Questione di inciviltà: nelle carceri italiane il sovraffollamento continua a mangiare spazi vitali ai detenuti

Se come diceva Dostoevskij il grado di civiltà di un Paese si misura dalla condizioni delle sue carceri, l'Italia deve ripartire dai metri quadrati delle sue celle. Da Antigone e Ristretti Orizzonti i numeri dell'altra emergenza

Sono ormai in pochi a ricordarlo, ma tra il 7 e il 10 marzo 2020 nelle carceri italiane si è verificata una delle più violente ondate di protesta che abbia mai interessato gli istituti penitenziari del nostro Paese. Alla fine secondo i dati di Antigone sono stati circa 6mila i detenuti coinvolti in 49 diversi istituti: 14 di loro sono morti, mentre tra gli agenti della polizia penitenziaria si contarono oltre 40 feriti. Ingenti i danni, dovuti alla distruzione di intere sezioni di alcune strutture carcerarie. Oltre all’evasione di decine di persone detenute nel carcere di Foggia. Quell’ondata di proteste scattò, non casualmente, a ridosso del primo lockdown nazionale, in seguito ad una serie di misure che già avevano a che fare con l’ondata pandemica e con le politiche di contrasto che il governo stava mettendo in campo. Ad accendere la miccia fu l’arrivo delle prime restrizioni per i carcerati tra cui la sospensione dei colloqui con i familiari, e l’implementazione delle regole di distanziamento sociale, che andavano ad aggravare la situazione di forte isolamento sociale. Ma, a di là della situazione contingente, è chiaro che quelle rivolte erano radicate in una serie di condizioni di forte stress delle strutture carcerarie che le misure di contenimento derivate dal covid avevano rese letteralmente esplosive: ambienti chiusi, spesso insalubri e già caratterizzati da molte restrizioni. In Italia, uno dei paesi con gli istituti più sovraffollati, il Covid ha dunque acuito vari problemi strutturali preesistenti.

Nelle carceri italiane 120 detenuti ogni 100 posti

Prima dello scoppio della pandemia a inizio 2020, nelle strutture penitenziarie italiane erano recluse più di 62mila persone, collocando il nostro Paese al quarto posto in Ue, dopo Polonia, Francia e Germania, che ne avevano rispettivamente circa 75mila, 71mila e 63mila. Diverso è il discorso se si prende in esame il numero di carcerati in rapporto alla popolazione totale: nel nostro Paese, stando ai dati del 2019, ci sono 104 carcerati ogni 100mila abitanti, al di sotto della media Ue che è pari a 119,6. Con una tendenza all’aumento progressivo, soprattutto a partire dal 2006, quando, in virtù dell’indulto concesso dalla legge 241/2006, il numero di detenuti era passato da quasi 60mila a circa 39mila. Il risultato di questa crescita, anche in funzione del fatto che nel frattempo non sono state costruite nuove strutture penitenziarie, né sono state ammodernate le vecchie, è che in Italia il numero di detenuti ha continuato a eccedere la capacità degli istituti, rendendo il sovraffollamento un problema particolarmente pesante. Da questo punto di vista l’Italia vanta il risultato peggiore: con circa 120 detenuti ogni 100 posti disponibili, superato negativamente solo da Cipro (134,6 su 100). Nel nostro Paese inoltre si registrano forti differenze a livello regionale: solo in sette gioni italiane (circa 1 su 3) le carceri non sono sovraffollate. In particolare in Sardegna, i cui istituti nel 2021 disponevano di 559 posti non occupati, mentre come tasso di occupazione la precede soltanto la Valle d’Aosta (75,5%). La Sicilia, seguita dalla Lombardia, è invece la regione con il maggior numero di prigioni (23). La regione con le carceri più sovraffollate è invece Il Friuli Venezia Giulia, con un tasso di occupazione pari al 139,5%. Seguono Puglia (127,4%) e Lombardia (126,4%). La Lombardia è anche la regione in cui, in numeri assoluti, è recluso il numero più elevato di persone (7.763) oltre a disporre della maggiore capienza (6.139 posti), ed è anche la regione con più detenuti rispetto alla capienza regolamentare delle sue strutture (1.624 detenuti in più rispetto ai posti disponibili), essendo anche la regione più popolosa d’Italia.

Meno di quattro metri quadrati di spazio pro capite

Il risultato è che in molte carceri italiane i detenuti hanno a disposizione meno di quei già miseri 4 metri quadrati di spazio pro capite, che è la soglia minima indicata dal comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti. Con l’arrivo del covid, il sovraffollamento, da questione di civiltà, si è immediatamente trasformato in un problema sanitario. Gli spazi ridotti, la scarsa aereazione e la scarsa igiene hanno infatti facilitato la diffusione del virus, rendendo difficile il rispetto dei protocolli sanitari (in primis il distanziamento sociale) e aumentando in maniera esponenziale la probabilità di contagio. Secondo il monitoraggio condotto da Antigone, durante la prima ondata della pandemia, tra marzo e ottobre del 2020, si sono registrati pochi contagi nelle carceri italiane. Durante la seconda ondata (tra ottobre e dicembre del 2020) invece i numeri sono rapidamente saliti, facendo registrare un tasso di positività superiore a quello del resto della popolazione: ad aprile 2020 erano positivi infatti 18,7 detenuti ogni 100mila, contro i 16,8 di tutta la popolazione. Analogamente, a dicembre dello stesso anno, risultavano contagiati dal virus 179,3 carcerati ogni 100mila contro 100,5 tra la popolazione totale, e a febbraio 2021 91,1 contro 68,3.

Dal sovraffollamento al problema sanitario

Secondo i dati raccolti da Ristretti orizzonti, che conduce un’azione di monitoraggio dei decessi all’interno delle carceri, sono invece 21 detenuti che hanno perso la vita a causa del virus da novembre del 2020 a oggi. Quattro solo nelle carceri di Milano. Dati drammatici, anche perché il covid è andato ad impattare su una situazione sanitaria già molto precaria, con le numerose comorbilità pregresse di molti detenuti che ne hanno aggravato gli effetti: dalle malattie psichiatriche o infettive, ai problemi cardiaci, all’epatite, al diabete e, naturalmente, alla tossicodipendenza. Tutte patologie che hanno mediamente un’incidenza più elevata nella popolazione carceraria, anche a causa delle condizioni socio-economiche, inferiori alla media, della maggior parte dei detenuti. A fronte di questo ogni struttura penitenziaria disponeva, nel 2019, in media di appena 1 medico di base ogni 315 reclusi, e nel 70% dei casi si trattava di lavoratori precari. Risorse cioè assolutamente insufficienti già in condizioni normali, figuriamoci durante una pandemia. Una condizione diffusa direte voi. In realtà no. In numerosi Paesi UE, il tasso di positività tra i detenuti è stato costantemente inferiore a quello del resto della popolazione. Tra questi spicca il Lussemburgo, dove il tasso di positività tra la popolazione totale era maggiore di quasi 6 punti percentuali rispetto alla popolazione detenuta (8,74% contro 3%). Seguono Repubblica Ceca e Spagna, con una differenza tra i due gruppi considerati di oltre 5 punti. Segno che le condizioni dei detenuti, all’arrivo del Covid, erano molto migliori che nel nostro Paese.