Per chi suona la campana: quattro catechisti raccontano l’educazione alla fede dei bambini, durante la pandemia

Il lockdown ha costretto a chiudere le chiese o almeno a contengentarne gli accessi. E ha reso difficilissima la preparazione spirituale alla prima comunione e alla cresima. Il racconto di quattro giovanissimi catechisti di varie zone d'Italia, Fra tentativi di dad e lotta al calo di attenzione dei più piccini
Giovani per i giovani. Anzi giovanissimi. È un vero e proprio esercito quello dei catechisti e degli educatori che dedicano il loro tempo libero a bambini e adolescenti. Ragazzi che in parrocchia e all’oratorio condividono tempo, esperienze e preoccupazioni. Sempre con uno sguardo al futuro, sempre con la speranza. La speranza della fede. Ne abbiamo ascoltati per conoscere da loro come si svolge l’attività di educatori e in cpartcioalrte di educatori alla fede al tempo in cui pandemia e lockdown hanno vietato o fortemente ristretto  le opportunità di contatto diretto. Signficativo ascoltarli  in questo periodo dell’anno, in cui l’attività di catechismo  raggiunge il proprio obiettivo “istituzionale”, ovvero  l’accompagnamento dei bambini alla prima comuncione o (anche se spesso diluite nel calendario annuale alla cresima). Se il comando di Cristo era “lasciate che i bimbi vengano a me”, intendendo la chiesa, le parrocchie, le comunità, l’imperativo dell’epoca covid è a stare lontani, distanziati, il meno possibile a contatto. A Gesù si arriva uno per uno, senza le festanti e allegre schiere, che si spera di rivedere al più presto.
Luce! intervista quattro giovani catechisti di varie regioni italiane. Ascoltiamoli

Clarissa, 22 anni: “Divido i gruppi, doppio lavoro ma miglior dialogo”

Clarissa Cortopassi

di Diego Casali

Viaggia low cost ed è appassionata di giochi da tavolo. Meglio per i secondi in questo periodo di pandemia. Ma Clarissa Cortopassi, 22 anni catechista e animatrice dell’oratorio di Monte San Quirico a Lucca, ama anche passeggiare. “Sì, mi piace camminare, ma non fatemi fare troppe salite”. Il percorso più bello (e intenso), la studentessa in scienze religiose che divora libri e serie tv, lo sta intraprendendo però “con i nostri bimbi”, come ama definirli lei.

“L’anno scorso, durante la prima fase emergenziale, abbiamo perso quasi totalmente il contatto con i bambini. Proponevamo qualche piccola attività da svolgere con i genitori, ma nulla di più. Quest’anno abbiamo potuto riprendere il nostro percorso. Non è facile, si tratta di un cammino a singhiozzo perché siamo costrette a interromperlo ogni volta che subentra la zona rossa”.
Come per la vita normale si cerca di sfruttare al meglio il tempo a disposizione. “Io e Martina (l’altra catechista) abbiamo deciso di evitare gli incontri online. Non vogliamo costringere i bimbi a stare altro tempo di fronte a uno schermo, oltre a quello che ci passano già per la scuola. Ciò che è fondamentale, per il catechismo ai bambini di 10 anni, è l’interattività, lo scambio e il gioco”.

“Due sottogruppi, con doppio turno”

Certo sono cambiate le modalità di incontro, ma non tutti i mali vengono per nuocere. “Abbiamo un gruppo numeroso, 19 ragazzini, lo abbiamo deciso in due sottogruppi (facendo quindi due turni ogni sabato) per evitare assembramenti. In verità, riusciamo a fare gli incontri più in tranquillità e ad avere un dialogo più profondo con i bambini; peccato per loro che non possano continuare il percorso tutti insieme così come lo avevano iniziato”.
Essere giovani significa provare a diventare grandi. Attraverso un percorso di donazione al prossimo. Fare il catechista è un po’ tutto questo anche ai nostri giorni. Clarissa si guarda dentro e… “A volte ho la sensazione di non dare abbastanza rispetto a quello che mi danno in cambio i bimbi e i ragazzi. Quando mi rendono partecipe del loro entusiasmo, dei loro pensieri e a volte anche dei loro dubbi e perplessità, mi sento grata, perché sono timide dimostrazioni che almeno un pochino della loro fiducia è riposta anche in me. Sì, è un percorso di crescita e la cosa bella è che cresci con loro, vedi i loro cambiamenti nel tempo ma anche i tuoi”.

