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Home » Scienze e culture » Niente donne, niente convegni e ogni qualifica al femminile: il decalogo dell’Università di Torino per la parità di genere

Niente donne, niente convegni e ogni qualifica al femminile: il decalogo dell’Università di Torino per la parità di genere

La normativa ha valore persuasivo e non cogente, ma dal rettore Geuna alla consigliera di fiducia Bigotti bando alle iniziative in cui non figuri almeno un terzo dei relatori (non valgono ruoli di complemento) del genere meno rappresentato. De Piccoli: "Il 61% degli allievi è di sesso femminile, ma le docenti sono non oltre il 28% del totale"

Sofia Francioni
12 Giugno 2021
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Prima in Italia, l’Università di Torino ha presentato le sue linee guida per promuovere un adeguato equilibrio fra i generi, partendo proprio dagli speaker che partecipano ai convegni nella sua accademia. Un decalogo stringato, presentato l’11 giugno alla Cavallerizza di Torino, in cui l’ateneo esorta i suoi comitati organizzativi ad avere nei rispettivi eventi una lista di interventi che garantisca la presenza di almeno 1/3 del genere meno rappresentato. E non vale “se questo è coinvolto unicamente nei saluti o in ruoli di coordinamento e discussione”.

Un invito a utilizzare nelle brochure un linguaggio che declini al femminile la presenza delle donne. Un’esortazione a sottolineare criticamente gli stereotipi, durante gli interventi, prevedendo la possibilità per dipartimenti, scuole e corsi di laurea di astenersi dal concedere il proprio patrocinio se l’evento non garantisce un adeguato equilibrio fra i generi. “Delle linee guida”, specifica Elena Bigotti, consigliera di fiducia di Ateneo, “che non sono vincolanti, che non prevedono sanzioni per chi non le rispetta, ma che serviranno almeno a far sentire in posizione scomoda chi non si adeguerà. L’università non vincola e non censura, ma offre opportunità per riflettere”. Anche se, specifica il rettore Stefano Geuna: “L’intenzione è dare a ogni dipartimento un referente o un vicedirettore che possa monitorare”.

 

Appendino: “I bimbi mi chiedono dov’è il sindaco”

A fare gli onori di casa per la presentazione delle “Linee guida” è la sindaca di Torino, Chiara Appendino, che in diretta streaming avvalora la necessità di quest’iniziativa con un aneddoto personale: “Spesso quando accolgo i bambini delle scuole a Palazzo civico, prima mi salutano, poi mi chiedono ‘ma dov’è il sindaco?’”, prova a ironizzare. “Questo significa aver abituato le nuove generazioni a un mondo in cui non ci sono donne a ricoprire alcuni ruoli e non va bene, perché una società è più equa se è rappresentata in tutte le sue forme e identità”. Un problema che trova conferma nelle osservazioni scientifiche realizzate dal centro interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne di Genere (Cirsde), come spiega la sua presidente Norma De Piccoli (foto in copertina) : “La maggior parte degli iscritti a UniTo sono donne, in una percentuale del 61%, ma la presenza femminile degrada mano a mano che si sale nella gerarchia accademica: se guardiamo ai professori ordinari le donne sono infatti soltanto il 28%. Un dato simile al resto d’Italia, che si ferma al 25%. Questo significa che perdiamo percentuali di competenze scientifiche e culturali di cui il genere femminile è portatrice nel corso di carriera”.

E continua: “Le linee guida sono importanti perché sono un modo per rendere visibili donne e uomini in contesti in cui non siamo abituati a vederli. Bisogna scardinare questi stereotipi, che derivano da fattori sociali e culturali e l’Università di Torino con questa iniziativa vuole stimolare un cambiamento culturale, partendo dalla sua organizzazione. Speriamo di poter condividere queste riflessioni anche con gli altri atenei italiani”.

