Simone Biles e Naomi Osaka: quando la scelta di ritirarsi diventa un inno alla normalità. La rivoluzione “copernicana” delle due giovani fuoriclasse

Le due campionesse, dopo anni di successi, hanno fatto parlare di loro per la scelta di ritirarsi da tornei importanti. La motivazione, dare risalto e importanza ai disturbi mentali come la depressione. Un problema sempre più dilagante nel mondo dello spot professionistico.

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato la paura di fallire sulla nostra pelle. A scuola, in ambito lavorativo ma anche in amore, il fallimento e la sconfitta fanno parte dell’equazione della vita: accettarli, affrontarli e, quando arrivano, accoglierli fa parte della normalità.

Il caso Simone Biles

La notizia però arriva quando persone, in questo caso atlete, straordinarie, che ci hanno abituato all’eccellenza o, comunque, a tutto tranne che alla normalità, mostrano il loro lato umano, fatto anche di dubbi e fragilità. L’ultima in ordine di tempo è stata Simone Biles, campionessa della ginnastica artistica a stelle e strisce. La rinuncia di Simone alle finali olimpiche dell’all around (sia a squadra che individuale) ha straziato il cuore di tutti gli appassionati e ha (speriamo definitivamente) aperto gli occhi su un problema sempre più comune: l’enorme pressione psicologica a cui sono soggetti atleti e atlete.

La Biles, dopo i quattro ori a Rio 2016, era chiamata a gran voce da una nazione intera a ripetere le sue gesta, se non migliorarle: l’obiettivo più o meno dichiarato dalla fuoriclasse americana erano i cinque ori nelle altrettante gare previste nella programmazione olimpica della ginnastica (a squadre, individuale, volteggio, corpo libero e trave), un’impresa mai riuscita a nessuno.
Durante la prova di volteggio nella gara a squadre però, la pressione e l’ansia le hanno attanagliato la testa. Lei li ha definiti “twisties“, ovvero una sorta di blocco mentale che non le farebbe mantenere un’adeguata concentrazione durante l’esecuzione dei complessissimi esercizi aerei. Tutto sarebbe nato durante da un salto con due avvitamenti e mezzo, in gergo “Amanar“. Un’acrobazia molto complessa, ma da sempre nelle corde di Simone, tanto che difficilmente la escludeva dalle sue routine. Ma questa volta non è riuscita a chiudere il salto come invece l’abbiamo sempre vista fare e, in quell’istante, tutte le sue sicurezze si sono sgretolate.

“Non appena metto piede sul tappeto siamo solo io e la mia testa e ho a che fare con i demoni… Devo fare ciò che è giusto per me e devo concentrarmi sulla mia salute mentale. Dobbiamo proteggere la nostra mente e il nostro corpo piuttosto che fare ciò che il mondo si aspetta da noi”, si è sfogata la fuoriclasse americana dopo la prova a squadre. Oltre ai tormenti psicologici, Biles ha invocato quella che i ginnasti chiamano “perdita di figura”, una perdita di punti di riferimento nello spazio che può essere rinforzata o causata dallo stress e soprattutto mettere in pericolo un atleta. I famosi “twisties”. Quindi la decisione di lasciare la finale (chiusa al secondo posto dalle compagne di squadra) per “non rischiare di farsi male o fare qualcosa di stupido partecipando a questa competizione”.

La fuoriclasse di Columbus ha vinto tutto nel mondo della ginnastica a soli 24 anni. Pressioni e aspettative l’accompagnano costantemente nel quotidiano da quando ne aveva appena 16: è da tutta la vita che deve fare i conti con l’etichetta di predestinata appiccicate sulle spalle, un’ansia che ti logora lentamente. In più, non bisogna mai dimenticare da dove viene Simone e quante avversità la vita le abbia riservato: l’affidamento a 6 anni a causa di una madre che faceva dentro e fuori dalla prigione con problemi di alcolismo e droga. Poi come se non bastasse, nel 2018, gli abusi sessuali di Larry Nasser, fisioterapista della nazionale statunitense (condannato a oltre 100 anni di carcere) ad ingigantire i problemi di una ragazza tanto forte nel fisico quanto fragile emotivamente.