“Non rimpiango il sabato con gli amici”

E poi c’è il rapporto con i coetanei, che condividono questa esperienza. “Negli anni il gruppo di educatori che si è creato, si allarga e si rafforza negli anni dando vita a una vera e propria catena di fiducia e sostegno”. Che, insieme al divertimento, danno vita a quel mix giusto per non rimpiangere i sabato pomeriggio passati in giro con gli amici. “A dirla tutta, egoisticamente stare con i bimbi mi fa stare bene. Che si tratti di catechismo o dei giochi all’oratorio, amo stare con loro e soprattutto mi diverto a stare con loro. Inoltre, per quanto riguarda l’oratorio, è bello e importante – di questi tempi – offrire la possibilità di avere un luogo di ritrovo genuino, dinamico e con attività utili e intelligenti”.

Il periodo della prima Comunione

La prima domanda è: ci saranno? O finirà come lo scorso anno? Tutto rimandato per Covid. “Incrociando le dita, a giugno accompagneremo i bimbi a ricevere questo sacramento. Ovviamente far capire loro il significato di ciò che vivranno non è facile, cerchiamo di trasmetterglielo leggendo alcuni passi del Vangelo e ragionandoci insieme. Credo molti di loro sentiranno l’importanza della Comunione il giorno stesso in cui la riceveranno. Forse solo in quel momento capiranno quanto significhi ciò che staranno vivendo. E, come sempre, sarà un’emozione anche per noi. Una delle tante che solo i ‘nostri’ bimbi possono regalare”.

 

Sara, 24 anni: “Proviamo a far vivere ai più piccoli una nuova normalità”

Sara Bitozzi, 24 anni

di Saverio Bargagna

Puoi a 24 anni diventare un punto di riferimento per un’intera comunità? Sara Bitozzi è proprio questo. Dal catechismo, al coro parrocchiale; dal campeggio estivo per bimbi alle varie iniziative settimanali, la giovane studentessa universitaria è una delle «rocce» su cui poggia la parrocchia di San Giovanni Evangelista a Ponsacco , provincia di Pisa, guidata da don Armando Zappolini, prete no-global noto a livello nazionale per l’impegno contro le mafie e la ludopatia. A lei e al suo gruppo di amici impegnati in parrocchia gli impegni non mancano mai: sempre un sorriso, sempre paziente anche quando una frotta di bambini scatenati sembra poter buttare all’aria il mondo. «Fin da piccola – spiega Sara – sono stata nel coro della chiesa e crescendo ho fatto parte di un piccolo gruppo di dopo cresima. Successivamente, con il passare degli anni, sono diventata animatrice: inizialmente delle piccole feste organizzate in parrocchia e poi dei campi estivi e invernali. Da quest’anno sono anche catechista».

Il Covid ha mutato le nostre abitudini e il modo di approcciarsi ai luoghi quotidiani. Ciò vale, ovviamente, anche per l’ambito parrocchiale. Come continuare a mantenere il rapporto coi bimbi?

«Frequentando per tirocinio anche le scuole ho capito che è sempre più urgente cercare di offrire momenti di ‘normalità’ ai piccoli, pur con le dovute precauzioni. In tal senso abbiamo voluto dare continuità all’attività di catechismo. Personalmente seguo un gruppo di bimbi della scuola elementare: abbiamo iniziato un percorso di incontri online cercando di studiare attività coinvolgenti anche a distanza. Il periodo invernale ha rappresentato una sfida complessa».

In che senso?

«Abbiamo dovuto predisporre incontri tramite internet con tutte le problematiche del caso. Adesso, invece, con l’avvento della primavera – pur adottando tutte le dovute misure di sicurezza – abbiamo cercato di organizzare attività all’aperto insieme. Nonostante il contatto diretto sia stato molto limitato in questi mesi abbiamo fatto di tutto per mantenere un rapporto con le famiglie e coi bambini».

Fare il catechista, l’educatore è solo dare o anche ricevere? Perché un ragazzo o una ragazza della tua età dovrebbe provare questa esperienza?

