Più donne nelle discipline scientifiche, ma le pubblicazioni sono ancora appannaggio dei maschi

L'università olandese di Leiden ha esaminato le pubblicazioni di circa sei milioni di ricercatori in tutto il mondo, considerando autori che avevano prodotto almeno tre articoli tra il 1996 e il 2018. L'esito è che le scienziate raggiungono ruoli di alto livello molto più raramente rispetto ai maschi e interrompono le pubblicazioni con frequenza maggiore

Il numero di donne che intraprendono una carriera scientifica è molto più elevato rispetto a 20 anni fa, ma le ricercatrici sono ancora associate a meno pubblicazioni scientifiche rispetto alle controparti maschili. Lo documenta uno studio, riportato in un approfondimento della rivista Nature e pubblicato sul server di prestampa arXiv, condotto dagli scienziati dell’Università di Leiden nei Paesi Bassi, che hanno analizzato il database di citazioni e abstract di Scopus, un database creato dalla casa editrice Elsevier.

Il team, guidato da Ludo Waltman, ha valutato le pubblicazioni di circa sei milioni di ricercatori in tutto il mondo, considerando scienziati che avevano prodotto almeno tre articoli tra il 1996 e il 2018. Gli autori hanno riscontrato un aumento significativo nel numero di donne che hanno intrapreso una carriera scientifica. Se, infatti, nel 2000 si contava solo il 33 per cento di ‘quote rosa’, negli ultimi anni le scienziate rappresentano circa il 40 per cento delle occupazioni in ambiti di ricerca scientifica. Waltman afferma che è importante utilizzare stime concrete e precise per valutare la discrepanza di genere nelle carriere di scienza.

Secondo i risultati del team, inoltre, le donne raggiungono ruoli di alto livello molto più raramente rispetto alle controparti maschili, e tendono a interrompere la pubblicazione di articoli con una frequenza maggiore rispetto agli uomini. “Sebbene la durata delle carriere scientifiche di uomini e donne sia abbastanza simile – riportano gli esperti – esistono alcune importanti differenze nel modo in cui si sviluppano i loro impieghi”.

Tra le limitazioni dello studio, gli autori riconoscono l’assenza di dati per India e Cina, che insieme rappresentano circa un terzo della popolazione mondiale. “Se si implementassero nel sistema le informazioni su questi due paesi – osserva Flaminio Squazzoni, sociologo dell’Universita’ degli Studi di Milano – è probabile che la prospettiva risulti differente, ma il lavoro del team di Waltman evidenzia delle tematiche importanti”.

“La lente attraverso cui si esaminano le diversità di genere nella scienza non è ottimale – commenta Waltman – perchè il numero di pubblicazioni non rappresenta necessariamente l’unico indicatore di una florida carriera scientifica. Il nostro lavoro evidenzia comunque un significativo aumento del numero di donne che intraprendono le discipline scientifiche, anche se la variabilità tra i paesi considerati è molto ampia. Sarà necessario approfondire questi aspetti”.