Quanto costa la fuga di cervelli? Sempre più laureati se ne vanno dal Bel Paese, dove non si fanno figli e si investe poco sul futuro

Ogni anni l'Italia perde 3 miliardi di euro investiti sulla formazione di giovani che "scappano" all'estero. I laureati che partono sono pari alla popolazione di una città grande come Lucca, e sono più le donne che uomini. Una perdita economica e di capitale umano che aggrava il calo demografico e di natalità del nostro Paese

Un Paese senza giovani è un Paese senza futuro. Perdere laureati, studenti o lavoratori costa. Costa in termini di mancanza di prospettive, in Stati come l’Italia alle prese con un tasso di natalità ai minimi storici. Ma questa fuga all’estero ha ricadute economiche immediate sulla nostra società.

 

I numeri del “brain drain” italiano

 

Ogni anno l’Italia perde una popolazione grande quanto quella della città di Lucca per fuga di cervelli. E quasi 3 cittadini italiani su 4, trasferitisi all’estero, hanno 25 anni o più. Sono circa 84 mila (72% del totale degli espatriati) e di essi, il 32% sono laureati, soprattutto in materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Rispetto al 2009, l’aumento degli espatri di laureati è oggi più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%). Ma dove vanno?

Tra le principali destinazioni, nel 2019 il Regno Unito ha accolto la maggioranza degli italiani emigrati (circa 21 mila), seguito da Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque Paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri dei cittadini italiani. Tra i paesi extra-europei, le mete più ambite sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila).

 

Il prezzo da pagare

Tutti questi Stati beneficiano oltre che del capitale umano, anche di miliardi di euro investiti dal nostro Paese per formare le giovani menti. La fuga di quasi 30mila laureati all’estero, infatti, costa all’Italia oltre 3 miliardi di euro, spesi per la loro istruzione dal primo anno delle elementari alla laurea. Confindustria stima che una famiglia, per crescere ed educare un figlio fino ai 25 anni, spenda circa 165mila euro mentre lo Stato ne eroga, a sua volta, 100mila per scuola e università. In termini di mancate entrate, l’Istat stima si perdano più di 25 miliardi di mancato gettito fiscale dai laureati all’estero. Il rimpatrio, alle giuste condizioni ovvero stabilità e sostegno socio-economico, contribuirebbe a risolvere il preoccupante gap demografico, diminuendo il tasso di dipendenza ormai alle stelle.

Finora tutti i programmi specifici di contrasto al “brain drain” italiano non si sono rivelati del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse. Ma nel nuovo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentato il 29 aprile scorso dal Governo Draghi alla Commissione europea, sono state aumentate le risorse destinate ai giovani, che andranno ad affiancarsi agli ingenti stanziamenti (circa 32 miliardi) in favore di istruzione e ricerca. Il piano sembra andare nella giusta direzione, ma prima di vederne gli effetti concreti serviranno anni.

 

L’Italia: un Paese sempre più “anziano”

La questione della “diaspora giovanile” non è peraltro da considerare un problema del futuro. Si stima che la popolazione mondiale dovrebbe aumentare di 2 miliardi nei prossimi 30 anni. In alcuni Stati o aree del mondo, invece, si assisterà invece a un’inversione di tendenza. In particolare nel continente europeo, dove il numero di persone scenderà entro il 2050, con probabili riduzioni fino al 10% in almeno 26 Paesi. Calo demografico che si affiancherà, e lo sta già facendo, all’aumento dell’età media della popolazione stessa. Entro il 2070 il 30,3% della popolazione europea dovrebbe avere almeno 65 anni e il 13,2% dovrebbe avere almeno 80 anni.

Per quanto riguarda l’Italia le prospettive sono fosche: si stima che la popolazione, attualmente di 60,3 milioni di abitanti, possa scendere di un milione entro il 2040 e a 53,8 milioni entro il 2065. Una cifra davvero preoccupante, che equivarrebbe oggi ad una perdita del 11% circa della popolazione totale. Giovani, studenti o lavoratori, uomini e donne che “scappano” all’estero, o se rimangono scelgono di non avere o di aspettare per avere figli. Le ricerche dimostrano infatti che nel nostro Paese, nel periodo della pandemia, la caduta della natalità ha subito un’ulteriore forte accelerazione (3,8% in meno in dodici mesi, con un numero medio di figli per donna sceso a 1,24).

Inoltre, l’Italia è un paese sempre più “anziano” e con pochi giovani che, come abbiamo visto, spesso abbandonano il Bel Paese dopo aver raggiunto alti livelli di istruzione. Le cause, secondo i sondaggi, sarebbero stipendi troppo bassi rispetto all’estero, scarsa valorizzazione delle competenze acquisite che si riflette su una retribuzione che “premia di più chi studia di meno” e inizia a lavorare prima. Insomma i giovani, in Italia, non si sentono valorizzati come risorsa. E scappano in cerca di prospettive migliori, che spesso, in effetti, trovano.