«Fare il catechista e animatore, come nel mio caso, è sicuramente un ‘dare’. Io provo a trasmettere valori positivi alle nuove generazioni. Ma questo percorso ben presto porta, è facile scoprirlo, anche un ricevere. Nella loro semplicità i bambini riescono a donarti sempre qualcosa che ti arricchisce personalmente e ti porta a riflettere. E tutto ciò ti fa crescere».

E ciò basta per ‘sacrificare’ un sabato pomeriggio o una domenica con gli amici?

«Dedicare tempo agli altri arricchisce tutti. In questo mondo un po’ confusionario credo che aiutare i bimbi in un percorso di crescita significhi contribuire a creare una società migliore. E’ una bella sfida che mi appaga».

In questi giorni si stanno celebrando le prime comunioni. Nell’era covid, i bimbi sono preparati?

«A Ponsacco abbiamo iniziato il 18 aprile e continueremo ancora per diverse settimane. Sicuramente la preparazione, rispetto agli anni passati, è più scarsa. Tuttavia confido nelle famiglie e nei catechisti nel cercare di spiegare e far capire al meglio l’importanza di questo grande passo. So che alcuni di loro si sono organizzati in via telematica con video e spiegazioni per affrontare e spiegare in modo chiaro il valore di questo Sacramento».

 

Matteo, 26 anni: “Sempre in contatto, anche quando non ci vediamo”

Matteo Fumagalli, 26 anni

di Diego Casali

Fare e non pretendere niente in cambio. Fare, dunque essere. Perché donarsi agli altri non è esercizio di autocelebrazione, ma una vera e propria vocazione. Che parte dalla voglia di condividere esperienze, di maturare amicizie, di sostenere chi può aver bisogno di noi. Un desiderio personale che nasce nell’intimo e che è la sintesi dell’approccio alla vita di Matteo Fumagalli, 26 anni, laurea magistrale in fisica applicata e prof di matematica e scienze in una scuola secondaria di primo grado.

Al nostro Matteo, insegnare solo al mattino non basta. Così ci mette il carico e, nel weekend, segue i ragazzi della sua parrocchia, nella comunità pastorale Madonna del rosario di Lecco. Giovani tra 18 e 20 con i loro sogni e le loro complessità.

“Colazione a distanza, tutti connessi insieme”

Ama passare il tempo libero con la sua ragazza Francesca, fare sport, andare in montagna e fare giochi in scatola con gli amici. “Molti dei quali – racconta Matteo – sono in oratorio. Siamo davvero un bel gruppetto.  Insieme ad altri quattro educatori miei coetanei e al don (don Marco ndr), siamo riusciti a mantenere una certa regolarità nei contatti con i nostri ragazzi. Anche durante il primo lockdown. Per fare un esempio, a marzo scorso avevamo in programma di passare una settimana di vita comune in oratorio, che per ovvie ragioni non si è potuta fare. Abbiamo però mantenuto l’appuntamento trovandoci online tutte le mattine per fare colazione insieme e per lanciare qualche spunto di riflessione per la giornata, spunti che poi venivano ripresi e discussi in un incontro, sempre in via digitale, che svolgevamo ogni sera”.

 

“Seconda ondata, tutti più stanchi”

Il contatto on line è proseguito, purtroppo, anche con la seconda ondata. “Quest’anno però è stato peggio – confessa Matteo – perché i giovani erano più stanchi di avere contatti solo in forma multimediale dovendo passare molte ore al pc per le lezioni a distanza e i compiti. Nei limiti del possibile noi abbiamo provato a proporre incontri in presenza in oratorio, ma questo è risultato in una programmazione un po’ a singhiozzi a causa del cambio di colore ogni due settimane. Come team di educatori però abbiamo sempre cercato di mantenere il contatto, soprattutto perché in alcuni casi i ragazzi più fragili hanno rischiato e rischiano tuttora di rimanere completamente soli”.

