Addio all’assegno di assistenza: la stretta dell’Inps nei confronti delle persone con disabilità che lavorano

La Legge 118 del 1971 prevede come requisito per l'assegno di invalidità l'"incollocazione" (modificata nel 2007 in "inoccupazione"), ma l'ente previdenziale aveva finora adottato una prassi più favorevole: con un reddito esiguo e il lavoro non stabile si poteva comunque ottenere l'assegno. L'attuale retromarcia scatena le polemiche di associazioni, famiglie e sindacati

Discriminati perché lavorano. È questa la sorte che spetta alle persone con disabilità che, solo per “lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dalla misura del reddito ricavato”, si vedono revocare il diritto a ricevere “l’assegno mensile di assistenza di cui all’articolo 13 della legge n. 118/1971″, pari a 287,09 euro per 13 mesi. La scelta è quindi tra il restare a casa, senza lavoro e poveri (perché non bastano certo poco meno di 300 euro al mese per poter vivere dignitosamente) o dover dipendere interamente dal proprio lavoro, con stipendi che arrivano ad un massimo da 400 euro al mese per non superare il tetto di reddito annuale da 4.931 euro.

A stabilirlo e renderlo noto è stata la direttrice generale dell’Inps, Gabriella De Michele, lo scorso 14 ottobre: per le persone che hanno una disabilità tra il 74 e il 99% (“non grave”) stop all’assegno mensile se si vogliono tenere il lavoretto. Un cortocircuito che rischia di lasciare ai margini migliaia di individui, impedendo di fatto loro di integrarsi nella società a meno di rinunciare ad un sostegno a cui hanno diritto. Nella nota vengono citate due sentenze della Cassazione – una del 2018 e l’altra del 2019 – che hanno dato ragione all’avvocatura dell’Inps ricorrente contro sentenze di appello di invalidi privati dell’assegno: “Il mancato svolgimento di attività lavorativa è un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale”. In altre parole insomma, come abbiamo detto, o lavori o prendi l’assegno. Una sorta di condanna all’inattività o alla povertà.

La legge 118 del 1971 aveva avviato il percorso, tutt’altro che concluso, per l’inclusione sociale degli invalidi nel nostro Paese, stabilendo (art.13) che l’assegno di invalidità (per coloro di cui stata accertata una riduzione della capacità lavorativa minima del 74%) fosse dovuto solo in caso di “incollocazione” del beneficiario, qualora quindi fosse stato iscritto  nelle liste speciali di collocamento, “per il tempo in cui tale condizione sussiste”. Nel 2007 questa legge ha subito una modifica, tanto che è stato sostituito il requisito dell’incollocazione con quello di l’inoccupazione. In sostanza, comunque, la persona non doveva lavorare.

L’anno successivo è però intervenuta la stessa Inps dicendo che “l’esiguità del reddito impedisce di ritenere che vi sia attività lavorativa rilevante”. In parole povere: con un lavoro non stabile, con il quale non viene superata la soglia di reddito minimo personale (i famosi 4.931 euro all’anno), allora impiego e assegno possono convivere. Quella che invece si legge nel messaggio dell’Inps degli scorsi giorni, quindi, appare come una clamorosa retromarcia, che cancella 50 anni di lavoro sull’inclusione. Tanto che la prassi da adottare ora, oltre a richiedere necessariamente un nuovo intervento legislativo per mettere le cose a posto, rischia di porsi in contrasto addirittura con l’articolo 3 della Costituzione italiana, che impone di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Diverse associazioni nazionali, come CoorDown e Uniamo – Federazione italiana delle associazioni delle persone con malattie rare (Fimr), hanno deciso di scrivere un appello unanime alle massime istituzioni politiche, per denunciare le pesanti conseguenze sociali che inevitabilmente esploderanno. “In precedenza – si legge nell’appello – secondo l’Inps per “inattività lavorativa” si applicavano requisiti più favorevoli previsti per l’iscrizione alle liste di collocamento, che ammettono la possibilità di incassi da lavoro dipendente fino a 8.145 euro annui e di 4.800 euro in caso di lavoro autonomo, quindi limiti ben più ampi. Si potevano svolgere piccoli lavori, entro il limite di 4.931 euro annui senza perdere l’assegno. Ora non è più possibile“, denunciano le associazioni.

“Si tratta di una situazione inaccettabile per più di una ragione – sostiene invece la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra (Leu) -. La grave invalidità di cui si parla non può comportare il confinamento nella solitudine della inattività; e nemmeno la condanna a una povertà, solo in parte alleviata dall’indennità che si riceve. Per non parlare della rinuncia ad ogni tipo di indipendenza economica. Occorre intervenire immediatamente per correggere l’equivoco creato dalla norma del 1971 e ripristinare la compatibilità sino ad ora ammessa”. Sullo stesso tono anche l’intervento della Cgil nazionale, che fa sapere tramite i responsabili per le politiche della previdenza e della disabilità, Ezio Cigna e Nina Daita, che la novità dell’Inps “rischia di essere dirompente tra le migliaia di famiglie che si trovano ad affrontare quotidianamente problemi di salute e di invalidità. Si tratta di una cosa molto grave, poiché vengono colpiti i più fragili, coloro che hanno già pagato duramente le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Le attività di queste persone con disabilità sono attività terapeutiche o formative e con piccoli compensi, che difficilmente superano il tetto previsto. Togliere l’assegno di invalidità alle famiglie è un atto ingiusto“.