“Ragazze, l’informatica non è una cosa da nerd e l’intelligenza artificiale non dev’essere di genere”

Flavia Marzano, co-founder di Stati Generali dell’Innovazione: "Una professoressa del liceo mi consigliò di studiare informatica: fu lei a spronarmi a seguire le mie passioni. Oggi i docenti dovrebbero essere formati per ascoltare e capire i loro studenti, aiutandoli a scegliere il loro futuro". Al Digital Italy Summit tre giornate per la "resilienza del digitale", con un'attenzione particolare all'inclusività e all'empowerment femminile

Le donne sono state le prime programmatrici al mondo. Ada Byron ha inventato l’algoritmo di programmazione a metà dell’Ottocento, mentre Hedy Lamarr, negli anni Quaranta, ha inventato la tecnologia che usiamo per le comunicazione wireless”. A pochi giorni dal Digital Italy Summit, la dottoressa Flavia Marzano, co-founder Stati Generali dell’innovazione, che all’incontro del 19 ottobre interverrà nella discussione “Donne Innovazione e Transizione ecologica”, ci dice da subito che la partecipazione delle donne all’innovazione tecnologica non è una novità: “La storia dell’apporto femminile al settore è lunga”. In Italia, però, i numeri riguardo alla rappresentanza femminile nel settore non fanno ben sperare: secondo il rapporto Desi solo l’1% di donne laureate lo è in una disciplina Tic, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, mentre quelle laureate nelle discipline STEM (Scienza, tecnica, ingegneria e matematica) sono la metà rispetto agli uomini.

 

Dottoressa, perché le ragazze non scelgono di intraprendere discipline su cui il PNRR punta per il futuro?

“Spesso è la famiglia a consigliare che cosa fare alle ragazze e lo fa in funzione di quello che prevedono sia un futuro migliore. Altre volte sono le ragazze stesse che si sentono “meno portate” verso le materie scientifiche. Entrambi gli atteggiamenti provengono dall’educazione, dalla cultura e dalla storia. Faccio un esempio per rendere tutto più chiaro: alle elementari ci insegnano a leggere, scrivere e fare di conto. Tre cose. Per fortuna, non conosco nessuna persona che in Italia dica di non saper leggere o scrivere, ma purtroppo ne conosco tante che dicono “io non so fare di conto”. A volte quasi come fosse un vanto, come se le materie scientifiche fossero una ‘cosa da nerd'”.

Non sarà che le ragazze sono meno appassionate alle materie scientifiche?

“No, è solo questione di consapevolezze. L’università Ca’ Foscari di Venezia ha fatto uno studio sulle donne e l’informatica, nel settore delle cosiddette Tic. A riguardo, la maggior parte delle ragazze intervistate ha dichiarato di non voler fare informatica perché da grande non vuole fare ‘la nerd’, cioè non vuole passare le sue nottate a sviluppare software dietro i computer. È sacrosanto, per carità, ma da queste risposte è altrettanto chiaro che viene trascurano un dettaglio importante, ovvero che solo il 5% dei laureati in Informatica poi svilupperà software. Tutto il resto si dedicherà ad altro. Questo va detto loro, quando devono scegliere”.

E chi dovrebbero farlo?

“Chi se non i professori del liceo? Personalmente ho avuto la fortuna, all’ultimo anno del classico, di essere ascoltata e ben consigliata dalla mia professoressa di filosofia, che è stata una vera mentore. I professori, infatti, dovrebbero fare tutti un po’ di mentorship e dovrebbero essere formati per ascoltare e capire i loro studenti, in modo da guidarli e permettere loro di avere anche più soddisfazione nel lavoro che faranno”.

Cosa le disse la sua professoressa al tempo per convincerla a scegliere Scienze dell’informazione?

“Al liceo avevo, e ancora oggi ho, due passioni: la matematica e le lingue. Un giorno a scuola la professoressa mi chiese che cosa volessi fare dopo il liceo e io risposi: una delle due. Lei invece mi suggerì di fare informatica: giuro, non sapevo neanche cosa fosse. Mi prestò dei libri sull’algebra booleana che mi fecero appassionare, e in poco riuscì a convincermi. La sua bravura fu proprio quella di ascoltarmi nei miei desideri e sollecitarli. Al tempo Informatica si poteva studiare solo in quattro città: Torino, Pisa, Salerno e Bari. Io abitavo a Roma, grazie ai suoi consigli mi sono trasferita a Pisa e le devo molto”.

Perché è importante che le donne siano più presenti nell’era dell’innovazione digitale?

“Adesso che si parla di intelligenza artificiale e che più concretamente si trovano e cercano soluzioni, è essenziale che il contributo nella creazione e nello sviluppo di queste tecnologie arrivi da più persone differenti possibili. Lo sviluppo di queste tecnologie, insomma, non dev’essere di genere”.

Perché?

“Donne e uomini hanno entrambi i loro pregiudizi, i loro bias. L’intelligenza artificiale fa sì che le macchine prendano decisioni al posto delle persone e quindi è importante che i loro creatori o sviluppatori siano più diversificati possibile. I problemi sono come un prisma: io ne vedo una faccia, alcune facce, chi guarda da un’altra parte ne vede altre, e così via. Soltanto nel momento in cui riusciremo a raccontarci i nostri differenti punti di vista, potremo vedere tutto il prisma nel suo insieme”.

 

Il Digital Italy Summit

All’interno della tre giorni (18-20 ottobre) del Digital Italy Summit a Roma, il 19 ottobre si terrà la discussione “Donne innovazione e transizione ecologica”, le tre tematiche chiave del PNRR. “Il tema che approfondiremo nelle tre giornate del summit è la ‘resilienza del digitale’, ovvero come assecondare una trasformazione digitale che sia costante e innovativa, ma anche resistente a traumi imprevisti, garantendo così la conservazione di uno stato di relativo equilibrio, e per giunta duraturo nel tempo – dichiara Roberto Masiero, presidente di The Innovation Group, che ha organizzato il summit –. Venendo al tema del rapporto tra digitale e inclusività e alle modalità in cui, in particolare il PNRR, può supportare l’inclusione femminile, bisogna dire che all’interno delle professioni Stem (scienza, tecnica, ingegneria e matematica) il disequilibrio fra uomini e donne è particolarmente accentuato e affonda le sue origini nei pregiudizi di genere che nei giovani condizionano la scelta del percorso di studi.
Con i suoi 19,81 miliardi di euro di stanziamento, più i 2,77 miliardi del Piano complementare, la “Missione 5” del PNRR dedicata a coesione e inclusione, è un solido presupposto per il cambiamento. Sulla carta le azioni previste sono promettenti: formazione e riqualificazione della forza lavoro, fondi per la creazione di imprese femminili, la definizione di un sistema di certificazione della parità di genere nelle aziende, per citarne alcune. Ma è cruciale che queste azioni di sostegno all’empowerment femminile siano trasversali agli altri capitoli del piano. In particolare, nella “Missione 1”, dedicata a digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, la promozione dello smart working dovrà avere ricadute positive sul tema dell’equilibrio casa/lavoro, mentre la “Missione 3”, incentrata su istruzione e ricerca, dovrà favorire la formazione di competenze digitali nelle nuove generazioni. Digitale e inclusività, insomma, sono le due facce della medaglia della società futura che possiamo costruire”.