 

“Donne tollerate nella quota del 30%”

“In Italia ci sono sette rettrici donna su 84. Utilizziamo queste linee guida per avere schemi di giudizio creativi”, commenta ancora Bigotti. “Guardando ai numeri della partecipazione femminile in tutti i grandi organismi, nei parlamenti occidentali o nelle società partecipate, ci si accorge che il sistema sembra tollerare il 30% di donne. Non dobbiamo accomodarci su questo dato, considerando raggiunto il risultato quando la presenza delle donne è assicurata in un numero che, in fondo, è consentito. Chiediamoci cosa succederebbe se fossimo noi a ricoprire il 60% delle presenze, come reggerebbe il sistema? Queste linee guida offrono delle lenti per una possibile lettura differente”. l

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  • Nicoletta Sipos, giornalista e scrittrice, ha vissuto in Ungheria, in Germania e negli Stati Uniti, prima di raggiungere Milano e lì restare. Il suo romanzo “La guerra di H”, un romanzo fortemente ispirato a fatti realmente accaduti.

L’autrice indaga in maniera del tutto nuova e appassionante un momento drammatico, decisivo della storia del nostro continente: la Seconda guerra mondiale. A raccontare l’ascesa e la disfatta del Nazismo è stavolta la voce di un bambino tedesco, che riporta con semplicità e veracità le molte sofferenze patite dal suo popolo durante il conflitto scatenato da Hitler, focalizzando l’attenzione del lettore sul drammatico paradigma che accomuna chiunque si trovi a vivere sulla propria pelle una guerra: la sofferenza. Pagine toccanti, le sue, tanto più intense perché impregnate di fatti reali, emozioni provate e sentite dai protagonisti e condivise da quanti, tuttora, si trovano coinvolti in un conflitto armato. La memoria collettiva è uno strumento potente per non commettere gli stessi errori. 

"Imparai poco alla volta – scrive il piccolo Heinrich Stein, protagonista del romanzo – che nel nostro strano Paese la verità aveva più volti con infinite sfumature”.

👉Perché una storia così e perché ora?
“Ho incontrato il protagonista di questa mia storia molto tempo fa, addirittura negli anni ’50, ossia in un’epoca che portava ancora gli strascichi della guerra. Diventammo amici, parlammo di Hitler e della miseria della Germania. Poco per volta, via via che ci incontravamo, lui aggiungeva ricordi, dettagli, confessioni. Per anni ho portato dentro di me la testimonianza di questa storia che si arricchiva sempre più di dettagli. Molte volte avrei voluto scriverla, magari a quattro mani con il mio amico, ma lui non se la sentiva. Io stessa esitavo ad affrontare questa storia che racconta una famiglia tedesca in forte sofferenza in una Germania ferita e umiliata. La gente ha etichettato tutto il popolo tedesco durante il nazismo come crudele per antonomasia. Non si pensa mai a quanto la gente comune abbia sofferto, alla fame e al freddo che anche il popolo tedesco ha patito”.

✍ Caterina Ceccuti

#lucenews #giornodellamemoria #27gennaio
  • È dalla sua camera con vista affacciata sull’Arno che Ornella Vanoni accetta di raccontare un po’ di sé ai lettori di Luce!, in attesa di esibirsi, sabato 28 gennaio sul palco della Tuscany Hall di Firenze, dov’è in programma una nuova tappa della nuova tournée Le Donne e la Musica. Un ritorno atteso per Ornella Vanoni, che in questo tour è accompagnata da un quintetto di sole donne.

Innanzitutto come sta, signora Vanoni?
“Stanca, sono partita due mesi dopo l’intervento al femore che mi sono rotto cadendo per una buca proprio davanti a casa mia. Ma l’incidente non mi ha impedito di intraprendere un progetto inaspettato che, sin da subito, mi è stato molto a cuore. Non ho perso la volontà di andare avanti. Anche se il tempo per prepararlo e provare è stato pochissimo. E poi sono molto dispiaciuta“.

