“Smettete di considerare le donne delle vittime. Ragazze, inseguite i vostri sogni e le vostre passioni, come le mie ‘filosofe guerriere'”

Ordinaria di Filosofia morale e di etica dell'ambiente alla Statale di Milano, Laura Boella è entrata a far parte del comitato scientifico di Luce!: "Mi affascina il progetto, il canale sarà fondamentale per aprire un dibattito sui cambiamenti nella società, analizzandoli da diverse prospettive". E ci spiega perché i suoi 'cuori pensanti', le pensatrici che ha studiato per tutta la sua carriera, possono ancora guidarci "con il loro coraggio controcorrente"

Le sue ‘filosofe guerriere’ guardano con attenzione a questo nostro strano tempo e vorrebbero infonderci coraggio. La loro vita, del resto, è un modello senza tempo che diventa scialuppa nel mare in tempesta. Sono vissute in un Novecento attraversato da conflitti e persecuzioni, ma hanno sempre trovato la forza di reagire e di agire. Controcorrente. Hannah Arendt, Edith Stein, Maria Zambrano, Etty Hillesum e Simone Weil: tutte ‘Cuori pensanti’ che Laura Boella –professore ordinario di Filosofia morale e di etica dell’ambiente al dipartimento di Filosofia dell’università Statale di Milano – ha studiato e raccontato durante la sua lunga carriera. Carriera incentrata appunto sul pensiero femminile ma anche sul tema delle relazioni intersoggettive, dell’empatia e della simpatia in un confronto critico tra l’attuale ricerca scientifica e la prospettiva fenomenologica.

 

Professoressa Boella, abbiamo il piacere di trovarla nel comitato scientifico di Luce. Che cosa condivide del progetto editoriale?

“Io apprezzo enormemente già la parola Luce. Perché vuol dire gettare luce, fare uno sforzo di chiarimento rispetto a una serie di questioni che ci occupano e ci preoccupano. In rapporto alla pandemia ma anche al prima e al dopo”.

La pandemia è stata una guerra che ha abbattuto anche le nostre certezze. Alla fine si dovrà ricostruire.

“Avremo bisogno di molto tempo per capire, effettivamente, in che direzione andrà la ripresa della vita sociale ed economica. Il progetto di Luce, come canale mediatico, ha lo scopo di creare un dibattito anche su questo tempo che sta ripartendo, ma che risulta ancora enigmatico, difficile da decifrare. Personalmente sono molto curiosa. Mi guardo intorno, osservo le piccole cose. L’affollamento ai bar, il modo in cui stiamo tornando alla vita. Sembra davvero che la gente abbia fame di contatto, dell’immediatezza nelle relazioni fisiche, dello stare insieme. Un atteggiamento che potrebbe essere una prima reazione al periodo di restrizioni. Arriverà però il momento in cui tornerà necessaria una mediazione, servirà rielaborare”.

Questa fame di contatto sembra scontrarsi però con la difficoltà nel ritrovare un equilibro con il prossimo.

“Sì, perché abbiamo vissuto come sospesi. Le nostre esistenze si sono fermate. Le persone adesso desiderano nuove esperienze. Non basteranno gli aperitivi… in molti avranno necessità di ricominciare a parlare davvero al prossimo. Abbiamo disimparato, dobbiamo riprendere a conversare e forse trovare nuovi linguaggi. Durante il lockdown, la comunicazione è stata molto focalizzata sulla preoccupazione e sulle necessità vitali. Oggi invece possiamo guardarci in faccia. Le nostre conversazioni potrebbero, anzi dovrebbero, acquistare maggior estensione. Siamo reduci da un anno segnato dal dramma della sopravvivenza fisica. Purtroppo non è stato un brutto sogno, ma una realtà che ora deve essere metabolizzata. Non è costruttivo limitarsi a cercare di dimenticare, sebbene sia quest’ultimo il frutto di un processo di autodifesa. In questo contesto sarà ancora più interessante il progetto Luce, perché consentirà di aprire un dibattito da diverse prospettive per poi andare avanti, analizzando i cambiamenti nella società a cui assisteremo. Urgono illuminazioni…”.

Tempi incerti e società in continua evoluzione. La filosofia può rivelarsi un’alleata?

“Ci sono svariati modi di fare filosofia. In generale rappresenta uno sforzo di pensiero legato non tanto a generali teorie, ma a ciò che succede nel mondo e tra le persone. La filosofia deve guardare alla realtà e aiutarci a comprenderla. Io, ad esempio, ho lavorato a lungo sull’empatia nelle relazioni”.

