“Sono scampata al matrimonio combinato in Siria, ora incontro i ragazzi perché non accadano più tragedie come quella di Saman”

Amani El Nasif ha 31 anni ed è cittadina italiana. Adolescente, con uno stratagemma, la madre la portò in Siria per farle sposare un cugino. Lei si ribellò e lo racconta in un libro. E in Bangla Desh la cooperante Iole Valentina Lucchese combatte la cultura del matrimonio come contratto tra famiglie, fra sposi che non si conoscono

Quel giorno partì in jeans e maglietta, i capelli freschi di parrucchiere, non portava il velo. Guardò con incanto la Siria, il suo Paese che vedeva per la prima volta, da adulta. Aveva 16 anni. In poche ore precipitò in un incubo. Che sarebbe durato 399 giorni. Prigioniera del progetto di sua madre, darla in sposa a un cugino che non aveva mai visto. Ma la storia di Amani El Nasif, cittadina italiana cresciuta a Bassano del Grappa (Vicenza), ha avuto un lieto fine.

Amani El Nasif

Oggi, a 31 anni, è una donna bella e indipendente, sguardo fiero e una cascata di capelli corvini luminosi. Parla con il cuore (e con calata veneta). I pensieri prendono vita come fossero le pagine di un libro. Mamma di Vittoria, 8 anni e mezzo, “il mio orgoglio“. Ha raccontato la sua storia in “Siria mon amour“ (Edizioni Piemme), che porta in giro nelle scuole d’Italia, i ragazzi la ascoltano senza fiatare. Fuggita da un matrimonio combinato grazie anche all’aiuto di un cugino del padre, professore all’università di Aleppo, ha un obiettivo: “Salvare quante più donne possibile da un futuro che non vogliono, che non si sono scelte. Dobbiamo partire dalla scuola, dalle medie. Dopo, è troppo tardi“.

 

Numeri da brivido

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite calcola 650 milioni di spose bambine nel mondo. La metà vivono in Bangladesh, Brasile, Etiopia, India e Nigeria. La pandemia, è la previsione drammatica, ha cancellato anni di progressi. Nel prossimo decennio, “fino a 10 milioni di ragazze in più“ correranno questo rischio. A pesare sono soprattutto la chiusura delle scuole e la crisi economica.
Sarebbe facile confinare queste violazioni dei diritti umani nei paesi più poveri del mondo, lontano da noi. Invece le scopriamo in casa, nelle aree più ricche e sviluppate del nostro Paese. Ce le mette davanti il coraggio di Saman Abbas, la 18enne pachistana sparita alla fine di aprile da Novellara (Reggio Emilia). Brillante a scuola, ma ci è andata solo un anno. Ribelle al matrimonio combinato dai suoi. Il fratellino ha testimoniato, “l’ha uccisa lo zio“ (che è in fuga, come i genitori). Punita dal clan familiare che si sentiva disonorato dal suo desiderio di libertà.

 

La storia di Amani El Nasif

Anche Amani un giorno ha pensato di morire. Ricorda tutto di quando è stata picchiata per la prima volta. “Mio cugino, il marito che avevano scelto per me, mi calpestava la testa con le scarpe, mi dava calci. Ho preso a perdere sangue da un orecchio. Ho pensato: mi ammazza. Mi ricordo come fosse oggi che ho afferrato il mio vestito e me lo sono squarciato, sul petto. Per me era impensabile che un perfetto sconosciuto mi picchiasse come stava facendo lui. Perché non aveva nessun diritto su di me. In quel momento ho detto, adesso basta“.

Saman Abbas, scomparsa da Novellara

Anche Saman, fiera e cocciuta, ha difeso il suo desiderio d’amore e di felicità. Possibile una storia così nel nord Italia 2021? Nell’Emilia Romagna, terra d’integrazione? “L’integrazione – pesa bene le parole Amani – qualche volta si ferma sulla porta di casa. Tra le mura domestiche, se hanno radici così forti, le persone non le cambi. La mentalità è diversa da quella che si mostra fuori“.
Li lodiamo come lavoratori instancabili, ma nei discorsi che facciamo le donne svaniscono, come fossero fantasmi. Come Saman, che prima di sparire ha vissuto da segregata in casa. Non avremmo dovuto cogliere prima i segnali? Amani sospira: “Io queste domande me le faccio. Anche quando incontro una ragazza con il velo e mi chiedo, chissà se lo vuole mettere davvero. Libertà per me è tutt’altro che dover accettare quello che ti impongono i genitori. Che tu sia minorenne o no”.

