“Siamo tutti diversi ma insieme facciamo ciò che ci piace”. A tu per tu con Federico Morlacchi, portabandiera italiano alle Paralimpiadi di Tokyo 2021

Insieme a Bebe Vio guiderà la delegazione italiana alla Cerimonia di Apertura il 24 agosto. Oro e argento a Rio 2016, capitano della nazionale paralimpica di nuoto, Federico ci racconta le sue impressioni a un mese dall'inizio della sua terza olimpiade. Con un modello ben preciso da seguire, nello sport e nella vita: "Luca (Pancalli) è davvero una persona unica. La concezione che ha del mondo e dello sport ha un valore assoluto"

Ha solo 27 anni ma ha già trascorso gran parte della sua vita in acqua, bracciata dopo bracciata, a fare i conti con il tempo che non aspetta. Atleta esperto, anche se si definisce “già vecchio”, Federico Morlacchi è il capitano del nuoto paralimpico italiano. Sette medaglie ai Giochi in due edizioni, tra cui spicca l’oro a Rio de Janeiro nei 200m misti S9. Nato a Luino, in provincia di Varese, nel 1993, Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro, ma questo non gli ha impedito di dedicarsi allo sport che lo ha appassionato sin da bambino. E di diventare un campione. Laureato in osteopatia, fuori dall’acqua ‘clorata’ è un ragazzo spigliato che ama scherzare, leggere, guardare film e soprattutto mangiare giapponese. Per questa sua prima trasferta nipponica, in occasione dei Giochi olimpici, è infatti un po’ rammaricato: “Con le restrizioni non potrò visitare la città, ma mi dispiace soprattutto non poter provare qualche ristorantino del posto per assaggiare il vero sushi e la carne di kobe”, scherza.

Sull’ultimo post nella sua pagina Instagram racconta una storia che parte nel 2002, “da un ragazzino con un agonismo sfrenato, una testa dura e con una gamba più corta che entra in contatto quasi per caso con la Polha-Varese e la Finp – nuoto paralimpico”. “Gli anni passano, ma la testa dura rimane quella – scrive -. Il 24 agosto, il Comitato italiano paralimpico ha deciso che sarò, insieme a Bebe Vio, portabandiera dell’Italia alle paralimpiadi di Tokyo 2021″.
La nazionale di nuoto partirà l’11 agosto, mentre il 24 ci sarà la Cerimonia di Apertura dei 16° Giochi Paralimpici, dove Federico sfilerà portando in alto il nostro tricolore.

Lo abbiamo raggiunto, tra un allenamento e l’altro, per farci raccontare come sta vivendo questo momento di attesa prima dei Giochi.

Sei uno dei portabandiera alle Paralimpiadi di Tokyo. Come ti sei sentito quando hai ricevuto la notizia?

“Di sicuro è stata una delle emozioni più grandi della mia vita. Magari non sportiva in senso stretto, perché comunque sono un atleta, quello che a me piace è vincere. Questo ruolo, questa responsabilità è ‘extra sportiva’, ma è un ottimo riconoscimento esterno. Vuol dire che quello che ho fatto nei miei ormai 12 anni di carriera nazionale è stato apprezzato”.

E quando hai ricevuto la bandiera dal presidente della Repubblica Mattarella?

“Il presidente è una persona fuori dal comune e non lo dico perché devo, ma è davvero una persona spettacolare. Ti racconto questo aneddoto: dopo essere diventati Campioni del Mondo ci fu una cerimonia in Quirinale e mi hanno fatto parlare. Prima c’è stato un pre incontro con il presidente e lo staff, per le informazioni di rito. Ma lui sapeva già tutto: sapeva le medaglie prese, di che metallo, quante, sapeva cosa avevamo fatto, quanto eravamo arrivati. Veramente tutto. Quindi non lo fa solo per dovere istituzionale. Come scherzava alla Cerimonia pre olimpica, credo che ci seguirà sul serio per le gare”.

Come vi siete organizzati tu e Bebe Vio per la Cerimonia di Apertura?
“Non ci siamo organizzati – ride -. Ma siamo fortunati, saremo un mese dopo le Olimpiadi, quindi possiamo ‘studiare’ le mosse di Elia e di Jessica (Viviani e Rossi, i portabandiera dei Giochi olimpici, ndr). Ci faremo influenzare positivamente da loro”.

Cosa pensi della scelta del doppio portabandiera, un maschio e una femmina?

“Si parla tanto di uguaglianza e questa scelta credo sia la quintessenza dell’uguaglianza. C’è sempre quell’ “È ma… C’è un portabandiera è ma perché non lui, perché non lei…”. Così diamo un segnale: rappresentiamo due sport nettamente diversi, quasi agli antipodi. Uno è nervi, l’altra è il puro istinto. Il nuoto è fatto di gesti tecnici e nella scherma conta invece la zampata felina. Ma questo anche nel caso degli olimpici, come ha sottolineato Malagò, sono due discipline che hanno storicamente dato tanto all’Italia ma che non hanno mai avuto un rappresentante tra i portabandiera”.

E per il tuo successore, su chi scommetti?

“Nel nostro settore, tra le discipline che portano più medaglie, c’è sicuramente l’handbike. Quindi punto il mio nichelino su un rappresentante di quello sport”.

Certo, basti pensare ad Alex Zanardi. Che ci dici della sua vicenda?

“È stato un durissimo colpo per tutti. Forse è troppo facile ridurlo al ‘frontman’ del mondo paralimpico, la persona più mediaticamente esposta, quello che si è rimesso in gioco. Alex è Alex. Non so onestamente come sta, ma gli auguro di tornare presto, come persona perlomeno”.