Empatia: una dote o un’abilità da sviluppare?

“Credo che questo concetto venga da tempo abusato. Empatia non è una parola, è piuttosto un’esperienza che facciamo, spesso anche senza accorgercene, in ogni tipo di relazione nella nostra vita sentimentale, professionale o nel nostro rapporto con la natura. Non è un istinto che immediatamente fa sì che ci occupiamo degli altri scoprendoci altruisti e solidali. La pandemia ha fatto emergere storie di grande generosità ma anche di sconfinato egoismo, ad esempio da parte di chi ha cercato la salvezza propria e dei suoi cari senza pensare agli altri, ai più fragili. Gli esseri umani devono allenarsi all’empatia e ciò rientra tra le scelte, tra gli impegni attraverso i quali concorrere a costruire una società più giusta, combattendo discriminazioni e disuguaglianze ma anche ingiustizie e competizioni. Bisogna guardare al prossimo, capirlo e accettarlo accantonando il proprio io. Non basta, insomma, emozionarsi davanti alla sofferenza perché l’emozione viene sostituita rapidamente…”

Ultimamente si è parlato molto di nuovo umanesimo.

“Direi piuttosto che stiamo vivendo un momento nuovo che può trasformarsi in una grande sfida per la crescita del singolo. Difficile però ora prevedere l’andamento che prenderanno le persone. Di certo saranno chiamate a impegnarsi”.

Lei ha dedicato gran parte del suo studio al pensiero femminile e a cinque delle maggiori filosofe del Novecento, tra cui Hannah Arendt celebre autrice de ‘La banalità del male’. Qual è lo stato di salute delle donne oggi?

“Quelle filosofe hanno ancora molto da insegnarci con il loro coraggio controcorrente e il loro spessore. L’emergenza sanitaria ha fatto esplodere problematiche già radicate. Riflettiamo sui numeri di quante hanno perso il lavoro o lo hanno dovuto abbandonare schiacciate dagli impegni familiari. Dal mio punto di vista devo dire, però, che il vittimismo di cui sono spesso investite non è sano, vedere le donne come vittime di un sistema non mi basta perché le donne in Italia, e non solo nel nostro Paese, sono comunque forti. Io sono convinta che molte siano stufe di essere descritte come quelle impegnate soltanto nel cucinare o accudire mariti, figli, genitori anziani. È vero che continuano a fare pure questo, ma è necessario considerarle anche nella dignità e nell’importanza che nella loro vita ricoprono il lavoro, le passioni. Le donne, per quanto oberate dalle faccende domestiche, chiedono più rispetto e chiedono di essere viste come avvocatesse, insegnanti, impiegate… in qualsiasi ruolo cioè abbiano deciso di esprimersi. Smettiamola con questa vittimizzazione perché altrimenti ci dovrà sempre essere qualcuno, solitamente un uomo, chiamato a legittimarle. Pensiamo, ad esempio, alla rappresentanza nei partiti. Ma vi pare normale che tocchi a un segretario di partito, maschio, dover gestire la partecipazione delle donne in politica? Fa ridere e fa piangere”.

Che cosa pensa del gender gap?

“La disparità esiste, certo. Le donne devono essere considerate in base al loro talento e alla loro bravura superando ruoli, stereotipi. Sono semplicemente donne brave, competenti. Non tutte però devono e vogliono diventare necessariamente presidente della Repubblica o raggiungere posizioni apicali. Ognuna deve essere libera di sviluppare la propria aspirazione e la propria professionalità. Smettiamo di guardare a un mondo femminile pieno di esseri da compatire, di poverine! Così non arriveremo da nessuna parte. Molto importante è piuttosto individuare modelli positivi per le ragazze. Angela Merkel, Hillary Clinton, Rita Levi Montalcini… giusto per citarne alcune. Sono donne eccellenti che possono costituire un riferimento. Badiamo però a non cadere nell’equivoco che tutte le ragazze debbano diventare astronaute per non sentirsi delle fallite”.

Un consiglio per le nuove generazioni?

“Le giovani, in particolare, devono avere molta fiducia in se stesse, assoluta libertà nel seguire le loro inclinazioni e passioni. Ma senza farsi catturare da un mondo fatto di modelli irraggiungibili. Sviluppare la propria intelligenza serenamente, qualunque sia, è un primo passo fondamentale. La commessa, l’insegnante d’asilo, sono eccezionali quanto la scienziata. Un desiderio? Cancellare la competizione feroce e malsana che talvolta può crearsi tra le donne. Fondamentale, semmai, stringere alleanze”.