Scuola e disabilità: la lunga strada verso l’inclusione. L’Italia a due velocità nell’abbattere le barriere architettoniche

Circa 300mila alunni disabili ma solo una scuola su tre garantisce loro l'accessibilità. La pandemia e la Dad hanno aggravato il divario e molti alunni hanno avuto difficoltà a seguire le lezioni da casa. Mancano poi supporti informatici adeguati e insegnanti di sostegno preparati

Quando l’Italia, prostrata dalla pandemia, voleva ripartire, ha deciso di farlo iniziando dai giovani: sono state riaperte le scuole. Bambini e ragazzi non ce la facevano più, stavano impazzendo in gabbia tra quelle stesse quattro mura che dovevano proteggerli. Si sentivano in trappola, dopo un anno e mezzo in cui era stato impedito loro di vivere con la stessa intensità e spensieratezza tipiche di quell’età. Eppure, ci sono giovani che questi limiti li vivono da sempre, perché anche solo un piccolo ostacolo come la scala d’ingresso della scuola può diventare insormontabile. Sono i ragazzi affetti da disabilità, che hanno a che fare ogni giorno con quelle che vengono definite barriere architettoniche, impedimenti posti sul loro già difficile cammino di vita.

L’ultima indagine effettuata dall’Istat “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità” riguarda l’anno scolastico 2019/2020. Il primo dato che ne emerge è che il numero di alunni disabili aumenta in modo costante. Sono quasi 300 mila, pari al 3,5% degli iscritti, oltre 13 mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento percentuale del 6%. Tuttavia, nell’indagine si evidenzia come la pandemia e la conseguente attivazione della didattica a distanza, resa obbligatoria a partire dal 9 aprile 2020, abbiano rappresentato un ostacolo al proseguimento dei percorsi di inclusione intrapresi dai docenti, riducendo sensibilmente la partecipazione degli alunni con disabilità alle attività scolastiche. Insomma tra coloro che sono stati colpiti indirettamente dall’emergenza sanitaria, i giovani, gli studenti con disabilità hanno subito il contraccolpo più forte. Tra aprile e giugno 2020 oltre il 23% di questi (circa 70 mila) non ha preso parte alle lezioni, quota che cresce nelle regioni del Mezzogiorno, dove si attesta al 29%.

Perché se è vero che la scuola dovrebbe esser, un po’ come la giustizia, uguale per tutti, ciò non risulta valido se osserviamo i dati di accessibilità agli istituti per chi, questa uguaglianza, la reclama in ogni ambito della propria esistenza. I dati evidenziano un Paese che procede a velocità diverse, con le ‘barriere’ che si alzano man mano che si scende lungo la Penisola. Gli ostacoli che queste persone si trovano di fronte per accedere alle aule e per svolgere le normali attività insieme ai loro compagni possono essere molteplici. Le prime che vengono in mente sono le barriere di tipo fisico, come l’assenza di ascensori, bagni e scale a norma. Ma vanno considerate anche quelle di tipo sensoriale e percettivo che, per alcuni tipi di disabilità come cecità e sordità, sono altrettanto impattanti. In generale la situazione peggiora se si considerano queste ultime. Da questo punto di vista la percentuale delle scuole a norma (con entrambi i facilitatori) si attesta ad un misero 2,1%, mentre il 60% delle scuole in Italia non dispone di alcun tipo di supporto.

Riguardo agli ostacoli fisici, soltanto una su tre risulta accessibile per gli alunni con disabilità motoria. La situazione appare migliore al Nord, dove si registrano valori superiori alla media nazionale (36% di scuole a norma)mentre peggiora, raggiungendo i livelli più bassi, al Sud (27%). La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta, con il 63% di scuole accessibili; la Campania, invece, si distingue per il dato più basso di istituti privi di barriere fisiche (solo il 21,5%). Un divario notevole ma ci sono, tuttavia, alcune eccezioni importanti: la Liguria, ad esempio, con il suo 24,1%, risulta molto sotto alla media nazionale, mentre la Sardegna, a differenza delle altre regioni del Mezzogiorno, spicca con il suo 36,3. Dati che comunque non sono confortanti: la stessa percentuale totale del Paese è scesa di due punti (da 34 a 32 per cento) rispetto all’anno scolastico precedente.

Ma, dicevamo, anche la pandemia ci ha messo lo zampino. Le difficoltà di carattere tecnico e organizzativo, unite alla carenza di strumenti e di supporto adeguati e alle difficoltà d’interazione, hanno reso la partecipazione alla DAD più difficile per i ragazzi con disabilità. Tali complessità hanno ostacolato o interrotto del tutto il percorso didattico intrapreso da molti docenti, impedendo il conseguimento di uno degli obiettivi che una scuola inclusiva si pone ancor prima dell’apprendimento: quello della socializzazione.

Anche sul fronte degli educatori, oltre che su quello degli educati, i dati non regalano un quadro ottimistico. Gli insegnanti per il sostegno che nell’anno scolastico 2019/2020 hanno operato nelle scuole italiane sono stati poco più di 176 mila. Sebbene a livello nazionale il rapporto alunno-professore (pari a 1,7 studenti ogni insegnante per il sostegno) è migliore di quello previsto dalla Legge 244/2007, che raccomanda un valore pari 2, tuttavia il personale specializzato risulta ancora insufficiente; la richiesta di queste figure, infatti, aumenta di anno in anno più velocemente di quanto non cresca l’offerta. Per questa ragione nel 37% dei casi si selezionano i docenti per il sostegno dalle liste curricolari. Ma questi, quasi sempre, non hanno una formazione specifica per supportare al meglio l’alunno con disabilità. Questo fenomeno è più frequente nelle regioni del Nord, dove la quota di insegnanti curricolari che svolgono attività di sostegno sale al 47% mentre si riduce nel Mezzogiorno attestandosi al 24%. Un’inversione di tendenza rispetto all’accessibilità scolastica che però evidenzia comunque un grave problema nazionale.

Un ultimo dato interessante, e allo stesso tempo preoccupante, è quello che riguarda il percorso di digitalizzazione ‘strutturale’ avviato nel nostro Paese già nel 2007. La tecnologia, come l’emergenza sanitaria ha reso evidente, può svolgere un’importante funzione di ‘facilitatore’ nel processo d’inclusione scolastica, supportando l’alunno nella didattica e aumentando i livelli di comprensione. Ma in Italia, circa una scuola su quattro risulta carente di postazioni informatiche adattate alle esigenze degli alunni con disabilità. Anche in questo caso le differenze territoriali sono macroscopiche: tra le regioni più virtuose la Valle d’Aosta e l’Emilia Romagna, con l’85% di scuole provviste di postazioni; la Sardegna invece presenta la percentuale più bassa (64,2%).

Quello che si percepisce, al di là dei numeri, è che la strada verso l’inclusione di ragazzi e ragazze con disabilità nelle nostre scuole è ancora molto lunga e procede a velocità diverse. Con il Covid molte criticità sono emerse, altre si sono aggravate, altre ancora si sono presentate per la prima volta, come quelle che riguardano la Dad. Se gli alunni disabili aumentano la scuola e di conseguenza chi se ne occupa a livello politico, deve dare risposte affinché a questa crescita corrisponda invece una diminuzione delle barriere architettoniche che impediscono a queste persone di accedervi. Perché la scuola diventi davvero un luogo di formazione, di inclusione, di eliminazione di quelle differenze che, ogni istante della loro vita, le fanno sentire inadeguate.