Per cosa?
“La morte dell’orso Juan Carrito, travolto e ucciso da un’auto cercava bacche e miele: la mia carissima amica Dacia (Maraini, ndr) l’altro giorno ha scritto una cosa molto bella dedicata a lui. Dovrò scrollarmi di dosso la malinconia e ricaricarmi in vista del concerto“.

Con lei sul palco ci sarà una jazz band al femminile con Sade Mangiaracina al pianoforte, Eleonora Strino alla chitarra, Federica Michisanti al contrabbasso, Laura Klain alla batteria e Leila Shirvani. Perché questa scelta?
“Perché sono tutte bravissime, professioniste davvero eccezionali. Non è una decisione presa sulla spinta di tematiche legate al genere o alle quote rosa, ma nata grazie a Paolo Fresu, amico e trombettista fantastico del quale sono innamorata da sempre. Tempo fa, durante una chiacchierata, Paolo mi raccontò che al festival jazz di Berchidda erano andate in scena tante musiciste bravissime. E allora ho pensato: ’Se sono così brave perché non fare un gruppo di donne? Certo, non l’ha fatto mai nessuno. Bene, ora lo faccio io“.

Il fatto che siano tutte donne è un valore aggiunto?
“In realtà per me conta il talento, ma sono felice della scelta: è bellissimo sentire suonare queste artiste, vederle sul palco intorno a me mi emoziona“.

L
  • Devanshi Sanghvi è una bambina di otto anni che sarebbe potuta crescere e studiare per gestire l’attività di diamanti multimilionaria appartenente alla sua facoltosissima famiglia, con un patrimonio stimato di 60 milioni di dollari.

Ma la piccola ha scelto di farsi suora, vivendo così una vita spartana, vestita con sari bianchi, a piedi nudi e andando di porta in porta a chiedere l’elemosina. Si è unita ai “diksha” alla presenza di anziani monaci giainisti. La bimba è arrivata alla cerimonia ingioiellata e vestita di sete pregiate. Sulla sua testa poggiava una corona tempestata di diamanti. Dopo la cerimonia, a cui hanno partecipato migliaia di persone, è rimasta in piedi con altre suore, vestita con un sari bianco che le copriva anche la testa rasata. Nelle fotografie, la si vede con in mano una scopa che ora dovrà usare per spazzare via gli insetti dal suo cammino per evitare di calpestarli accidentalmente.

Di Barbara Berti ✍

#lucenews #lucelanazione #india #DevanshiSanghvi
  • Settanta giorni trascorsi in un mondo completamente bianco, la capitana dell’esercito britannico Harpreet Chandi, che già lo scorso anno si era distinta per un’impresa tra i ghiacci, è una fisioterapista che lavora in un’unità di riabilitazione regionale nel Buckinghamshire, fornendo supporto a soldati e ufficiali feriti. 

Ha dimostrato che i record sono fatti per essere battuti e, soprattutto, i limiti personali superabili grazie alla forza di volontà e alla preparazione. E ora è diventata una vera leggenda vivente, battendo il record del mondo femminile per la più lunga spedizione polare – sola e senza assistenza – della storia.

Il 9 gennaio scorso, 57esimo giorno del viaggio che era cominciato lo scorso 14 novembre, la 34enne inglese ha raggiunto il centro del Polo Sud dopo aver percorso circa 1100 chilometri. Quando è arrivata a destinazione nel bel mezzo della calotta polare era felice, pura e semplice gioia di aver raggiunto l’agognato traguardo: “Il Polo Sud è davvero un posto incredibile dove stare. Non mi sono fermata molto a lungo perché ho ancora un lungo viaggio da fare. È stato davvero difficile arrivare qui, sciando tra le 13 e le 15 ore al giorno con una media di 5 ore di sonno”.

