Prima giornalista trans ai vertici del giornalismo: Gina Chua executive director di Reuters

La sessantenne, già in forza all'agenzia di stampa più grande al mondo, ha iniziato la transizione nel 2020 e ha voluto condividere questa scelta coi colleghi: "Ci vuole coraggio per mutare in chi si è veramente"

Due donne a capo dell’agenzia di informazioni più grande al mondo. E se questo non bastasse per rendere interessante la notizia, una delle due è transgender. Per la precisione Gina Chua, 60 anni, neo executive director, è la giornalista trans più in alto nella carriera nel mondo dei media. Un ruolo creato ad personam per lei dalla nostra Alessandra Galloni, editor-in-chief di Reuters, che l’ha voluta come sua seconda a capo dei 2500 giornalisti che compongono le redazioni del giornale in 200 città del mondo.

“Sono un esempio di come dopo avere cambiato sesso non per forza ti licenziano”, ha commentato Chua con una battuta. “I transgender non saranno più dipinti come vittime ma come personaggi a tutto tondo delle storie che accadono loro”. E proprie queste storie, il modo di raccontarle, insieme alla ricerca di nuovi pubblici saranno al centro del suo nuovo incarico. Lei stessa, da anni, porta avanti una battaglia per trovare un punto di incontro tra le regole tradizionali della professione e il digitale, comprese le nuove tecnologie. Il suo blog, “(Re)Structuring Journalism” – (Ri)strutturare il giornalismo, è un laboratorio di idee firmate, fino al 2020, con il vecchio nome maschile.

Nata a Singapore in una famiglia cattolica, Gina Chua si è laureata in matematica e poi specializzata in giornalismo alla Columbia University. Nel suo ‘palmares’ professionale vanta 16 anni trascorsi al Wall Street Journal e circa due alla direzione del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. Sulla sua scelta identitaria racconta “di non avere capito per molto tempo che mi identificavo come donna, perché se non hai Internet, non conosci nessuno come te, come fai?”. Ha trascorso anni di “inquietudine e incertezza”, iniziando ad accettare la sua natura solo nel 2005, con il trasferimento a New York. “Ok, mi dicevo. Ma non farò una transizione vera, è troppo duro”. Così per Chua è iniziata “una doppia vita dolorosa: due gruppi di amici, due guardaroba, due personalità”. Solo con il lockdown per la pandemia ha iniziato ad acquisire una maggiore consapevolezza, fino alla scelta di sottoporsi alla transizione. “Mi sembra di avere liberato il 20% dello spazio nel mio cervello“, dice ora.

“Serve coraggio per mutare in chi si è veramente”: con questa frase, a fine 2020, ha annunciato la sua scelta di diventare -finalmente- una donnasul blog, in un post intitolato “Cambiamenti”. Un’affermazione ripetuta anche nella mail che ha inoltrato ai colleghi a dicembre scorso. Durante i mesi dei lockdown e di smartworking ha raccontato loro “mi sono adattata a questa nuova pelle. Da tempo sono in viaggio: un viaggio privato che è ora di far diventare una svolta. Sono transgender e da oggi vivrò e mi presenterò secondo la mia identità autentica il 100% del tempo”. “Ho reso pubblico questo passaggio”, ha sottolineato in un’intervista, commentando la scelta di condividere con gli altri giornalisti di Reuters “perché ci sono ragazzini di 14 anni che devono sapere che la transizione non è una condanna a morte”.

Non una condanna ma piuttosto una liberazione, una rinascita. Che per Chua si concluderà a luglio, quando tornerà in ufficio definitivamente cambiata nel corpo e nell’anima. E portando questo cambiamento personale anche nel suo lavoro.