 

L’esempio di Osaka

Simone però non è la prima atleta a fare un passo indietro per problemi psicologici. Infatti quando ha spiegato le ragioni che l’hanno spinta a tirarsi momentaneamente fuori da questi Giochi, non ha fatto mistero di essersi ispirata ad un’altra giovane campionessa, coetanea, recentemente celebre per le sue scelte coraggiose: Naomi Osaka. Naomi è una delle tenniste migliori del circuito Wta (attualmente è seconda nel ranking mondiale) e da sempre rientra in quella stessa stretta cerchia di predestinati della Biles, come testimoniano i 4 trofei Slam (Us Open nel 2018 e nel 2020, Australian Open nel 2019 e nel 2021) già messi in bacheca. Naomi qualche mese fa, durante il Roland Garros, uno degli appuntamenti più importanti della stagione tennistica, ha comunicato in un primo post Instagram che non avrebbe parlato con nessun giornalista in conferenza stampa e, in seguito, il suo ritiro dal torneo parigino. Nessuna squalifica o gesto polemico, solamente una ragazza di 24 anni che non riesce a trovare pace con sé stessa e non ha le forze per affrontare un’orda di giornalisti affamati di click, pronti a scavare negli angoli più remoti del suo io per ritagliarsi la notizia. Un problema, quello delle conferenze, lamentato da tanti altri colleghi, come Gael Monfils che, all’Australian Open, in uno dei confronti con la stampa, si era lamentato per il trattamento ricevuto dai giornalisti: “”Mi sento giudicato. Sono già a terra, così mi sparate”. Anche il numero 1 al mondo del circuito maschile, Novak Djokovic, si era espresso in favore della scelta di Naomi: “La capisco bene. Sono stato sotto il tiro dei media diverse volte nella mia carriera2.

Simone e Naomi sono all’apice nei rispetti sport di competenza e, entrambe, hanno deciso di lanciare un segnale durante due degli eventi più importanti nella stagione delle loro discipline, il Roland Garros una e le Olimpiadi l’altra, sfruttandoli comecassa di risonanza per parlare di un tema così importante ma allo stesso tempo trascurato come la depressione e la salute mentale. Le testimonianze di atlete di questo calibro (anche se altri grandi campioni del calibro di Micheal Phelps, l’uomo che detiene il maggior numero di medaglie olimpiche, 28, o dei giocatori Nba Kevin Love e Demar Derozan avevano pubblicamente ammesso di avere problemi di salute mentale) fanno capire che questo tipo di malattia colpisce chiunque, indistintamente. A poco servono i soldi, il successo, o la fama, la depressione può colpire in ogni momento e tutto quello che di bello si è costruito negli anni viene spazzato via con un solo colpo di spugna. Del resto, spesso eleviamo lo sport a modello valoriale da cui attingere a piene mani. Uomini e donne all’apparenza senza macchia, programmati come macchine per competere e rendere nei momenti di massima tensione, la gara.

L'”ammutinamento” di Osaka e Biles è il naturale approdo della piccola rivoluzione copernicana in atto nel mondo dello sport ormai da qualche anno: non è più accettabile sacrificare corpo e stabilità mentale sull’altare della prestazione, gli atleti sono persone con sentimenti ed emozioni uguali a tutti noi che ammiriamo le loro gesta da dietro uno schermo. La scelta di condividere le loro difficoltà con il mondo ha fatto scendere le due ragazze dal piedistallo delle icone irraggiungibili dello sport contemporaneo, riportandole su un piano molto più umano, quasi come due giovani donne qualsiasi: la cultura della perfezione e della vittoria ad ogni costo ha lasciato spazio ad un fantastico inno alla “normalità”.