Prima vittima della legge anti aborto in Polonia: Izabela muore di sepsi a 30 anni. Le proteste dilagano

Aveva appena 30 anni, faceva la parrucchiera e aveva un'altra figlia di 9 anni: Izabela Sajbor, però, è morta di choc settico dopo che i medici si sono rifiutati di praticare l'interruzione di gravidanza sul feto, malformato. Intanto in tutto il Paese uomini e donne continuano a scioperare contro la controversa legge

Izabela Sajbor

Quando l’estremismo anti abortista si fa legge può capitare che, con la scusa di difendere la vita, di vite se ne perdano due: quella del feto e quella della madre che lo porta in grembo. Succede chissà a quante donne senza nome nel mondo, è successo anche a Izabela Sajbor, parrucchiera polacca di 30 anni che a settembre è morta in un ospedale della città meridionale di Pszczyna. Alla 22esima settimana, quindi ad appena metà gravidanza, era stata ricoverata per la perdita del liquido amniotico. Ma i medici, invece di intervenire con una interruzione terapeutica della gravidanza per evitare infezioni alla donna, avevano deciso di aspettare che il feto – che era malformato – morisse da solo. Quando questo è successo, 24 ore dopo, era ormai troppo tardi ed è morta anche la madre, per choc settico.

La storia di Izabela è la storia di un’ingiustizia che si consuma da sempre sul corpo delle donne: è la storia di una donna che muore, lasciando soli il marito e un’altra bimba di nove anni, per via di una legge restrittiva che punisce l’aborto. In Polonia, paese notoriamente ultra cattolico, nell’ottobre del 2020 la Corte costituzionale ha stabilito l’incostituzionalità dell’interruzione di gravidanza in caso di difetti congeniti del feto, stringendo ancora di più le maglie già strette della legge. L’aborto è permesso solo in caso di minacce alla vita della madre o se la gravidanza è frutto di stupro o incesto. Per chi lo pratica o aiuta a praticarlo, la pena è di tre anni di carcere. Secondo l’avvocata della famiglia di Izabela, Jolanta Budzowska, i medici hanno scelto (e questo accadrebbe spesso) di aspettare la morte naturale del feto pur di non essere ritenuti responsabili. Izabela sarebbe la prima vittima di questo pugno duro sulla salute delle donne. Ora la procura ha aperto un’inchiesta e due camici bianchi coinvolti sono stati sospesi.

Già all’epoca della sentenza, in tutto il Paese donne e uomini erano scesi in piazza per protestare. Ora la storia si ripete: decine di migliaia di persone hanno protestato a Varsavia e in altre ottanta città polacche. “Nessun’altra deve morire“, è stato uno degli slogan dei dimostranti, che hanno anche osservato un minuto di silenzio in ricordo di Izabela. A Varsavia la manifestazione è iniziata sotto la sede della Corte costituzionale, autrice della controversa sentenza. In piazza c’era anche l’opposizione. A promuovere i cortei è stato il movimento Sciopero delle donne di tutta la Polonia, fondato dall’attivista Marta Lempart, insieme con altre organizzazioni femministe, anche per denunciare la nuova proposta di legge presentata pochi giorni fa in Parlamento dal partito fortemente conservatore e nazionalista al governo Diritto e giustizia (Pis), che propone norme ancora più restrittive che porterebbero a un divieto totale dell’ aborto.