Oggi Amani ha superato il tradimento e l’inganno della mamma. La convinse a partire spiegandole che quel viaggio in Siria serviva per mettere a posto i documenti. “Già da molto tempo ho capito quello che ha fatto – confida Amani – Lasciata dal marito, sola in Italia a crescere sei figli. Non potrei più stare senza di lei. Credo che volesse scegliere il male minore. Magari diceva a se stessa: la porto in Siria, la faccio sposare, là non verrà mai abbandonata come è successo a me“.

Nei giorni dell’incubo, Amani provava disperatamente a ricordare com’era prima. Si rigirava tra le mani di nascosto gli scontrini della parrucchiera e del bar. “Leggevo la data, l’ora… Ricordo che mi chiedevo, ma veramente c’è stata una vita in Italia? Ero stata trasportata in un mondo talmente diverso…“. Da Bassano del Grappa a un villaggio rurale della Siria. “Ripetevo a me stessa, Amani è stata lì, si è fatta una piega perché voleva essere bella per il suo primo viaggio“. Anche a lei è capitato di pensare, Dio, perché mi hai fatto vivere questa vita, come si tormentava in uno dei suoi messaggi più disperati Saman. “Quelle parole mi hanno fatto venire la pelle d’oca. Sono tornata a quei giorni. A quando mi chiedevo, cos’avrò fatto di male per meritarmi tutto questo? Avevo iniziato a lavorare, mi pagavo da sola i libri di scuola, mi comportavo bene. Perché? Dall’Italia dicevo, la Siria è a tre ore di volo. Ma quando sei là e non riesci a tornare indietro, l’Italia ti sembra un altro pianeta“.

Nei villaggi del Bangladesh

Iole Valentina Lucchese durante la sua opera di cooperazione in Bangla Desh

E allora spostiamoci davvero in un altro pianeta, a settemila chilometri da qui. Andiamo nel Kurigram, tra i distretti più poveri del Bangladesh. Dove i matrimoni forzati vanno oltre le statistiche nazionali e arrivano a superare il 70%, come ci spiega Iole Valentina Lucchese, 39 anni, delegata di Terre des hommes Italia in quel paese. Al telefono prova a sintetizzare la complessità. “Il fenomeno è diffuso ovunque, nelle zone rurali ma anche urbane. Nonostante leggi chiare, a volte un po’ controverse ma chiare. Le ragazze non possono sposarsi prima dei 18 anni ma il matrimonio combinato è estremamente accettato dalle comunità. Le donne che vogliono fuggire fanno la fuga d’amore, anche per vivere un’adolescenza più libera. Perché la sessualità è tabù, è concepita solo all’interno del matrimonio. Chi non vuole sposarsi cerca aiuto, ma il numero è minimo. Davvero poche ragazze si mettono contro la famiglia“.

Anche se “l’età sta aumentando, la percentuale dei matrimoni tra i 12 e i 15 anni era più alta, adesso si sta spostando tra i 15 e i 18. Perché? Sicuramente la società civile, tante ong, si battono molto affinché venga superata questa pratica, che è una violazione dei diritti umani”. Ma le resistenze sono ancora enormi. L’autorità religiosa, l’imam – il paese è fondamentalmente musulmano – “dovrebbe certificare allo Stato che il ragazzo e la ragazza sono nell’età giusta per sposarsi. Ma di solito, le carte sono false“.
Ancora una volta, in ogni latitudine del mondo, si conferma che le nozze combinate sono legate a filo doppio con l’abbandono della scuola. “Abbiamo centri per gli adolescenti, sono autogestiti dai ragazzi – racconta Valentina Lucchese –. Quando veniamo a sapere che si sta preparando un matrimonio forzato, cerchiamo di fermarlo. Ma la comunità è più avanti. Magari tu riesci a stopparlo e il giorno dopo loro se ne vanno in un’altra area fuori controllo, si sposano, poi riportano la ragazza a casa“. E allora “cerchiamo di mantenere queste giovanissime a scuola, anche da sposate, perché possano prendere almeno la licenza superiore. Andiamo a parlare con il marito, con la famiglia. Proviamo a convincerli. Qualcuna arriva anche all’università. Una di queste, che si è sposata prima dei 18 anni, lavora in un nostro progetto. Ma sono davvero poche le ragazze che in questo contesto di povertà riescono a scegliersi il marito. Lo sposo deve soddisfare certi criteri, economico, dell’educazione… Il matrimonio è un contratto tra due famiglie. Per i genitori una donna è un peso. Prima la sposano, prima si liberano di una bocca da sfamare”.