Pecora Dolly, 25 anni fa il primo clone che rivoluzionò la scienza e aprì alla ricerca sulle staminali

La nascita del primo mammifero clonato all'Istituto Roslin di Edimburgo ha rappresentato una risultato straordinario per la ricerca. Oggi la clonazione di organi e tessuti è una parte importante della medicina rigenerativa

È passato un quarto di secolo da quando, il 5 luglio 1996, venne alla luce la pecora Dolly. Nell’Istituto Roslin, in Scozia, si è trattato del primo mammifero clonato con successo da una cellula somatica. Un punto d’arrivo importantissimo, inseguito per anni e decine di esperimenti da un gruppo di ricerca guidato dagli scienziati Keith Campbell e Ian Wilmut. Ma anche un punto di partenza per la ricerca sulle cellule staminali, che ha rivoluzionato la scienza stessa.

Fino a quel momento la clonazione dei mammiferi era stata un tabù. Ma da quel giorno, insieme alle polemiche suscitate, si aprì anche una nuova strada per la ricerca. Dolly era stata ottenuta prelevando il nucleo di una cellula della ghiandola mammaria di una pecora adulta di razza Finn Dorse e trasferendolo nell’ovocita di un’altra pecora Scottish Blackface, a sua volta privato del nucleo. L’embrione così ottenuto era stato trasferito nell’utero di una terza pecora, che aveva portato avanti la gravidanza. Prima di arrivare a Dolly erano state trasferite ben 277 cellule somatiche in altrettanti ovociti, e solo in 29 casi si erano ottenuti degli embrioni, trasferiti nell’utero di 13 pecore, con un solo successo.

La nascita della pecora clonata venne annunciata solo alcuni mesi più tardi, nel febbraio 1997 con un articolo sulla rivista Nature che in breve tempo fece il giro del mondo. E aprì un dibattito che esulava il mero abito scientifico. Era l’inizio di una rivoluzione. Per la prima volta si era dimostrato che lo sviluppo di una cellula non è irreversibile. Vale a dire che una cellula ormai adulta e specializzata può tornare indietro nel tempo e regredire fino a tornare bambina, ossia indifferenziata e capace di svilupparsi in nuove direzioni, dando origine a un embrione o a cellule di tessuti diversi. “Immagino fabbriche di organi“, aveva commentato Renato Dulbecco, Premio Nobel per la medicina nel 1975. Il medico e biologo aveva già in mente allora quello che solo adesso si sta realizzando, ovvero la possibilità di coltivare in laboratorio organi in miniatura per studiare malattie e sperimentare farmaci.

Da allora infatti, la stessa tecnica è stata perfezionata e ha permesso di ottenere cloni di specie utili in laboratorio, come il topo o il maiale, fino a quelle da allevamento e a quelle minacciate di estinzione. Oggi anche pelle, cornea, cartilagine e vasi sanguigni hanno cominciato a prendere forma nei laboratori, coltivati a partire dalle cellule staminali. E proprio si sono trasformate nell’inchiostro ‘speciale’ che ha permesso di stampare in 3D fegati e cervelli in miniatura.

Organi e tessuti, nessun uomo o donna fotocopia, come temeva chi, senza alcuna base scientifica, propagandava la clonazione umana come imminente. Perché se le fantasie sui ‘cloni umani’, anche a 25 anni di distanza, rimangono tali, la medicina rigenerativa è invece un obiettivo concreto e realistico da raggiungere. Anche se la strada da percorrere è ancora lunga e accidentata. Ma è stata aperta, da una pecora, e non saranno le persone timorose a richiuderla.