Samantha torna libera: i medici hanno staccato la spina. Era in coma vegetativo da 14 mesi

La trentenne di Feltre (Belluno) si trovava in uno stato irreversibile da fine 2020 a causa di una grave infezione post operatoria. Grazie alla battaglia di papà Giorgio D'Incà ha avuto accesso al trattamento di fine vita

I suoi 31 anni, Samantha D’Incà, li festeggerà finalmente come una persona libera. Li avrebbe compiuti tra qualche giorno, a fine marzo, su quel letto che era diventato la sua prigione: in coma vegetativo da oltre 14 mesi, da quando dopo l’operazione per una caduta quell’infezione si era portata via quasi completamente la sua vita, lasciandola appesa al filo delle macchine che ne consentivano la permanenza su questo mondo, a costo però di dolori atroci. Invece, vogliamo immaginarcelo così, il suo compleanno sarà una grande festa, in paradiso magari. Samantha è morta sabato 19 marzo, quando i medici della struttura dove era ricoverata hanno staccato la spina. Ora, finalmente, potrà tornare a danzare, ridere, scherzare, come qualsiasi giovane delle sua età. E che lo faccia in cielo poco importa: quello che conta è quest’ultimo, bellissimo regalo, che la sua famiglia, suo padre Giorgio in particolare, ha lottato per farle e che si è concretizzato proprio nel giorno in cui si festeggiava proprio la Festa del papà.

Samantha D’Incà, 30 anni, era in coma vegetativo irreversibile da dicembre 2020 (Facebook)

La vicenda

Samantha D’Incà residente a Feltre, in provincia di Belluno, era una ragazza come tante, con tanti sogni nel cassetto e desideri che conservava nel cuore. Un giorno di novembre 2020, però, una caduta ha fermato per sempre la sua corsa chiamata vita. Sembrava una semplice frattura al femore, ma dopo essere stata operata all’ospedale di Belluno era entrata in coma vegetativo a causa di una grave infezione. Era il 4 dicembre, l’inizio di un calvario che si è concluso appena pochi giorni fa e che, speriamo, sia destinato a fare scuola per i casi simili futuri. I medici, dopo diversi tentativi terapeutici che avevano l’obiettivo di risvegliarla da quel ‘sonno’, erano stati costretti a constatare l’irreversibilità delle sue condizioni e l’assenza di speranze di miglioramento. La ragazza giaceva distesa in un letto d’ospedale, nutrita attraverso un sondino, mentre il suo corpo, spesso, era attraversato da dolorosi spasmi muscolari.

La battaglia legale della famiglia D’Incà

Per porre fine a quelle terribili sofferenze i coniugi D’Incà avevano chiesto ai medici che venisse staccata la spina e interrotto quello che, secondo quanto dichiaravano fosse la volontà della figlia, era un vero e proprio accanimento terapeutico. Per la sua famiglia, infatti, Samantha “non avrebbe accettato di essere lasciata in quelle condizioni”. Una volontà orale, però, ricostruita esclusivamente dalle parole in vita della giovane, e mai cristallizzate in una dichiarazione scritta. Una cosa normale, a pensarci bene: a soli 29 anni Samantha magari non pensava di dover fare testamento o di dover fissare su un foglio le proprie volontà in caso, in futuro, si fosse trovata a dover decidere se essere tenuta in vita da macchine o meno. Insomma nessun testamento biologico e un percorso legale che, fin da subito, è apparso complicato. Il suo papà, Giorgio D’Incà, avevano iniziato una lunga battaglia tra le aule dei tribunali, fino ad ottenere dal giudice tutelare Umberto Giacomelli, il 10 novembre 2021, l’incarico di amministratore di sostegno della trentenne. Un  passaggio decisivo, visto che così l’uomo ha assunto il ruolo di esecutore delle volontà della figlia. “Ho chiesto loro di essere io il tutore, perché non vorrei mai che, un domani, a qualcuno della mia famiglia potesse venire il rimorso di aver autorizzato il fine vita” aveva spiegato Giorgio D’Incà intervistato intervistato dal Corriere del Veneto. “Eventualmente quel peso lo porterò io. Per ora sono sereno, perché so che sto facendo quello che vuole Samy. Anche se è doloroso. Una volta che Samantha avrà pace, il nostro dolore non finirà”.

I medici, dopo un percorso di accompagnamento, hanno staccato le macchine che tenevano in vita Samantha (Facebook)

Il percorso per “staccare la spina”

Il cuore di Samantha, sabato scorso, si è fermato per sempre. E le sofferenze che la accompagnavano quotidianamente, sono finalmente cessate. Ma il percorso che ha portato a questo traguardo è stato lungo e altrettanto doloroso. Dopo che il Tribunale di Belluno ha autorizzato il padre della ragazza al trattamento di ‘fine vita’ per la trentenne, sono infatti trascorsi quattro mesi, in cui la ‘palla’ è passata in mano ai dottori. Da fonti sanitarie si apprende che prima la discussione ha riguardato le modalità di interruzione delle terapie, poi un’equipe medica ad hoc ha stabilito, insieme ai genitori, il percorso verso il decesso. Un vero e proprio cammino di accompagnamento nell’ultimo viaggio della giovane, le cui condizioni, nelle ultime settimane, erano ulteriormente peggiorate. Samy, come la chiamavano affettuosamente i suoi cari, era ricoverata nella struttura socio assistenziale privata “Gaggia Lante” di Belluno. Qui a metà marzo è iniziata la procedura di sedazione palliativa per interrompere, una volta per tutte, quegli spasmi atroci che, pur nel suo sonno profondo, la facevano soffrire. Quando sabato mattina Samantha D’Incà ha smesso di respirare, papà Giorgio e il resto della famiglia al suo fianco ha invece ricominciato a farlo, consapevole di aver donato alla figlia l’ultimo e più prezioso regalo. La libertà.