Primark presenta la linea prémaman come una “collezione dedicata alla genitorialità” ma scoppia la polemica

Tra chi accusa il marchio di aver ceduto alla dittatura del politically correct, chi afferma che le madri potrebbero sentirsi offese, e chi invece sostiene la scelta che abbraccia "una community inclusiva e diversificata", il linguaggio inclusivo divide la platea

Primark ha lanciato la nuova collezione autunno-inverno dedicata alla gravidanza, presentandola su Instagram come la “Parenthood collection”, la collezione dedicata alla genitorialità, invece che alla maternità. Immediata sui social è scoppiata la polemica, circoscritta ma combattiva. La catena d’abbigliamento irlandese, che vende in vari Paesi del mondo tra cui l’Italia, è stata infatti attaccata dagli utenti perché la linea proposta è premaman ma la multinazionale non usa volontariamente la parola maternità per lanciarla sul mercato. “Perché non usarla dato che sarà indossata solo dalle madri?”, chiedono più utenti. “Non la usano per non insultare, ma è offensivo per le madri ometterla“, ha scritto qualcun altro, tuonando alla cancellazione delle donne e della maternità a favore del linguaggio gender neutral. Nel post Primark scriveva: “Vi presentiamo la nostra collezione per la genitorialità. Dai vestiti fluttuanti ai semplici capi in jersey, saluta i nostri eroici pezzi di cui hai bisogno per curare il guardaroba della tua gravidanza” seguito dall’hashtag: “#Parenthood“.

Alle critiche degli utenti, che accusano la catena di abbigliamento di aver ceduto alle pressioni del “politically correct” e di aver compiuto una scelta ideologica, un portavoce di Primark, senza rivendicare la scelta di un linguaggio di genere più inclusivo, ha dichiarato: “Crediamo che l’abbigliamento premaman non debba essere concepito per sembrare temporaneo. La nuova collezione non si rivolge solo ai genitori in attesa, ma è stata progettata con cura e attenzione per essere indossata dopo la gravidanza, in modo che tutti possano apparire e sentirsi fantastici a prezzi convenienti”. Anche la dichiarazione, dunque, ribadendo la parola “genitori” denota la volontà da parte della multinazionale di lasciare la gravidanza un’esperienza aperta anche alla comunità Lgbtq+, perché anche le persone transgender e “non binarie” che si identificano come donne potrebbero rimanere incinta e partorire. In Italia la notizia è stata ripresa da alcuni quotidiani: c’è chi ha gridato alla dittatura del politically correct e chi -come Gay.it –ha sostenuto che la parola ‘parenthood’ scelta dall’azienda serva “per abbracciare una community inclusiva e diversificata” e tenere dentro anche “chi non si determina all’interno di un genere specifico”. Insomma, di nuovo, il linguaggio di genere con l’ambizione di includere, torna a dividere.