Parità salariale e incentivi alla presenza femminile nel mercato del lavoro: sì unanime della Camera

Con 393 voti favorevoli e nessuno contrario il testo unico sulle pari opportunità tra uomini e donne in ambito lavorativo passa dalla Camera all'esame del Senato. Tra le novità l'obbligo del rapporto sulla situazione del personale in azienda, l'introduzione della "certificazione di parità" e della nozione di discriminazione diretta e indiretta

Testo unico sulle pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo: c’è il via libera della Camera. Mercoledì 14 ottobre da Montecitorio è arrivato il sì unanime dei deputati alla modifica del codice per incentivare la presenza femminile nel mercato del lavoro e contrastare il “gender gap” nelle retribuzioni. La proposta di legge sulla parità salariale, nata dal lavoro congiunto della Commissione Lavoro e dal governo, è stata infatti approvata dall’Aula con 393 voti a favore e nessun contrario, e passa adesso all’esame in Senato e potrebbe diventare definitivamente legge entro dicembre. “Abbiamo lavorato affinché ci fosse una larga convergenza, mi auguro che il Senato proceda velocemente, abbiamo bisogno che questa legge diventi operativa quanto prima – ha dichiarato l’onorevole Chiara Gribaudo del PD, relatrice della proposta di legge –. Le risorse le abbiamo trovate, abbiamo indicato 50 milioni a partire dal 2022. Il Pd al Senato ha già chiesto che il testo venga votato in sede deliberante”, ha spiegato la deputata, che ha dedicato questa prima approvazione “a tutte le donne che lottano dentro e fuori il Parlamento”.

La proposta di legge

L’obiettivo ambizioso del codice è quello di ridurre (o meglio annullare) il divario salariale tra i sessi, il cosiddetto “gender pay gap”, ma anche di rimuovere le discriminazioni relative all’accesso al mercato del lavoro e alle opportunità di crescita professionale per le donne, attraverso l’ampliamento di applicazione dell’obbligo di redazione del rapporto sulla situazione del personale. Questo diventa così tassativo per le aziende (sia pubbliche che private) che impiegano più di 50 dipendenti (prima lo era per quelle con più di 100).
La legge prevede poi l’istituzione, da gennaio 2022, della cosiddetta “certificazione della parità di genere”, dedicata alle imprese che promuovono la parità salariale, la tutela della maternità e la parità di mansioni. Vengono quindi previsti incentivi alle assunzioni – grazie ad agevolazioni fiscali – e strumenti per favorire la conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Per le imprese che a fine anno avranno ottenuto questa sorta di “bollino aziendale” di merito è previsto uno sgravio contributivo che arriva fino a 50 mila euro all’anno.
Un’altra novità è rappresentata dall’estensione della legge Golfo-Mosca, che stabilisce le quote rosa nei consigli di amministrazione. Questa norma, che valeva inizialmente per le società private ed è stata poi allargata a quelle quotate in borsa, con questa legge sarà prevista anche per le società partecipate pubbliche.
Tra le modifiche introdotte al testo c’è infine anche la nozione di discriminazione diretta e indiretta, che include quegli atti di “natura organizzativa o oraria” che sfavoriscono le donne: si tratta, in parole povere, di trattamenti che, “in ragione del sesso, dell’età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive”, pongono o possono porre la lavoratrice in “posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri” dipendenti, generando “limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o alle scelte aziendali” e creando ostacoli riguardo ad avanzamento e progressione nella carriera.

Le reazioni politiche

La relatrice Gribaudo ha parlato in Aula di “un meccanismo di trasparenza e garanzia per milioni di donne lavoratrici, una legge che garantisce i diritti di ciascuna, dal reclutamento alla retribuzione, fino alle opportunità di carriera. Sono cambiati tre governi in questa legislatura, cambiati i ministri, mai la voglia di arrivare in fondo e sono sicura che anche per le colleghe e i colleghi del Senato questo testo sarà una priorità – ha aggiunto l’onorevole dem –. Questa giornata e questo momento va a tutte noi, alle 470mila donne che hanno perso il lavoro durante la pandemia, a tutte coloro che vengono pagate meno o stimate meno dei loro colleghi uomini, alle donne che hanno i titoli, la competenza, l’esperienza e la preparazione ma apparentemente non il genere giusto per essere dirigenti o manager d’azienda”.
Le reazioni di entusiasmo e sostegno alla proposta di legge sono state bipartisan: per il Movimento 5 Stelle è un “segnale a donne e imprese” frutto di un lavoro sinergico tra governo e Parlamento, che ora si auspica passi in fretta dal Senato. Il segretario del Pd Enrico Letta, su Twitter, ha definito l’approvazione alla Camera una “grande conquista”, mentre il ministro del Lavoro Orlando ha parlato di “un’ottima notizia per il lavoro, per il Paese, un passo avanti sulla strada della parità di genere”. “Dobbiamo fare in modo che tutte le donne possano ricevere il rispetto dovuto e il trattamento appropriato alla loro posizione”, dice la deputata della Lega Elena Murelli, mentre Daniela Ruffino (Coraggio Italia) parla di “messaggio di uguaglianza da Montecitorio”. Per Forza Italia, infine, un “traguardo importante” e un passo “giusto e necessario” secondo la Cgil.

I dati sulla disparità di genere nel mondo del lavoro

Pochi giorni fa un rapporto Istat ha certificato, ancora una volta, che in Italia le donne sono più istruite degli uomini, ma questo non si ripercuote positivamente al momento della ricerca e dell’ingresso nel mondo del lavoro. Tra le persone con il diploma le donne sono il 65,1% e gli uomini il 60,5%, una differenza ben più alta di quella osservata nella media Ue, pari a circa un punto percentuale. Le laureate, invece, sono il 23% e gli uomini il 17,2%. Ma questo non impedisce loro di avere difficoltà maggiori a raggiungere le stesse opportunità di carriera dei colleghi uomini, e cioè influisce molto sulla retribuzione percepita. Ancora oggi  una donna, in Italia, può ricevere fino al 20% di stipendio in meno di un collega a parità di mansioni e ore lavorate.
La legge approvata a Montecitorio cerca quindi di incentivare la presenza della componente femminile nel mercato del lavoro, e allo stesso tempo di contrastare il divario retributivo di genere, che ogni anno fa perdere al nostro Paese circa 8 punti di Pil. Secondo il World Economic Forum, se si riuscisse ad abbattere la disparità tra uomini e donne il Pil del mondo aumenterebbe di 5.3mila miliardi di dollari.