una zuppa di patate”, è riuscito a comunicare il paziente. Il dottor Chaudhary e i suoi colleghi rimasero sbalorditi. “Io stesso non potevo credere che fosse possibile”, ha detto al New York Times il dottor Chaudhary, diventato ora amministratore delegato di Als Voice gGmbH, una società di neuro e biotecnologie con sede in Germania.

L’esperimento fornisce “il primo esempio di un paziente completamente paralizzato che comunica a lungo con il mondo esterno”, ha affermato Niels Birbaumer, a capo dello studio pubblicato su Nature Communications ed ex neuroscienziato dell’Università di Tubinga. Si congratula con l’esito dell’esperimento anche Steven Laureys, neurologo e ricercatore del Coma Science Group dell’Università di Liegi, in Belgio: “È un punto di svolta“, ha dichiarato il neurologo, sottolineando che la tecnologia utilizzata potrebbe avere anche ripercussioni nel dibattito sull’eutanasia per le persone completamente paralizzate o in stato vegetativo. “È davvero fantastico riuscire a dare voce ai pazienti”, ha commentato Steven Laureys.

Le tecnologie utilizzate nell’esperimento del dottor Chaudhary si chiamano interfacce cervello-computer, in inglese brain-computer interface, e permettono di tradurre i segnali che arrivano dal cervello di una persona in comandi. Negli ultimi anni queste tecnologie sono state utilizzate in istituti di ricerca, in società private e da alcuni imprenditori miliardari, come Elon Musk con la sua Neuralink Corporation. I risultati di questi esperimenti sono stati molte volte contrastanti ma molto spesso anche convincenti, come nel caso dell’uomo di 36 anni completamente paralizzato. Tuttavia, anche in questo caso, ciò che gli scienziati ancora non sono stati in grado di fare è riuscire a comunicare in modo continuo con il paziente. Ma c’è fiducia che da questi primi risultati si possa prima o poi arrivare a un punto in cui la vita del paziente, in stati come quello dell’uomo di 36 anni paralizzato a causa della SLA, possa significativamente migliorare. “Questo approccio è sperimentale – ha infatti spiegato ancora il dottor Chaudhary – e c’è ancora molto da imparare. In questa fase la tecnologia è ancora troppo complessa per essere utilizzata da pazienti e famiglie. Renderla più intuitiva e accelerare la velocità di comunicazione – ha concluso il dottore – sarà fondamentale”.