Scuola, viaggio nell’Italia che combatte contro povertà digitale e studenti in fuga. Save the Children lancia “Riscriviamo il futuro”

Il nostro Paese ha un tasso di abbandono scolastico tra i più elevati d'Europa, in media del 14% con punte sopra il 20% al sud. Con la pandemia si è aggiunta la mancanza di un'educazione digitale dei ragazzi. "La Dad ha accentuato situazioni già a rischio"

Sono andati a cercarli nelle periferie del sapere, per non lasciarli indietro e portarli nel futuro. Hanno fatto domande a quasi ottocento 13enni in tutta Italia. E dalle loro risposte spiazzanti hanno dato un volto a un fenomeno nuovo: si chiama povertà educativa digitale.
I ricercatori di Save the Children, in collaborazione con il Cremit – Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia della Cattolica di Milano – gelano qualche entusiasmo e confermano i timori. Perché proprio i ragazzini, nativi digitali che si muovono con fin troppa disinvoltura in rete, si sono confessati vulnerabili e a digiuno dei fondamentali. Il 29,3% di chi ha risposto al questionario non sa scaricare un file da una piattaforma della scuola; 1 su 10 non ha idea di come condividere lo schermo durante una videochiamata; 1 su 3 non ha a disposizione un tablet a casa, 1 su 7 è senza computer. Numeri che danno ancora più spinta alla campagna “Riscriviamo il futuro”, con al centro un manifesto firmato assieme ai giovanissimi. Diventati ancora più invisibili, nella pandemia. Mentre nessuno ha ancora indagato sull’educazione digitale dei professori, l’Italia si conferma agli ultimi posti nelle ricerche europee per le competenze informatiche dei ragazzi e delle ragazze.

Antonella Inverno, responsabile delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza di Save the Children, riassume lo studio pilota. I giovanissimi “usano i social per intrattenimento ma non conoscono le regole basilari per starci, qualcuno ci ha detto che l’età minima per entrare è dieci anni. Tanti di quelli che hanno risposto al nostro questionario non sanno riconoscere una fake news e nemmeno come comportarsi di fronte alla propria immagine o a quella di altri postate sui social. Sono indicazioni che dovrebbero preoccuparci, anche per la vulnerabilità e la possibile manipolazione”. Ecco il dato. Questi ragazzini non sanno difendersi. Sullo sfondo, i numeri choc della dispersione scolastica, “la percentuale degli ‘Early School Leavers‘, ovvero i giovani che sono arrivati alla maggiore età senza aver conseguito il diploma superiore e avendo lasciato prematuramente ogni percorso di formazione – chiarisce Save the Children – oscilla da almeno 5 anni attorno al 14%, con punte del 19% e del 22,4% per alcune regioni del Sud e delle isole (tra i più elevati tassi di dispersione in Europa)”.

La community di ScuolaZoo

Eliana D’Alvia, 19 anni ad agosto, è una dei 425 rappresentanti degli studenti di ScuolaZoo, la community web di ragazzi più grande d’Italia, con oltre 4 milioni di follower su Instagram, altri due su Facebook, presente anche su Tik Tok e YouTube.
Maturanda all’Istituto tecnico, economico e tecnologico Aldo Capitini di Perugia, non ha dubbi. “Ho avuto modo di confrontarmi con molti miei coetanei. Secondo me la dispersione scolastica dipende soprattutto dall’ambiente nel quale si cresce. Chi ha avuto la fortuna, durante la Dad, di vivere in un contesto sereno, che gli permetteva di seguire le lezioni senza distrarsi, ce l’ha fatta. Ma se invece c’era già un disagio sicuramente si sono accentuate le vulnerabilità. Durante la didattica a distanza, i professori sono entrati anche nella nostra vita più privata. Sì, ci guardavamo attraverso uno schermo. Ma alla fine ci guardavamo nelle case. La relazione è diventata più intima. A volte anche un po’ invadente”. Simona Carlà, 55 anni, vicepreside del Capitini – mille studenti e il 15% di stranieri – racconta di un impegno quotidiano per non perdere il filo. “Abbiamo lavorato molto per monitorare le situazioni di fragilità dei ragazzi ed evitare che smettessero di venire a scuola. Quest’anno tanti studenti cinesi non si sono presentati per paura della pandemia. I genitori avevano paura, anche perché hanno attività commerciali. Così i figli hanno frequentato sempre a distanza. Ma siamo riusciti a non interrompere mai i contatti”. Storie complesse, con “mamma e papà che non parlano l’italiano, anche se sono qui da tanti anni. Abbiamo coordinatori di classe che monitorano le situazioni, scrivono alle famiglie per sapere cosa sta succedendo. Siamo un martello pneumatico, finché non riusciamo a parlare con le persone non molliamo. Da noi la percentuale di dispersione scolastica è veramente molto bassa, riguarda 10-15 studenti su mille”.

I ragazzi perduti

Studente a casa segue le lezioni di scuola con la DAD. Ansa/Matteo Corner

Guido Campanini, preside del tecnico Bodoni a Parma, con la pandemia ha ‘perso’ “20-25 ragazzi su settecento, sono spariti, e non si sono mai collegati in Dad. Prima magari venivano a scuola, poi facevano assenze, non consegnavano i compiti. Alcuni nel frattempo hanno compiuto 18 anni. Il Covid ha semplicemente ingrandito fenomeni esistenti. Abbiamo studenti in terza che dalla prima non comprano i libri. In generale alle superiori, soprattutto nei tecnici e nei professionali, molto meno nei licei, situazioni che erano già borderline, a rischio, sono precipitate. A questi 25 vanno aggiunti quelli che hanno frequentato a soffietto, due giorni sì e 4 no”. Campanini, che è anche preside del classico Romagnosi e può fare il confronto, ha una sua idea. “Il sistema formativo italiano privilegia il valore teorico della scuola. Mentre altri, il caso clamoroso è la Germania, danno altrettanta importanza all’istruzione tecnica e professionale. Cosa c’entra con l’abbandono scolastico? Moltissimo. Lo studente fragile di 15 anni che deve leggersi Petrarca a scuola non ci viene. Se invece gli insegniamo ad aggiustare il motorino o a costruire bottiglie di plastica, quindi apprende un mestiere…”. Conclusione: “Chi
insegna oggi nei professionali è un eroe dell’educazione. Spesso i ragazzi non hanno il papà o la mamma. E di pomeriggio magari sono impegnati nelle faccende domestiche. Ho in mente una studentessa straniera che tutti i giorni lavava, stirava, accudiva i fratellini. Come faceva a studiare, a fare gli esercizi di matematica o ‘’inglese? Era troppo stanca, quando arrivava alla sera. La didattica a distanza e la pandemia hanno accentuato quel che già c’era. Non è tanto una questione di mezzi. Ma le situazioni deboli sono peggiorate. Questa sarà una . Speriamo di riprendere regolarmente, a settembre”.