Pietro Castellitto: “Bisogna trovare equilibrio fra le proprie radici e lo sperimentare percorsi nuovi”

Di recente ha fatto parlare di sé per una frase, "Chi è cresciuto a Roma Nord, ha fatto il Vietnam", che ha lasciato una lunga serie di meme e polemiche sul web. Ma l'attore e scrittore ha spiegato in un'intervista a Fanpage: "È subentrata l'invidia sociale, opposta alla lotta di classe, perché presuppone che ci sia un nemico fuori che ci serve per non chiarirci tra di noi, nella nostra intimità. Il paradosso è che quella frase lì era legata a una certa ferocia di Roma Nord, un certo classismo, la difficoltà di instaurare rapporti sinceri sotto lo stesso tetto". Così, invece, Piero Castellitto si racconta a Luce! 

Qualcuno lo ha definito “l’enfant prodige” del cinema italiano, dove ha cominciato a recitare fin dai 13 anni. Ma ultimamente Pietro Castellitto, classe ’91, sta provando ad affermarsi come artista a 360 gradi: non solo come attore sul grande e sul piccolo schermo, dove ha interpretato Francesco Totti nella miniserie televisiva “Speravo de morì prima“, ma pure come scrittore. Una passione, questa, dalla quale è scaturito “I predatori“, la sua prima fatica cinematografica da regista e sceneggiatore, e “Gli Iperborei“, il romanzo uscito nello scorso ottobre, presentato da Castellitto in occasione della rassegna Pecci Books a Prato.
“Ho iniziato a scriverlo nel dicembre 2018, poi mi sono dovuto fermare perché dovevo realizzare I predatori. La storia che avevo in mente doveva essere scritta: raccontare i rapporti psicologici che legano i personaggi in un prodotto audiovisivo sarebbe stato ridondante. Il libro – continua – parla di un gruppo di ragazzi di quasi trent’anni, che si conoscono fin da bambini e che ora vagano nei meandri di una vita dorata. Vita dalla quale in qualche modo vogliono evadere. La voce narrante è di Poldo, uno scrittore, che legge parti del volume che poi pubblicherà, grazie alle quali scopriamo anche l’infanzia dei personaggi. È stato un modo per fare i conti con la nostalgia della mia gioventù“.

Gioventù nella quale si è dovuto confrontare con l’onere e l’onore di essere figlio di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

“Ho provato a lavorare in altri ambiti, ma sentivo che non potevo non scrivere. E così ho cercato di declinare la scrittura nei modi che quest’epoca ti mette a disposizione, e quindi anche attraverso il cinema. Se hai del talento, un cognome importante a un certo punto rischia di diventare controproducente, ma ti sprona anche a voler raggiungere degli obiettivi velocemente, bruciando le tappe e slegandoti così da quella che è stata la carriera dei tuoi genitori”.

Ha parlato di scrittura, eppure lei nasce come attore e ultimamente si è dato anche alla regia. In quale forma artistica si sente più a suo agio?

“Scelgo la scrittura, perché ti dà la possibilità di capire fin dove sei in grado di pensare. Realizzare un bel libro è, però, molto più difficile che fare un bel film. Sicuramente in futuro mi dedicherò maggiormente al cinema, che vedo come un vero e proprio mestiere. Farò film anche quando non ne avrò voglia, sia da attore che da regista. I romanzi li scriverò invece solamente quando me la sentirò”.

Il cinema è stato parte di lei fin da giovanissimo, quando ha lavorato per suo padre nel film “Non ti muovere”. Com’è stato condividere il set con lui?

“Lavorare per conto proprio è assolutamente consigliabile in questi casi. Ma quando scegli un mestiere che erediti dai tuoi genitori, è altrettanto sano cominciare nella ‘bottega di famiglia’. Bisogna trovare il giusto equilibrio fra il riconoscere le proprie radici e lo sperimentare percorsi nuovi”.

A proposito di percorso. Il suo l’ha portata, da romano e romanista, a interpretare un tuo grande idolo come Totti

“Ho avuto la fortuna di conoscere bene Francesco. Avevo il suo poster in camera e mi ricordo che generava delle emozioni che difficilmente gli artisti riescono a generare nelle persone. Con le sue gesta ha formato parte del mio immaginario. L’ho sempre visto come un uomo e quando mi hanno affidato il ruolo ho capito di essere diventato adulto. Una presa di coscienza che definirei positiva”.