 

“Su una panchina, ascoltandoli per ore”

Ma questo impegno, Matteo e i suoi amici, lo vivono con uno slancio particolare che si riassume in un concetto preciso. “Fare il catechista o l’educatore è sempre molto di più un ricevere che un dare”. Matteo non ha dubbio alcuno. “I legami di stima reciproca, di affetto e di amicizia che si formano con i ragazzi con cui vivi delle esperienze di vita intense e significative lasciano una ricchezza inestimabile. Non so se quella dell’educatore è un’esperienza che consiglierei a tutti, perché richiede una certa quantità di pazienza e di energia, accompagnate dalla forza di volontà e dalla fede. È importante conoscere il mondo dei ragazzi con cui si vuole instaurare una relazione, essere disposti a sedersi su una panchina per ore ad ascoltarli mentre si sfogano perché qualcosa nella loro vita non va come vorrebbero, saper dare consigli basati sulla propria (poca) esperienza in più che si ha della vita senza farli passare per verità assolute. Non è un compito semplice, ma proprio per questo è un’esperienza di crescita che nella mia vita è stata fondamentale e per cui sono grato tutti i giorni”.

 

“Dare gratuitamente, la lezione di Gesù”

Bisogna solo aver la capacità di mettere da parte il proprio io, anteponendo gli alti. “Sacrificare i propri momenti di svago per dedicarsi a qualcuno più piccolo di te è un passaggio fondamentale per imparare la logica del dono gratuito, fatto senza aspettarsi niente in cambio. Logica che sembra in contraddizione completa con la nostra società, ma che è quella che ci consegna Gesù nel Vangelo e, dal mio punto di vista, è l’unica che dovremmo seguire se vogliamo cambiare questo mondo dominato dall’individualismo”.

 

Maria, 19 anni: “Che bello vederli abbracciarsi con la mascherina”

 

Maria Sacchi

di Federico Di Bisceglie

Non basta credere. Bisogna amare, saper trasferire e aver già interiorizzato il messaggio di Cristo. Diventare catechisti, se fatto seriamente, è una missione. Non certo facile. Mettersi in gioco in questo cammino a quattordici anni è una scommessa, prima di tutto con se stessi. Maria Sacchi ora è alla soglia dei diciannove, ma fa la catechista nella parrocchia di San Luca Evangelista a Ferrara da poco più di quattro. «Seguo i bambini di seconda e terza elementare, sono speciali». Nonostante la pandemia abbia messo in ginocchio tutte le forme di socialità, anche fra i più piccoli, Maria ci ha creduto.

Maria, catechismo specie per i bambini significa aggregazione, condivisione. Come avete affrontato le chiusure disposte dai decreti governativi?

“Confesso che è stato un anno tutt’altro che facile, specie sotto il profilo della catechesi. Abbiamo iniziato con le chiusure durante il primo lockdown l’anno scorso e abbiamo interrotto le attività per oltre tre mesi. La stessa sorte ci è capitata anche con l’ingresso in zona rossa della nostra regione, nei diversi momenti del 2021. Quindi, in tutto, siamo stati costretti a sospendere la catechesi così come tutte le attività parrocchiali per circa sei mesi».

Ci sono state parrocchie che hanno deciso di spostare sul web, attraverso piattaforme e social, le attività catechistiche. Voi avete preferito sospenderle. Perché?

«Con i ragazzi più grandi, quelli per intenderci che devono affrontare i sacramenti, siamo riusciti a fare qualcosa. Ma con i bambini di seconda e terza elementare si fa davvero fatica. E, comunque, con tutte queste interruzioni, anche quando tornavamo in presenza (nei brevi periodi di zona arancione e gialla), abbiamo profondamente cambiato la tipologia delle nostre attività».

 

In che modo?

«Abbiamo cercato di proporre loro attività più ‘leggere’, ma soprattutto più coinvolgenti. Giochi a premio, cruciverba, lavoretti. Quello che ho potuto constatare è che i bambini in questo periodo hanno subito un crollo vertiginoso del livello di attenzione e di concentrazione. Sebbene per quasi tutti il catechismo domenicale sia un momento di svago, l’attenzione è calata. Mi è dispiaciuto molto interrompere le attività anche perché il gruppo di bambini quest’anno era particolarmente folto e, all’inizio del 2020, eravamo partiti con molti progetti. Ma tant’è».

 

Che cos’ha lasciato ai catechisti e anche ai bambini, questa esperienza?

«Questa esperienza ci ha consegnato essenzialmente una riflessione sull’importanza della socializzazione. La chiusura forzata delle scuole, la sospensione delle attività catechistiche e più in generale di socialità, hanno contribuito paradossalmente a farcela apprezzare maggiormente. Tant’è che, nel momento della ripartenza, i bambini sono tornati ad abbracciarsi…. con la mascherina ben issata su naso e bocca».