Scuola monogenere, successo in Usa ed Europa ma in Italia non convince. “Scelta sensata” o “strumento che esaspera le diffidenze”?

In America i college 'single-sex', numerosi e molto frequentati, hanno formato leader politiche come Hillary Clinton e Nancy Pelosi. Nel mondo sono scelti da oltre 46milioni di studenti in 70 paesi. Da noi all'educazione pubblica mista si affiancano rari istituti monogenere privati, che adottano il sistema Faes. Mariolina Ceriotti Migliarese e Federica Mormando: pro e contro del modello

All’età di 18 anni Hillary Clinton scelse il Wellesley College. Fu lì che inizio ad avvicinarsi alla vita politica per poi approfondire il suo interesse all’università. E di strada ne ha fatta molta, perché nonostante sia stata vista per anni come la ‘moglie tradita del presidente Clinton’, Hillary ha sempre pensato di poter fare di più, di andare oltre, di riuscire ad affermarsi da sola nel panorama politico. E l’ha fatto. Fin qui niente di nuovo. È storia. Ma quello che molti non sanno è che quel college che lei scelse a 18 anni era un college interamente femminile, scelta che lei stessa ha sempre rivendicato con entusiasmo. Così come Nancy Pelosi, prima donna a guidare un partito politico in una delle camere del Congresso americano, che si diplomò all’Institute of Notre Dame, scuola femminile.

Un fatto che sorprende: ma come? In un paese così avanti come gli Stati Uniti esiste ancora una divisione tra maschi e femmine a scuola. E viene anche supportata da personalità di spicco.

Ma la verità è che sorprende soprattutto noi italiani. Lì la realtà è ben diversa e così anche il modo di intendere l’istruzione. “Tanto per cominciare – spiega la neuropsichiatra e psicoterapeuta Mariolina Ceriotti Migliarese – a differenza dell’America e dei paesi anglosassoni l’Italia è un paese cattolico e il fatto di scegliere una scuola monogenere viene spesso interpretato come una scelta sessuofobica, una scelta dettata dalla paura dell’incontro con l’altro sesso“.

 

 

I numeri negli Stati Uniti e in Europa

 

Le scuole monogenere negli Stati Uniti sono una presenza molto forte. Dal terzo convegno Easse (European Association Single-Sex Education), che si è svolto nel 2011 a Versavia, è emerso che circa 46 milioni di studenti hanno ricevuto un’educazione single-sex in 242.411 scuole, sia statali che non statali, di 70 Paesi in tutto il mondo. Negli Stati Uniti poi, secondo uno studio condotto da Faes Italia, negli ultimi anni il fenomeno è cresciuto notevolmente. Nei 2048 centri statali americani, il modello single-sex ha tre varianti: scuole maschili o femminili, classi maschili o femminili nella stessa struttura, o separazione tra studenti e studentesse solo per alcune attività didattiche. E i risultati degli alunni di queste scuole secondo molti studi, come la ricerca dell’Australian Counsil for Educational Research, che ha monitorato per sei anni l’evoluzione di duecentosettantamila studenti, sono anche migliori di quelli conseguiti nelle scuole miste.
Spostandoci in Europa, in Germania e Francia gli istituti scolastici monogenere sono oltre 200, in Spagna sono 184.

La situazione in Italia

 

L’Italia però fa eccezione. Da noi l’educazione differenziata ha lasciato il posto, nelle scuole pubbliche, a quella mista dalla fine degli anni ’60. Il diffondersi di modelli culturali più moderni ed espressione di costumi più libertini, accompagnati anche dalla rivoluzione del ’68, come l’emancipazione della donna e il superamento di stereotipi sessuali ormai obsoleti e fin troppo perbenisti, ha messo in chiaro l’importanza di un’educazione che favorisse l’incontro tra sessi.
In Italia le uniche scuole single-sex, per dirla appunto all’americana, sono quelle private e sono rare. In particolare si tratta di istituti che hanno adottato il sistema Faes, “Famiglia e scuola”, nato negli anni ‘70 a Milano, ad opera di un gruppo di genitori e insegnanti. Questo sistema scolastico si basa su un’educazione personalizzata e quindi anche separata “che favorisca il pieno sviluppo delle potenzialità di ogni persona, valorizzandone quindi anche le qualità specifiche del proprio sesso“, come si legge nella loro presentazione.
Si parte dal presupposto, che la componente sessuale sia determinante nelle cifre dell’insuccesso scolastico, in crescita sempre maggiore tra i ragazzi, con l’Italia al 13.5%. E che quindi l’educazione differenziata sia preferibile perché si adatta ai ritmi di crescita e ai diversi stili di apprendimento di bambini e bambine.
Il sistema educativo Faes è presente con sedi scolastiche a Milano, Palermo, Napoli, Verona, Bologna, Roma. Ed è esteso a tutti i livelli, dal nido e dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di II grado, con una didattica spesso bilingue. Il liceo classico Faes di Milano è stato più volte in cima alle classifiche delle migliori scuole in Lombardia. A Roma, i due istituti scolastici monogenere appartengono al circuito Cefa e sono il Petranova Institute scuola femminile e lo Iunior International scuola maschile.

