Sottozero a zero: Tekle Ghebrelul, eritreo, è ct della Groenlandia: “Pronti per vincere il campionato della felicità”

Rifugiato in Danimarca, si offrì come insegnante nell'isola polare, dove ha importato il gioco del pallone. "Diamo una motivazione ai ragazzi che finirebbero prede di alcol e depressione durante le notti che durano mesi. Suppliamo alle lunghe distanze con sedute video e allenamenti individuali, ma in estate ci scateniamo"

É ancora freddo fuori: la temperatura gioca con lo zero anche ad inizio maggio. Talvolta cade anche la neve: «qanik» si dice in quella lingua che Tekle Ghebrelul ha imparato da adulto. La notte polare ormai è sconfitta e presto i ghiacci si scioglieranno, così Tekle potrà chiamare i suoi ragazzi: «Andiamo a giocare». Allenare la nazionale della Groenlandia non è il suo vero lavoro: il 52enne di origine eritrea è insegnante di Nuuk, cittadina di meno di 18mila abitanti, capitale di un’immensa distesa di ghiaccio che avvicina l’America all’Europa. Per lui il calcio non è un contratto milionario, coppe da alzare in mondovisione, per lui è solo un gioco. Il gioco della vita.

Tekle Ghebrelul esulta dopo una rete della sua squadra

Ghebrelul, come è arrivato in Groenlandia?
«Sono nato ad Asmara, in Eritrea ,nel corno d’Africa. Mia madre è morta dandomi alla luce e a 10 anni ho perso anche mio padre. Da ragazzo ho combattuto come soldato nella guerra d’indipendenza e ho incontrato i caschi blu dell’Onu dislocati in Sudan. La mia vita è cambiata: ho vinto una borsa di studio che mi ha portato in Europa in qualità di rifugiato politico. Così eccomi giungere in Danimarca».

Che cosa ricorda di quel periodo?
«Tante auto. Un’infinità di case e un mare di gente. E poi il freddo e una lingua sconosciuta. Tutto era diverso e nuovo. Ero solo: mi mancava la famiglia, non avevo amici, ma il calcio mi ha aiutato. Iniziai a giocare come semi-professionista con un solo pensiero in testa: correre. Non smettere mai di correre per lasciare, su un campo di calcio, ogni incertezza e paura. Correvo per chilometri e chilometri, ogni partita sognando di essere come Makelele. La mia vita è diventata migliore».

E poi?
«Un giorno lessi su un giornale un annuncio di lavoro. Cercavano un insegnante in Groenlandia. Sono sempre stato curioso e allora chiesi: ‘Dove si trova questo posto? Vicino al Canada? Ok’. E allora presi la decisione: ‘Proviamo. Solo pochi mesi, poi torno’. Qualcuno mi disse che ero completamente pazzo. E invece…».

Che cosa è per lei la Groenlandia?
«Poche auto, poche case, poca gente. Un posto misterioso e meraviglioso. Ma sono convinto che il luogo non sia tutto:  non è importante dove si vive, ma come viviamo. Dobbiamo tutti perseguire l’obiettivo di ‘vivere bene’ ed è questo che fa davvero la differenza. Quando sono arrivati alloggiavo in un albergo e guardavo fuori queste distese infinite di campi d’erba e sassi: ma non c’era nessun giocatore, nessun allenatore e nemmeno un pallone. Ho iniziato a insegnare e ho pensato che lo sport potesse aiutare i ragazzi, tanto quanto aveva fatto con me».

Perché?
«La Groenlandia è un paese complesso, l’inverno è lungo e buio: la depressione è un nemico subdolo, anche fra i ragazzi, così come la dipendenza dall’alcol. Il calcio, invece, richiede uno stile di vita sano ed è un gioco di squadra dove si creano legami ed amicizie.Così mi sono messo ad allenare e nel 2014 sono stato nominato commissario tecnico della Nazionale».

Tekle Ghebrelul con i giocatori della sua squadra

Dove e quando vi allenate?
«Il problema maggiore è la distanza fra una città e l’altra. Incontrarsi, d’inverno, non è facile per le condizioni meteo e  i molti chilometri da coprire. Così, quando non possiamo vederci sul campo di calcio guardiamo dei video e cerchiamo di seguire programmi individuali e allenarci al chiuso. D’estate, invece, ci scateniamo».

Sogna di vincere la Coppa del mondo con la Groenlandia?
«Vede, questa è una mentalità tipicamente europea e la capisco, ma non è la nostra. Quando guardo il calcio italiano ed europeo vedo persone che cercano la ‘gloria’. Vedo ragazzi guidati come robot e allenatori arrabbiati. Noi, invece, giochiamo per divertirci. Sa dove potremmo vincere?».

Dove?
«In un campionato dove si gioca per la felicità. Ecco, in questo siamo molto forti e ci riesce tutto in modo molto semplice».

Lei è stata vittima anche di offese razziste. Che cosa si sente di rispondere a chi l’ha offesa?
«Viaggiate e imparate. La cultura apre la mente e il cuore. E poi giocate a calcio che lo sport, quello vero, ci rende tutti liberi e tutti uguali».