Se hai un’intolleranza alimentare la vita è più dura. Tra pregiudizi, domande sciocche e spesa tripla

Cresce il numero dei "diversamente alimentati", ma i luoghi comuni restano inalterati. Le necessità considerate capricci o tentativi di perdere peso. E occhio: non ovunque si trovano prodotti ad hoc, meglio avere uno snack di riserva. I prezzi restano altissimi, malgrado i consumi in crescita

Diversamente alimentata“. Mi definisco così. Perché è inutile negarlo: sono diversa. Diversa dalla maggior parte della popolazione mondiale. Diversa dalla nascita, ma diversa anche con la crescita. A tavola io sono “l’amica diversa”, quella per la quale bisogna tener presente che una serata in pizzeria può creare problemi di salute importanti. Mi presento: sono allergica al latte – no, il grana padano invecchiato 36 mesi non va bene perché contiene comunque le proteine del latte -, ho un’alta sensibilità al glutine e sono intollerante a nichel e lieviti. Nient’altro? Potrei stare ore a raccontare del fatto che la mia pelle ha una reazione particolare se cammino in mezzo a un prato di erba appena tagliata oppure della mia allergia all’aloe vera, ma mi limito a parlare delle intolleranze alimentari. Perché comunque, seppur siamo ben lungi dall’essere la maggioranza, noi “diversamente alimentatisiamo tanti. E in tutta Italia.

 

I pregiudizi

Detto che i test riconosciuti scientificamente sulle intolleranze sono molto rari – l’intolleranza alimentare di norma non presenta marcatori evidenti nelle normali analisi del sangue -, le discriminazioni per chi si trova alle prese con problemi del genere sono numerose. Si va dal “Ma no, non sei grassa. Dai mangia” – immaginando che chi non ingerisce certi alimenti lo faccia per vezzo e che possa scegliere se farlo o non farlo – sino al “Sì, ma hai conseguenze pesanti se mangi quel cibo?” – come se servisse una sorta di patente di gravità degli effetti -, passando per l’intramontabile “Ma hai fatto  controlli specifici?”. Per non parlare di “Ma quindi è come se fossi vegana?”, dimenticando che il vegan è una scelta mentre quella di chi ha patologie è una necessità.

 

I luoghi comuni

“Io mangio senza glutine da due mesi, ma ancora non sono dimagrita”: questo è quello che ho sentito dire da una donna di una sessantina d’anni in erboristeria. I luoghi comuni sono tanti e tutti con un filo conduttore: considerare le patologie alimentari semplici vezzi che dovrebbero portare a perdere peso. E questo finisce per condizionare pesantemente la vita quotidiana di chi si trova realmente alle prese con problemi alimentari. Si va dal cameriere “distratto”, convinto che una spolverata di grana padano sul risotto non possa fare davvero male a chi chiede in maniera educata di evitare l’inserimento di latticini in un piatto, sino a chi in gelateria afferma con convinzione che un determinato tipo di gelato non contenga assolutamente latte, senza neppure informarsi e magari sbagliando di grosso. Come comportarsi, quindi? L’unica condotta di vita possibile, a oggi, è informare tempestivamente amici e conoscenti delle proprie intolleranze e allergie e avvisare in maniera molto chiara anche camerieri o inservienti. Drammatizzando anche la situazione, se necessario. D’altro canto, in una giungla del genere bisogna fare di necessità virtù.

 

Chi fa da sé fa per tre

Una volta scoperto di essere “diversamente alimentati”, in ogni caso, si imparano presto i “segreti del mestiere”. La regola aurea e intramontabile è: se vuoi che una cosa sia fatta a regola d’arte, falla da sola. Il che si traduce nella necessità di essere autosufficienti in caso di circostanze avverse. Quindi portare sempre con sè uno snack che possa tamponare la fame in caso non si trovassero posti adatti. Perché se è vero che l’Italia è fra i Paesi dove difficilmente un celiaco o intollerante rimane senza cibo,  in diverse zone d’Europa – compreso il nobilissimo Principato di Monaco – le difficoltà nel trovare locali adatti sono maggiori. E possono costare anche un digiuno forzato decisamente lungo.

 

Quanto costa 

Mediamente essere obbligati a puntare su cibi “speciali”, quindi senza glutine, senza lattosio, senza nichel o sprovvisti di combinazioni di due o più di questi allergeni può arrivare a costare anche tre volte di più rispetto a quanto si spenderebbe per alimenti “normali”. In alcuni casi si può anche avere la “fortuna” di “limitarsi” al doppio. Quello per intolleranti e allergici è un mercato che negli ultimi anni sta vivendo uno sviluppo senza precedenti. Per questo ci si aspetterebbe una diminuzione dei prezzi all’utente finale. Cosa che invece non avviene. Anzi. Uno dei motivi risiede senza dubbio nel fatto che a “mangiare diverso” sono anche coloro i quali non ne hanno davvero bisogno.