Polonia, nuovo attacco ai diritti civili: la guerra contro le donne, le minoranze e la comunità Lgbtq+ continua

Una super procura e un super procuratore, con gli occhi puntati su tutti quei cittadini che 'si differenziano' dallo standard imposto. Il governo avrà accesso a tutti i dati personali dei cittadini e potrà perseguitarli. Intanto non si arresta la battaglia per bandire del tutto l'interruzione di gravidanza

Non bastava la contestatissima norma, entrata in vigore ormai da quasi un anno, a gennaio 2021, che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto e che in pratica sancisce il divieto quasi totale di abortire. Non bastava la morte, una su chissà quante altre, di Izabela Sajbor, una giovane parrucchiera stroncata dalla sepsi dopo che i medici si sono rifiutati di praticare l’interruzione di gravidanza sul feto, malformato (leggi qui). Non sono bastate le proteste, ininterrotte da mesi, che hanno tinto di rosso le strade della Polonia. Battaglie perse, battaglie vinte, battaglie di una guerra che non sembra voler cessare. La guerra alle donne.

L'(in)giustizia polacca

Nel Paese, da tempo ormai, si sta provando a far approvare una legge ancora più restrittiva, che introduca il divieto totale alle interruzioni di gravidanza. Dopo varie bocciature in Parlamento il partito di governo, PiS (Diritto e Giustizia), si è rivolto alla Corte costituzionale, la quale in una pronuncia ha stabilito che l’aborto, se non nei casi di stupro e di pericolo –certificato dai medici– di vita della madre, non rispetta i valori della carta fondamentale polacca. Insomma la vita di migliaia di donne è appesa ad un filo, in bilico nella bilancia di potere della politica. E a nulla, finora, è servita la protesta sulla dubbia imparzialità della Consulta da parte dell’opposizione polacca e della stessa Unione europea, la cui Corte di Giustizia ha condannato di recente lo Stato a pagare una multa di un milione di euro al giorno proprio per questo motivo. Tra i giudici della massima giustizia polacca, infatti, ci sono membri molto vicini al Pis – tra cui il portavoce Aleksander Stepkowski – e diversi di loro fanno parte del gruppo fondamentalista religioso Ordo Iuris, promotore in questi anni di alcune delle leggi sui diritti civili più aberranti, come quella che ha istituito le “zone libere da LGBTQ+”, quella che equipara l’educazione sessuale alla pedofilia e quella che ha approvato la fuoriuscita del Paese dalla Convezione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Il nuovo Istituto: un superprocuratore “Grande Fratello” orwelliano

Ora la Polonia compie un altro passo avanti verso quella che ai media internazionali appare come l’instaurazione di un Grande Fratello medievale: in Parlamento si sta per approvare la creazione di un Istituto per la famiglia e la demografia, guidato dal cattolico fondamentalista Bart łomiej Wróblewski, con lo scopo ufficiale di scoraggiare divorzi, impedire aborti e disgregare le famiglie arcobaleno. Per questo è stata prevista la figura di un superprocuratore, che avrà accesso a tutti i dati personali dei cittadini e potrà perseguitarli penalmente.

Le proteste nelle strade e nelle piazze polacche contro la legge che vieta quasi totalmente l’aborto(EPA)

Ecco se avete letto 1984 di George Orwell sapete benissimo di cosa sto parlando: quell’occhio del dittatore costantemente puntato sugli individui, schedati, seguiti, sorvegliati, in una sorta di regime pervasivo che, in barba a qualsiasi legge sulla privacy, scandaglierà la popolazione per rintracciare donne in procinto di abortire o coppie in crisi o famiglie arcobaleno. Tutto ciò che è fuori dagli schemi di un ordine (feudale) prestabilito verrà visto, preso, punito. Adesso che avete in mente quell’immagine, scacciatela e aprite i giornali, accendete le tv o il computer. Non è più finzione, in Polonia è realtà. O almeno lo diventerà tra breve. L’approvazione al Senato è infatti prevista per metà dicembre e la figura del superprocuratore sarà introdotta dal mese successivo. Una seconda legge è stata esaminata mercoledì 1 dicembre sempre dal Sejm, la Camera Bassa del Parlamento polacco, ma non è passata, anche se per pochissimi voti. In essa veniva riproposto il divieto assoluto e totale all’interruzione di gravidanza. In violazione di ciò che la stessa giustizia (o ‘ingiustizia’) polacca aveva stabilito nella pronuncia.  “Nonostante la morte di Izabel la legge punta a punire le donne con 25 anni di carcere per aborto e 5 anni per aborto spontaneo“, spiega Irene Donadio, membro dell’associazione umanitaria International Planned Parenthood Federation European Network (Ippf), di stanza a Bruxelles. “Il modello è il Salvador” aggiunge, riferendosi quindi ad uno dei Paesi più retrogradi al mondo nel campo dei diritti delle donne. Il guanto di sfida lanciato dal governo di Mateusz Morawiecki, anche se momentaneamente ‘caduto’, è all’Unione Europea, che sta cercando di ‘intralciarne i piani’ con multe salate e richieste ufficiali di scioglimento della Camera disciplinare dei giudici, una sorta di Inquisizione dei togati.

La piazza rossa polacca

L’appello alla reazione, più forte, incisiva, da parte di Bruxelles intanto arriva dalle piazze, dove da mesi donne (e uomini) protestano ininterrottamente contro l’instaurazione di quello che agli occhi di molti appare come uno Stato totalitario, senza diritti fondamentali, senza possibilità di essere se stess* diversamente dallo standard imposto, senza privacy. Un abominio, in una nazione che, sotto regimi totalitari c’è stata ben due volte. Ma con la superprocura dell’Istituto per la famiglia e la demografia, la Polonia sferra “un nuovo, micidiale attacco alle donne, alle minoranze, agli oppositori, alle persone Lgbtq+ – afferma l’attivista Marta Lempart –. L’Europa non può più stare con le mani in mano, deve agire. Queste leggi sono una provocazione, uno schiaffo in faccia anche all’Unione europea”.

La manifestazione “Non chiedermi il sangue” davanti alla sede del partito di governo Diritto e Giustizia

“Potranno sorvegliare le donne per capire se vogliono abortire o prendere la pillola del giorno dopo, perseguitare le famiglie arcobaleno, strappare i figli alle persone Lgbtq+, impedire divorzi. Stanno chiudendo il cerchio“. Lempart, vittima a sua volta di una durissima persecuzione legale  sta subendo 83 processi, uno dei quali potrebbe mandarla in carcere per otto anni, madre delle piazze polacche, cofondatrice dell’organizzazione “Sciopero delle donne”, da anni si batte per i diritti delle donne, delle minoranze e della comunità Lgbtq+. Non ha paura per sé, piuttosto per quello che potrebbe accadere alle sue connazionali. E quel cerchio di repressione, discriminazione, odio, lo vuole rompere ad ogni costo. Davanti al quartier generale del Pis (Diritto e Giustizia), si è sdraiata in terra, con centinaia di altri manifestanti coperti da lenzuola tinte di rosso, durante le proteste di questi giorni intitolate “Non chiedermi il sangue”. Perché tante, troppe persone, quel sangue, lo stanno perdendo, stanno perdendo la vita, la dignità, la forza di reagire. Le strade e le piazze di Varsavia e della Polonia si tingono di rosso, la battaglia continua. E la guerra non è ancora finita.