Seid, suicida a 20 anni: “Sento ovunque gli sguardi prevenuti, schifati e impauriti delle persone”

Nato in Etiopia e poi adottato, era stato nelle giovanili del Milan. Nella lettera racconta il razzismo che subiva costantemente, che l'ha portato a compiere il gesto estremo

Morire a 20 anni. È già brutto pensare una cosa del genere, ma sapere che Seid, a 20 anni, si è tolto la vita diventa straziante. Come straziante ma potentissima è la lettera che aveva lasciato nel 2019 ai suoi amici e alla psicoterapeuta, una serie di riflessioni sulle sofferenze per i piccoli grandi gesti di discriminazione che sentiva ogni giorno su di sé che è stato letto sabato 5 giugno durante il suo funerale. Un racconto in prima persona che risponde alla domanda che oggi tutti si fanno: perché?

Nato in Etiopia, Seid Visin era stato adottato in Italia da piccolo, a Nocera Inferiore. Nuovo Paese, nuova vita. Sembrava andare tutto bene. Da piccolo era amato e coccolato da tutti, come racconta lui stesso nella lettera. “Io non sono un immigrato –  scriveva – Sono stato adottato da piccolo […]. Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità“.

Era bravo a giocare a pallone, tanto che aveva passato un paio di stagioni a giocare nelle giovanili del Milan. Aveva indossato anche la maglia del Benevento ma alla fine aveva scelto di studiare. Fine del calcio professionistico e rientro a Nocera, in famiglia. Di recente si era impegnato per l’Atletico Vitalica, una squadra di calcio a cinque. 

Ma, come il risveglio da quello che sembrava un sogno, è successo qualcosa. “Adesso sembra che si sia capovolto tutto – continuava nella lettera – Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone“. Gli sguardi di disprezzo, i gesti razzisti della donna che stringe a sé la borsetta sull’autobus o che non vuole farsi servire da lui in negozio. Perché, oltre a studiare, Seid voleva anche guadagnarsi da vivere autonomamente, come qualsiasi ragazzo della sua età.

“Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovassero lavoro. Dentro di me è cambiato qualcosa. Come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco”. Dentro di lui affondava sempre di  più quella lama fatta di razzismo, pregiudizi, paura. Sì, anche paura, quella che vedeva negli occhi delle persone verso gli stranieri, i migranti, e che lui cercava di esorcizzare facendo – confessava- “battute di pessimo gusto su neri e immigrati”.

Il finale della lettera, le sue parole, suonano come una sorta di testamento ma anche di monito: “Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente ‘Vita’“.

Un monito perché, in futuro, nessun ragazzo o ragazza, di qualsiasi età, di qualsiasi colore di pelle, senta di aver perso ormai ogni speranza e si senta costretto a togliersela, quella vita.