Il parere

 

Federica Ceriotti Migliarese

Il dibattito sul perché scegliere una scuola monogenere è in atto da anni. Tra le ragioni a favore c’è prima di tutto il fatto che bambine e bambini apprendono in maniera diversa. Nelle scuole miste proprio la diversità tra i due generi in termini di studio, interessi e passioni mette più in difficoltà gli insegnanti. Ma si parla anche del fatto che è più semplice, per uno studente, rivolgersi ad un insegnante dello stesso sesso. Ragazzi e ragazze manifestano i loro sentimenti in maniera diversa e potrebbero sentirsi frenati in presenza di qualcuno dell’altro sesso.
Ma è davvero così? Ha ancora senso, oggi, la scelta di un’educazione distinta per sesso, visto che negli altri Paesi sono considerate sinonimo di eccellenza? “Dipende da quello che un genitore vuole per i propri figli – dice Mariolina Ceriotti Migliarese – non parliamo di una scelta giusta o sbagliata, ma di una scelta sensata tra le opzioni. È chiaro che chi sceglie una scuola monogenere lo fa perché ritiene che la differenza sessuale abbia un valore e che quindi può avere un senso educare i figli in un istituto di questo tipo. Viceversa non lo farà chi pensa che ci sia solo una fluidità nell’identità senza differenza“.
Ritenere che il maschile e femminile siano due modi diversi di stare al mondo, che devono poi imparare a incontrarsi e per farlo hanno bisogno di conoscere prima se stessi, secondo la Migliarese, è un’argomentazione che sta dietro chi iscrive il proprio figlio a una scuola single-sex. La cosa importante è che i ragazzi che frequentano questi istituti poi abbiano l’opportunità di frequentare ambienti misti all’esterno.
“È risaputo che ci sono parecchi studi nel campo della medicina della differenza e della neurobiologia che dimostrano come l’organismo maschile e femminile reagisca in modo diverso, così come anche lo stile di apprendimento ha tempi è ritmi differenti – continua Migliarese – C’è uno studio fatto su una scuola femminile britannica che dimostra come le ragazzine sviluppino più interesse per le materie scientifiche perché il modo in cui la mente femminile si introduce in questo tipo di argomenti è tale che richiede attenzioni particolari. In questo senso l’educazione differenziata era servita”.
Ma è pur vero che nel caso di scuole monogenere o miste la differenza vera lo fa il corpo insegnante. “Nella fase della pre-adolescenza, a prescindere dal tipo di scuola, è sempre necessario un supporto alla costruzione dell’identità personale. Nelle scuole miste spesso avviene che in molte classi si assista a una divisione spontanea tra maschi e femmine proprio perché c’è la ricerca del simile. Quindi è importante la presenza di un docente in grado di gestire la formazione con degli obiettivi: ogni modello ha i suoi aspetti positivi e negativi, e vanno corretti dalla capacità di chi dietro la cattedra”.
In ultimo, secondo Migliarese, può andare anche bene un insegnante dello stesso sesso, ma è fondamentale che, nel caso di una donna, abbia un occhio paterno dentro di sé, così come nel caso opposto ci vuole una componente femminile.

La critica

 

Federica Mormando

Un’opinione diversa ce l’ha Federica Mormando, psichiatra e presidente di Eurotalent. Per lei sarebbe preferibile che maschi e femmine crescessero e apprendessero nello stesso ambiente scolastico. “Credo che, ai ragazzi in particolare, serva il confronto intellettuale con l’altro sesso, altrimenti finirebbe per esasperarsi la concezione stereotipata delle donne nel caso di una scuola tutta maschile”. “Un’impostazione di pensiero che non va assolutamente alimentata, soprattutto a quell’età in cui gli ormoni iniziano a ingigantirsi”.
La comunicazione tra uomo e donna va incentivata a partire soprattutto da quando si è piccoli, così come la conoscenza dell’altro sesso. “Altrimenti si rischia di alimentare anche una sorta di morbosità verso quello che non si conosce“. Il confronto con i ragazzi può spingere le studentesse ad aspirare a mestieri che normalmente vengono ritenuti adatti agli uomini come quello di fare l’astronauta. “È vero che al di fuori della scuola esistono molte occasioni di frequentare altri ambienti, ma ricordiamoci che non tutti gli studenti hanno le stesse opportunità, spesso per motivi economici, e quindi la scuola rimane l’unica a portata di mano”.