Quando l’etichetta conta: in Europa sarà un ‘semaforo’ a classificare gli alimenti sostenibili

L'Ue punta su un nuovo tipo di etichettatura trasparente, che metta insieme i vari elementi del processo produttivo e distributivo dell’alimento in vendita. Ma alcuni Paesi storcono il naso e non mancano dettagli controversi

Tra il 25% e il 42%, a seconda dei Paesi: secondo la commissione europea, il settore alimentare, in media, contribuisce per almeno un terzo alle emissioni globali di gas serra. Una quota non secondaria di cui si ha poca coscienza ma che rappresenta una grossa zavorra in vista del raggiungimento degli impegni presi per lo European green deal, che prevede la neutralità climatica entro il 2050 e la riduzione del 50% delle emissioni entro il 2030.

Barattoli con etichette

In particolare sono i prodotti di origine animalesoprattutto la carne di manzo e di agnello ma anche i formaggi – gli alimenti che più contribuiscono alle emissioni di gas serra: l’80% sul totale causate dal consumo di cibo in Ue. In Italia, Lituania, Repubblica Ceca e Grecia la quota arriva fino all’85%, mentre il dato più basso si registra in Bulgaria, dove ammonta al 75%. Nonostante il valore -anche- etico di consumare cibi prodotti a chilometro zero sia innegabile, per fare la differenza da un punto di vista ecologico sarebbe importante anche prestare attenzione non solo alla distanza che intercorre tra la produzione ed il consumo, perché la questione delle emissioni generate dal trasporto degli alimenti è solo uno degli elementi che pesano sul processo complessivo. Paradossalmente, l’impronta ecologica di una banana importata in Europa dall’Ecuador è decisamente inferiore rispetto a quella di un formaggio prodotto in una fattoria locale, in quanto vanno misurate le emissioni di gas serra lungo tutta la catena di approvvigionamento in chilogrammi di anidride carbonica equivalente (kgCO₂eq) per chilogrammo di cibo.

L’etichettatura cosiddetta “a semaforo” è uno degli strumenti che l’UE sta sperimentando per arrivare al risultato previsto dai programmi di limitazione delle emissioni dannose. In base a questo sistema, alla stregua di quanto già accade per gli elettrodomestici, le etichette indicherebbero le quantità di Co2 associate al prodotto che si intende acquistare. Al momento, su molti prodotti già si trovano etichette che indicano se l’alimento in questione è stato prodotto secondo certi standard. Accade ad esempio i prodotti biologici o del mercato equo-solidale, o vegani, o a denominazione di origine controllata e garantita. L’etichettatura trasparente orienta i consumi consapevoli di una quota sempre maggiore della popolazione europea, spingendo di riflesso le aziende ad adeguare i propri standard. Non a caso, una recente ricerca dell’università di Oxford dimostra chiaramente come le etichette possano effettivamente influenzare le decisioni dei consumatori e persuaderli a scegliere i cibi meno inquinanti.

In Ue si studia l’applicazione del “Nutri-score”, che classificherebbe gli alimenti secondo le loro qualità nutrizionali

Attraverso la strategia Farm to fork l’Ue intende armonizzare l’etichettatura dei cibi entro la fine del 2022, immaginando un’etichetta che metta insieme i vari elementi del processo produttivo e distributivo dell’alimento in vendita, ovvero considerando in maniera complessiva i vari fattori ambientali. Questo permetterebbe un deciso salto di qualità, fornendo al consumatore un quadro il più possibile esaustivo delle caratteristiche di quello che sta acquistando e sarebbe anche uno strumento efficace per ridurre le emissioni legate al settore alimentare. Uno dei temi in discussione è l’introduzione del “Nutri-score”, che classificherebbe gli alimenti secondo le loro qualità nutrizionali. Poi un’etichetta riguardo il benessere degli animali durante il processo produttivo e un possibile ampliamento della gamma di prodotti per cui deve essere indicato il paese di origine.

Tutto bello sulla carta, ma come sempre il rischio è che queste iniziative non abbiano effetti sostanziali. Ad esempio si tralasciano elementi fondamentali come l’uso di pesticidi, la biodiversità, il benessere animale e ambientale. Questioni che invece sono state incluse, nel sistema di etichettatura francese “Planet-score”. Tanto che molte associazioni ambientaliste e di consumatori ne chiedono l’adozione a livello europeo, proprio per la maggiore completezza di elementi presi in considerazione. Naturalmente il fronte che si oppone a soluzioni di questo tipo è molto ampio. Soprattutto nei Paesi in cui l’industria alimentare rappresenta una quota importante del Pil e dell’export.

Con “Farm to fork” l’Ue intende armonizzare l’etichettatura dei cibi entro la fine del 2022

In Francia, ad esempio, nonostante ci siano già oltre 500 aziende che lo adottano, i produttori di salumi e formaggi hanno iniziato a protestare cercando di mettere in discussione il modello. Tanto che su Le Monde, il 16 novembre 2021, è stato pubblicato un appello che ha raccolto in poche settimane le firme di oltre 900 scienziati, nutrizionisti, medici e docenti universitari a difesa del modello di etichettatura ‘trasparente’. A sostegno di questa tesi si sono schierate anche la Società francese di epatologia (Afef), la Società francese della salute pubblica (Sfsp) insieme ad altre 40 associazioni scientifiche, che hanno inviato una lettera di sostegno indirizzata al presidente del Consiglio e ai ministri responsabili della Salute, dell’Agricoltura e dell’alimentazione, dell’Economia e delle finanze e degli Affari europei.

In Italia il “Nutri Score” può invece contare sul supporto di alcune riviste del settore e di cinque autorevoli scienziati – tra cui Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di sanità e consigliere del ministro della Salute Speranza per l’emergenza Covid-19, e Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” – che due anni fa insieme a Paolo Vineis, Elio Riboli e Mauro Serafini avevano ribadito il valore del sistema a semaforo “al di là delle strumentali polemiche politiche”.