Salario minimo: la direttiva dell’Unione Europea per una transizione sostenibile e inclusiva

La proposta del Parlamento Europeo per mitigare le disuguaglianze lavorative inevitabili nel prossimo futuro

Ce lo dice l’Europa. Ma stavolta (guarda caso?) preferiamo non ascoltare. L’11 novembre 2021, il Parlamento europeo ha votato a maggioranza una nuova direttiva per l’introduzione in tutta l’Unione del salario minimo. La direttiva era stata proposta dalla commissione europea nell’ottobre 2020 ed è stata oggetto di una lunga trattativa. Attualmente in Ue, sono 21 i Paesi che hanno un salario minimo nazionale, con notevoli differenze tra i vari Stati. Naturalmente per una valutazione complessiva va tenuto conto del diverso costo della vita e della diversa qualità dei servizi di base che sono erogati nei vasi Paesi. In generale però, osservando i dati di Eurostat, possiamo dire che ad avere il salario minimo più basso sono i paesi baltici e quelli dell’Europa orientale e centrale, seguiti dagli stati dell’Europa meridionale. Mentre gli importi più alti, risultano quelli delle nazioni dell’Europa settentrionale e occidentale.

Si va dai 1723 euro dell’Irlanda, ai 1700 dei Paesi Bassi, fino ai 332 della Bulgaria ed ai 422 dell’Ungheria. In Francia in salario minimo è di 1554, in Germania di 1585,in Spagna di 1108 , in Portogallo 775,in Polonia 619 euro. Il record assoluto lo detiene il Lussemburgo con un salario minimo di 2200 euro e spiccioli. I paesi dell’Europa orientale sono però quelli che hanno registrato il miglioramento più considerevole negli ultimi 10 anni. Prima tra questi la Romania, dove, tra 2011 e 2021, l’aumento del salario minimo è stato del +11,1%. Fatta eccezione per la Grecia, che negli ultimi 10 anni ha registrato un calo pari all’1,4%, i salari minimi sono comunque aumentati in tutti i paesi che ne sono forniti.

Cosa succede in Italia? Nonostante l’articolo 36 della Costituzione il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata il nostro Paese, insieme a Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e in parte Cipro (dove tuttavia esiste un salario minimo ma solo per certe categorie di lavoratori) è uno dei pochi stati UE ad essere sprovvisti di una normativa ad hoc. Nel nostro Paese è la contrattazione collettiva, e quindi la tendenza a gestire i salari in maniera differenziata a seconda del settore, a supplire in parte alla mancanza di questo strumento, che, secondo i valori fondanti dell’Unione europea, in particolare quello del diritto a standard di vita dignitosi, viene considerato essenziale per le politiche di welfare e coesione sociale. Nel 2020 il ddl Catalfo ha provato a colmare questa lacuna legislativa, prevedendo una retribuzione non inferiore al contratto collettivo nazionale previsto per il settore in questione o comunque non inferiore ai 9 euro l’ora. A variare, tra i paesi Ue, non è soltanto l’entità del salario minimo nazionale ma anche il suo rapporto con i redditi medi. In 5 paesi Ue il salario minimo ammonta a più della metà del reddito medio. La Slovenia ad esempio, uno dei paesi Ue con la quota più alta di lavoratori che percepiscono l’importo minimo, è anche il primo stato per rapporto tra salario minimo e reddito medio. Il salario minimo ammonta al 53,6% del reddito medio per quanto riguarda il settore dell’economia aziendale e al 50,6% per industria, costruzioni e servizi. Dietro alla Slovenia si collocano Spagna e Portogallo. Mentre la Germania, uno degli stati con il salario minimo più alto, registra un dato inferiore (41% in media tra i due settori di riferimento). Infine, il tema del salario minimo si collega immediatamente a quello dei lavoratori che non hanno stipendi sufficienti a scansare la povertà e a vivere in condizioni dignitose.
Al primo posto in Ue per quota di lavoratori poveri c’è la Romania (15,4%), seguita da Spagna (12,8%) e Lussemburgo (12%).
L’Italia, con l’11,8% di lavoratori che vivono in condizioni di povertà, con punte del 15,6% tra i lavoratori che hanno dai 18 ai 24 anni, si colloca, in maniera assai poco edificante, al quarto posto. In coda alla classifica, la Finlandia con meno del 3% di lavoratori poveri. La quota di lavoratori poveri aumenta ovviamente nel caso di lavoratori part-time. In Romania ad esempio,il fenomeno coinvolge il 62,2% dei lavoratori part-time, in Bulgaria il 30,8%.