Di Irene Carlotta Cicora ✍

#lucenews #lucelanazione #polosud #HarpreetChandi #polarpreet
Prima in Italia, l’Università di Torino ha presentato le sue linee guida per promuovere un adeguato equilibrio fra i generi, partendo proprio dagli speaker che partecipano ai convegni nella sua accademia. Un decalogo stringato, presentato l’11 giugno alla Cavallerizza di Torino, in cui l’ateneo esorta i suoi comitati organizzativi ad avere nei rispettivi eventi una lista di interventi che garantisca la presenza di almeno 1/3 del genere meno rappresentato. E non vale “se questo è coinvolto unicamente nei saluti o in ruoli di coordinamento e discussione”. Un invito a utilizzare nelle brochure un linguaggio che declini al femminile la presenza delle donne. Un'esortazione a sottolineare criticamente gli stereotipi, durante gli interventi, prevedendo la possibilità per dipartimenti, scuole e corsi di laurea di astenersi dal concedere il proprio patrocinio se l’evento non garantisce un adeguato equilibrio fra i generi. “Delle linee guida”, specifica Elena Bigotti, consigliera di fiducia di Ateneo, “che non sono vincolanti, che non prevedono sanzioni per chi non le rispetta, ma che serviranno almeno a far sentire in posizione scomoda chi non si adeguerà. L’università non vincola e non censura, ma offre opportunità per riflettere”. Anche se, specifica il rettore Stefano Geuna: “L’intenzione è dare a ogni dipartimento un referente o un vicedirettore che possa monitorare”.  

Appendino: "I bimbi mi chiedono dov'è il sindaco"

A fare gli onori di casa per la presentazione delle “Linee guida” è la sindaca di Torino, Chiara Appendino, che in diretta streaming avvalora la necessità di quest’iniziativa con un aneddoto personale: “Spesso quando accolgo i bambini delle scuole a Palazzo civico, prima mi salutano, poi mi chiedono ‘ma dov’è il sindaco?’”, prova a ironizzare. “Questo significa aver abituato le nuove generazioni a un mondo in cui non ci sono donne a ricoprire alcuni ruoli e non va bene, perché una società è più equa se è rappresentata in tutte le sue forme e identità”. Un problema che trova conferma nelle osservazioni scientifiche realizzate dal centro interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne di Genere (Cirsde), come spiega la sua presidente Norma De Piccoli (foto in copertina) : “La maggior parte degli iscritti a UniTo sono donne, in una percentuale del 61%, ma la presenza femminile degrada mano a mano che si sale nella gerarchia accademica: se guardiamo ai professori ordinari le donne sono infatti soltanto il 28%. Un dato simile al resto d’Italia, che si ferma al 25%. Questo significa che perdiamo percentuali di competenze scientifiche e culturali di cui il genere femminile è portatrice nel corso di carriera”. E continua: “Le linee guida sono importanti perché sono un modo per rendere visibili donne e uomini in contesti in cui non siamo abituati a vederli. Bisogna scardinare questi stereotipi, che derivano da fattori sociali e culturali e l’Università di Torino con questa iniziativa vuole stimolare un cambiamento culturale, partendo dalla sua organizzazione. Speriamo di poter condividere queste riflessioni anche con gli altri atenei italiani”.  

"Donne tollerate nella quota del 30%"

“In Italia ci sono sette rettrici donna su 84. Utilizziamo queste linee guida per avere schemi di giudizio creativi”, commenta ancora Bigotti. “Guardando ai numeri della partecipazione femminile in tutti i grandi organismi, nei parlamenti occidentali o nelle società partecipate, ci si accorge che il sistema sembra tollerare il 30% di donne. Non dobbiamo accomodarci su questo dato, considerando raggiunto il risultato quando la presenza delle donne è assicurata in un numero che, in fondo, è consentito. Chiediamoci cosa succederebbe se fossimo noi a ricoprire il 60% delle presenze, come reggerebbe il sistema? Queste linee guida offrono delle lenti per una possibile lettura differente”. l
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