Post pandemia: alle donne è andata, come sempre, peggio. I dati del gender gap

Paura per il futuro, incertezza, stanchezza, depressione, perdita del lavoro e scarso accesso alla digitalizzazione. Il Covid19 ha ampliato il solco delle differenze tra i generi

Paura del futuro, ansia, depressione, burnout, stanchezza estrema. Se i sintomi post pandemia rilevati dalla ultime ricerche riguardano gran parte della popolazione colpita dal Covid-19, per le donne è andata peggio. Immaginate di avere un bimbo piccolo o addirittura da partorire, o figli adolescenti in Dad, un lavoro precario o una disoccupazione improvvisa, un marito in crisi, genitori anziani che non possono essere più di aiuto ma anzi ne hanno bisogno a loro volta; immaginate di dover reggere l’urto di un evento eccezionale, come è stato il coronavirus, tenendo insieme tutti i pezzi senza neanche sapere se e quando tutto questo finirà: può stupire che la pandemia abbia scavato un altro solco fra uomini e donne?

Le conseguenze della pandemia hanno colpito in particolare le donne

Le ricerche parlano chiaro. Secondo il sondaggio di Ipsos fra i paesi del G7, l’85% delle donne italiane ha riferito di avere paura del futuro (rispetto al 73% degli uomini italiani), il 59% ha provato ansia, depressione o burnout (rispetto al 50% degli uomini) il 32% delle donne ha dichiarato di soffrire di estrema stanchezza e stress, rispetto al 22% degli uomini.
Differenze che aumentano fra chi ha figli. Il 47% delle donne con almeno un figlio sotto i 18 anni si è sentita costantemente esausta (rispetto al 34% dei padri); gap che cresce dove ci sono bambini sotto i 6 anni: il 56% delle madri di bambini piccoli si è sentita sopraffatta, rispetto al 34% dei padri di bambini della stessa età: 22 punti in meno!

Sfiducia e stanchezza

Come una guerra, quindi, il Covid ha avuto un impatto maggiore sulle donne, contribuendo a scavare disuguaglianze e a produrre conseguenze sulla vita e sulla carriera che le stesse intervistate considerano durature: il 74% delle donne dei Paesi del G7 afferma che la propria salute mentale sia stata compromessa, e tra loro il 42% pensa che sarà difficile recuperare (rispetto al 33% degli uomini). Sono soprattutto le giovani donne o quelle con figli piccoli, che si trovano in momenti cruciali della loro vita per le scelte di lavoro, ad aver pensato che la loro carriera fosse definitivamente colpita dal periodo di pandemia. Per non parlare delle donne che hanno vissuto una gravidanza nel lungo periodo di pandemia: uno studio italiano coordinato dall’Istituto superiore di sanità e condotto nei consultori di 9 regioni italiane, riferisce che il 32% delle neomamme si è sentita abbandonata, non supportata dalla propria rete di riferimento, e quasi 1 donna su 8 ha riferito sintomi di stress psicologico che ha dovuto affrontare da sola per paura di perdere il bambino o di farlo soffrire.

Le mamme hanno dovuto affrontare un carico di lavoro ulteriore a causa delle restrizioni ai servizi per i figli

Divario digitale

Ma c’è un altro aspetto da tenere in considerazione dopo due anni di pandemia: la crescita esponenziale della digitalizzazione ha creato un ulteriore gap fra uomini e donne. Rispetto al 30 per cento di uomini che hanno sviluppato in questo periodo le competenze necessarie per stare al passo, le donne, in Italia, si fermano al 21 per cento. Un divario che diventa una voragine se circoscriviamo il campo al mondo tecnologico e informatico, dove la presenza femminile è al 15% rispetto all’85% di quella maschile. Senza dimenticare che, a parità di ruoli, in questo settore (ICT) c’è anche un pay gap (differenza di salario) del 15% (rispetto al 6% nelle altre posizioni).

Dunque, anche se cominciamo a vedere una luce in fondo al tunnel e rinascere dalle ceneri è una pratica a cui le donne sono abituate, è urgente intervenire per riportare il livello di parità almeno al periodo pre-covid. Bisogna aiutarle, aiutarci. Per il bene di tutti noi, uomini, donne, grandi e piccini.