Reiette perché sportive, infamate e bandite dai talebani, le cicliste afghane sognano l’Occidente e l’Italia compresa

Sessanta cicliste hanno già varcato i nconfini ma numeorse altre fra i 15 e i 30 anni, restano in patria con gravi rischi per l'incolumità e la vita: pedalare è vietatissimo per le donne nella concezione dei talebani. Un'italiana lavora per aiutarle a realizzare il sogno

Il mezzo col quale facevano sport , si divertivano, sognavano un avvenire per sé e i propri cari, oggi potrebbe portarle fuori dal loro paese e quindi salvarle la vita. O essere la loro condanna a morte. Sono le ragazze e donne afghane fra i 15 e i 30 anni che fino alla permanenza delle truppe Usa nel loro paese praticavano ciclismo. Gareggiavano, vincevano medaglie oppure no e comunque erano convinte di pedalare verso mete molto più lontane di quelle che fisicamente raggiungevano allenandosi o partecipando alle gare.
Oggi, i talebani hanno messo al bando i loro mezzi di locomozione e soprattutto le loro persone. Non tollerando il fatto che essendo donne pratichino un’attività sportiva e scaricando su di loro un’accusa che in nessun altro luogo sarebbe (o sarebbe più) indecorosa, ma da loro rappresenta ancora un marchio d’infamia: secondo i talebani le ragazze non sarebbero più vergini. Come se contasse qualcosa ai fini della loro dignità e sopravvivenza.
Sessanta cicliste sono emigrate nei paesi confinanti , negli Emirati arabi, oppure in Occidente: Europa e Nord America. Ma c’è un bel numero rimaste in patria e lì bollate indelebilmente.

Una dozzina è in attesa di arrivare in Italia. Nella massima riservatezza, la Federazione ciclistica cura l’operazione.

 

 

Vietate anche le scuole

 

La condizione delle ragazze afghane ricercate con pessime intenzioni dai talebani perché praticanti il ciclismo, sono una delle facce tremende dell’Afghanistan nuovo, anzi vetusto, tribale, primitivo. Sono una goccia dal punto di vista numerico rispetto a quelle che malgrado annunci di facciata e luoghi di studio separati fra maschi e femmine, non riescono a rientrare nelle scuole dove lavoravano o studiavano.

 

Via ogni traccia di bicicletta

 

Le cicliste hanno lasciato la rispettive case, dove le madri cercano di cancellare foto, disperdere le biciclette o pezzi di esse, tracce che le condannerebbero come genitrici di reprobe e procurerebbero loro punizioni durissime e pretestuose.
Le ragazze, alla macchia, vivono in rifugi a poco prezzo e riparati. Alcune delle zone periferiche sperano di raggiungere, pedalando per percorsi nascosti o di notte il confine per espatriare con la bici che da dinamico strumento di sport si trasformerebbe in salda ancora di salvezza. Per chi ha mete più lontane o aspetta il visto sarà necessario il passaggio da Kabul, dall’aeroporto. Con tremendi rischi di essere riconosciute. Le ragazze che sognano l’Occidente coltivano progetti che non le limitano allo sport. Pedalare ha per loro traguardi più vasti di uno striscione di arrivo o del luogo da raggiungere allenandosi, ma è una metafora di vita. Sono determinate a diventare medici, avvocati, economiste, professioniste, ingegnere. E a tornare un giorno a restituire al paese quel futuro che ha perduto.

 

Due angeli custodi

 

Ad occuparsi dei destini delle cicliste perseguitate in Afghanistan sono in Occidente due donne: l’americana Shannon Galpin e l’italiana Francesca Monzone, di Tuttobiciweb, che è in contatto dall’Italia con loro e coltiva le loro speranze con un filo diretto continuo. A rivelare questo particolare è stata La Stampa. L’augurio è che trovino tutte il modo di realizzare il proprio sogno ed espatriare. Per l’Italia, di accoglierle presto e vederle sfrecciare in bici per un traguardo qualsiasi di qualunque corsa e per il traguardo più importante di una vita libera e dignitosa. Trascorsa (anche) pedalando.