Sei alla tua terza partecipazione ai Giochi. Come la vivi? Ci sono differenze rispetto alle altre volte?

“Al di là del fatto che io mi senta ‘vecchio’ – scherza – atleticamente parlando, l’esperienza a un’olimpiade conta tantissimo. Sembra sempre che ci sia questa bellissima favola che le ‘Olimpiadi sono la gara più serena, più bella di tutte’. Non è così: ti giochi 4 anni di allenamenti, praticamente tutto in una manciata di secondi in un posto che ‘ti mangia dentro’. Ti mangia fisicamente e psicologicamente. Ogni villaggio è diverso, cambia sempre tutto. Anche solo considerando che, chi come noi ha problemi agli arti inferiori, se cammini tanto sei fregato. Devi cercare di dosare le forze in ogni modo”.

In questa edizione, poi, tra controlli e restrizioni contro il Covid…

“L’Olimpiade di Tokyo potevano farla pure in mezzo all’oceano, non sarebbe cambiato niente. Non ci faranno uscire, sarebbe stato lo stesso”.

Da un lato la soddisfazione di poter finalmente gareggiare, dall’altro però sarete rinchiusi un mese in una ‘bolla’

“Ovvio che la situazione non è che sia migliorata così tanto, rispetto a quanto ci si aspettava. D’altronde però le Olimpiadi sono un meccanismo molto grande. Quest’anno ci è stato detto che se ci ‘beccano’ fuori dal villaggio o dal tuo alloggio quando non potresti ti rispediscono direttamente a casa. Se esci dalla bolla sei fuori. D’altronde fa parte dei ‘Giochi’. Di questi, perlomeno”.

Come hai vissuto il rinvio lo scorso anno e l’incertezza anche per il 2021?

“Di sicuro è entrato prima il lato umano e poi quello sportivo nel leggere questa tragedia. Penso che, sul momento, l’ultimo pensiero di tutti sia stata l’Olimpiade, le gare, quanto piuttosto che tutto questo finisse o che ci fossero meno morti possibili. Abbiamo visto Paesi in ginocchio, quindi secondo me era giusto non farla per il momento storico che era. Adesso non è che siamo messi così tanto meglio, ma ci sono i vaccini, ci sono cose che ci rendono un po’ più sicuri quantomeno.
Comunque secondo me il rinvio non ha fatto male, nel senso che la vita dello sportivo è sempre molto frenetica, quindi quel periodo di pausa ha fatto veramente rifiatare tante persone. Da una vita ripetitiva, stressante, senza pausa, a ritrovarsi a pensare al futuro”.

Federico Morlacchi e Simone Barlaam, compagno in Azzurro e di società alla Polha Varese

Magari qualcuno ne ha anche beneficiato, sempre sul lato sportivo…

“I giovani, assolutamente. Per loro è un anno in più di allenamento, per noi più ‘maturi’ è stato un anno in più di ‘vecchiaia’”.

Che gare farai? Vieni da un oro e tre argenti a Rio, quali sono i tuoi obiettivi?

“Di sicuro proverò a difenderli, perché voglio onorare al massimo questa manifestazione. Però non mi pongo più obiettivi di metallo, voglio andare lì per divertirmi, fare bene, giocarmela al massimo. Poi quello che viene viene. Poi è ovvio, quella storia che ‘partecipare è l’importante’, è una delle più grandi balle – ride – che qualcuno abbia mai detto. Credo che l’agonismo e quella frase siano una contro l’altra. Comunque a Tokyo porterò i 100m farfalla, 100m rana, 400m stile libero e 200m misti. Più varie staffette, in base alle decisioni dei tecnici. Sono a totale disposizione della mia nazionale”.

Come si presenta la squadra del nuoto a Tokyo? C’è qualcuno su cui punteresti maggiormente in vista podio?

“È una squadra numerosa, siamo 29 in tutto, proprio tanti. Se punto su qualcuno? Scommetto su tutti. Io mi fido ciecamente di tutta la mia squadra. D’altronde anche nel nuoto, che è lo sport singolo per eccellenza, la squadra conta tantissimo. Andiamo a Tokyo da nazionale Campione del Mondo e d’Europa, non a caso”.

Atleti paralimpici, non più disabili o diversamente abili. Quanto è importante dare visibilità al movimento?

“Le Paralimpiadi non sono solo le gare ma è tutto un sistema che era necessario che ci fosse. Siamo nel 2021, bisogna far capire che disabilità non vuol dire inabilità. Le cose si posso fare benissimo anche se non c’è un corpo ‘normale’ come si è soliti intenderlo. Anzi è un messaggio positivo: siamo tutti diversi ma insieme facciamo ciò che ci piace. Credo che sia un passo avanti necessario a livello culturale, anche solo il concetto di paralimpico invece di disabile”.

Luca Pancalli, il presidente del comitato italiano paralimpico, ribadisce questo concetto del valore inclusivo dello sport. Chi è per te Luca?

“Di persone come lui ne nascono una ogni 30 mila anni. Lui e Alessandro Magno sono i miei miti. Sono due persone che hanno segnato un epoca. Al di là di questa cieca adorazione, e non lo è, Luca è davvero una persona unica. La concezione che ha del mondo e dello sport ha un valore assoluto. Da atleta prima e da presidente ora è un luminare, ha un’esperienza immensa. È stato scelto come Commissario straordinario della FIGC, insomma questo già la dice lunga”.